Paul è un fotografo freelance ben pagato. A quarantadue anni, decide di cambiare completamente mestiere per dedicarsi unicamente alla scrittura. Il successo però tarda ad arrivare e, pur di non tornare sui propri passi, Paul sceglie di affidarsi alla gig economy per sopravvivere, tra l’incredulità e le perplessità di amici e familiari incapaci di digerire la scelta delirante del loro caro.
Da questa premessa essenziale prende forma À pied d’œuvre (o come recita il titolo italiano, La mattina scrivo), ultima opera di una delle voci più sensibili del cinema francese contemporaneo, Valérie Donzelli, pronta a sbarcare nelle sale nostrane il 5 marzo – grazie alla distribuzione di Teodora Film – dopo aver conquistato il premio per la miglior sceneggiatura all’82ª edizione del Festival di Venezia.
Toccare il fondo
La mattina scrivo è un film semplice, nel senso più alto e raro del termine. Privo di compiacimenti, schietto, politico fino al midollo, nel suo adattare l’omonimo romanzo di Franck Courtès in maniera assolutamente fedele, eccezion fatta per una variazione tutt’altro che marginale. Donzelli, infatti, decide di ringiovanire il protagonista del testo originale di ben dieci anni, avvicinando così il personaggio a una generazione oggi realmente immersa nella precarietà e che rende dunque il racconto ancora più aderente al presente.

Il viaggio di Paul è una discesa lenta e faticosa dentro un vortice più grande di lui (e forse più grande di tutti noi). Ma anche una traversata necessaria per riconnettersi con se stesso e con il valore delle cose che lo circondano. Il messaggio è chiaro. Non importa tanto se si cade, come sembra suggerire il film, quanto il modo in cui si sceglie di attraversare la caduta. E soprattutto in che modo si decide di rialzarsi.
Per riuscire a raggiungere la vetta
Valérie Donzelli rifiuta consapevolmente ogni forma di spiegazione o sottolineatura. La storia parla di tutti senza mai proclamarsi universale o dilettarsi con un registro didascalico, affidandosi piuttosto alla potenza delle immagini e a una messa in scena che, giocando nettamente in sottrazione, decide consapevolmente di privilegiare lo sguardo rispetto alla parola. Le numerose inquadrature dedicate alle scarpe delle persone, l’uso frequente della macchina a mano libera con un’estetica meno patinata come cornice, quasi a scardinare il velo narrativo di matrice romanzesca. Tutto nell’opera della regista classe 1973 è determinato a restituire un’impressione di presenza fisica nel reale.
In questo spazio si inserisce l’interpretazione straordinariamente misurata di Bastien Bouillon, capace di incarnare il suo personaggio senza mai trasformarlo in una performance. Il suo volto, più che esprimere, accoglie. Il suo corpo, più che agire, attraversa. Ne nasce una poesia visiva tanto struggente quanto soffice, in cui il personaggio non viene premiato da un lieto fine esplicito. Lo status quo rimane, ma cambia lo sguardo, ora attraversato da una consapevolezza nuova e dolorosamente autentica.
Si potrebbe obiettare che il film avrebbe potuto affondare maggiormente il colpo nella critica al sistema del lavoro contemporaneo e alle dinamiche spietate della gig economy, basate su meccanismi di competizione al ribasso che trasformano la sopravvivenza in una gara silenziosa. Ma Donzelli compie una scelta diversa, più radicale: sottrarre invece di aggiungere. Una decisione che diventa inevitabilmente gesto politico, in quanto capace di restituire l’importanza della materia trattata e l’impotenza dei personaggi senza tradurla in slogan o traslarla in maniera futile. Il sistema è quello che è, come la caduta. L’unica possibilità che resta è rappresentata dallo scegliere in che modo starci dentro.

Scrivere come atto di sopravvivenza
Significativo, in questo senso, anche il rifiuto della scorciatoia narrativa del “povero nato povero”. Paul parte da una posizione privilegiata. Guadagna circa tremila euro al mese come fotografo, ma decide di rinunciarvi, vendendo ogni sua attrezzatura e dando le spalle a un passato già scritto. La fotografia gli ha insegnato a osservare il mondo con attenzione antropologica, a cogliere ciò che sta oltre la superficie, ma col tempo è diventata una prigione per l’anima, che nessuno intorno a lui riesce davvero a comprendere e che il film racconta con grande delicatezza, mostrando la frattura nel suo momento topico.
È qui che la scrittura assume un vero e proprio valore di atto di resistenza. Né promessa di successo, né strumento di ascesa sociale, ma necessità intima in uno spazio che grida sopravvivenza emotiva da tutti i pori.
“Finire un testo non significa essere pubblicati. Essere pubblicati non significa essere letti. Essere letti non significa essere amati. Essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna”.
Un film tenero e onesto
La colonna sonora, costruita attorno alle note del pianoforte e sospesa tra Bach e Vivaldi, accompagna con discrezione l’interiorità del protagonista, rafforzando l’impressione di un cinema che ascolta prima di parlare e che, in alcuni suoi passaggi, richiama, per sensibilità e pudore, il Sentimental Value di Joachim Trier, altra recente proposta di casa Teodora.
La mattina scrivo è stato presentato all’ottantaduesima edizione del festival di Venezia. In un panorama fortemente orientato al cinema sociale e politico, il film di Valérie Donzelli si è distinto come un frammento di realtà raro per onestà e tenerezza. Un film inerme come i suoi personaggi, ma proprio per questo profondamente vivo come opera che non chiede di essere compresa, bensì attraversata. Perché l’arma più potente di cui dispone oggi l’essere umano non è la violenza fisica, né l’ausilio di armi, bensì lo sguardo.