Serena Marletta parte dal cinema di genere per raccontare il presente. Autrice e storyteller, concentra il suo lavoro su horror e thriller attraverso i social media, esplorando come le storie possano trasformare paure, desideri e tensioni contemporanee in narrazioni condivisibili online.
Ospite del Cactus Industry Forum, lo spazio dedicato all’incontro tra professionisti, formatori e giovani del cinema e dei media, Marletta porta un punto di vista originale sul rapporto tra cinema e piattaforme digitali. In questa intervista condivide il suo approccio creativo, le strategie narrative sui social, e riflette sulle opportunità e le sfide per chi vuole muoversi oggi nel mondo dell’audiovisivo.
Come è nato il tuo progetto di racconti horror e thriller sui social media? C’è stato un momento o un video che ti ha fatto capire quale direzione prendere?
Tutto è nato per puro caso e sinceramente non prevedevo di fare questo nella vita. Era appena finito il COVID e avevo iniziato a pubblicare qualcosa su Tik Tok per passare il tempo. Un giorno pubblicai dei post riguardanti dei film horror che avevo visto ed avevo trovato disturbanti, incontrando molti utenti incuriositi dal volersi lasciar scioccare. Probabilmente c’erano persone, tante persone, che come me cercano di andare oltre l’ordinario e sono incuriositi da ciò che comunemente è considerato strano o eccessivo.
Qual è stata la sfida più grande nel trasformare le tue idee in video condivisibili online?
Beh, sicuramente il coraggio di esporre che ti piace qualcosa che tipicamente è visto in maniera insolita. Non tutti hanno il fegato di dire o parlare di film estremi che hanno visto, in quanto magari dire che ti piacciono i film horror ti racchiude dentro una campana sociale fittizia di “stranezza”. In tanti mi dicono “ma come fai a guardare quella roba” io io rispondo “boh, lo faccio e basta!”. Voglio dire, a molti ora piace il true crime con persone vere che ammazzano persone vere. Perché dovrebbe essere diverso dalle storie totalmente finte di un horror?
In un’epoca dominata da TikTok e Reels, come organizzi la tua programmazione creativa? E questo formato ti soddisfa a livello creativo?
E’ davvero molto difficile ed ammetto che per diverso tempo andavo totalmente a braccio, senza scrivermi nulla. Questo ha funzionato per un po’, ma poi avevo bisogno di più certezze, perché spesso non ho tempo di pensarci e preferisco segnarmi al volo sul telefono delle idee che vorrei approfondire quando mi fermo un attimo. Ovviamente da quando procedo in questo modo sento di non essere preda del mio lavoro, ma lo riesco a domare.
Hai intenzione di proseguire con i tuoi contenuti su YouTube? E, in caso, quali temi ti piacerebbe esplorare?
Certo, quando avrò bene in mente cosa voglio portare ed il modo di farlo. Ammetto che Youtube è sempre stato un nemico per me. Un investimento che non sono mai riuscita a rischiare, in quanto il tempo di lavoro è più lungo e spesso i risultati insoddisfacenti. Quindi mi butto giù e penso “ma chi me lo fa fare?!” e finisce che torno ai miei reel. Preferisco magari buttarmi su YouTube quando sarò pronta a pagare felicemente le conseguenze di un probabile flop. Poi beh, io sono pessimista per natura…
Come vedi la situazione attuale dell’horror e del thriller? E cosa pensi renda il cinema asiatico di questi generi così unico e affascinante per il pubblico internazionale?
Penso che questi generi si stiano fortemente rivalutando e ne sono felice. Gli horror finiscono addirittura per essere nominati a “miglior film” agli Oscar e se questa non è una vittoria! Ma è vero che l’horror ed il thriller stanno cambiando molto. Non sono più scarni di significato, ma vogliono portare critiche serie in modo terrificante, spaventoso. In questo il cinema asiatico era già avanti molti anni fa. Sono spaventosi, è vero. Sono in grado di creare tensione nei silenzi più lunghi e criticare il mondo che viviamo in maniera feroce. Mi viene in mente un film chiamato Suicide Club, di Sion Sono. Mai doppiato in italiano e come si capisce dal titolo si parla di un argomento “trigger”. Questo film però è un’affascinante opera, specchio di una brutale realtà attuale in Giappone, in chiave poliziesca.
O se prendiamo l’animazione citiamo Perfect Blue di Satoshi Kon. Un capolavoro! Una orrorifica storia reale dietro il concetto di Idol e di identità. Ditemi voi se l’horror può essere ancora considerabile superficiale dopo aver visto questi film.
Quali film hanno influenzato i tuoi standard per una buona storia horror e, secondo te, cosa rende questo genere così difficile da scrivere e raccontare?
Sicuramente Ari Aster, Jordan Peele e Robert Eggers (parlando di cinema americano) hanno elevato il genere ed hanno fatto scuola sia ad altri registi, sia a noi fruitori. Ci sono stati anni di film horror su possessioni demoniache insulse che hanno contribuito a renderlo un genere da denigrare, poco serio. Ora, appunto, qualcosa si sta smuovendo e ritengo che l’eccesso possa essere scritto non scadendo nel ridicolo, ma lanciando messaggi importanti. Di base bisogna sapere cosa si vuole dire, come lo si vuole fare e cosa possa scioccare senza estraniare troppo. Sono elementi difficili da mettere insieme, ma la chiave la stiamo trovando e questo mi rende particolarmente orgogliosa di parlare di horror ogni giorno.