Presentato per la prima volta all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Il mago del Cremlino riadatta cinematograficamente l’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli. L’opera, diretta da Olivier Assayas, si presenta ambiziosamente. Il cineasta francese riadatta il best seller di da Empoli in chiave meno astratta e filosofica, concentrandosi maggiormente su intrighi politici e dimensioni di potere nella Russia di fine anni ’90. L’opera racconta l’ascesa di Vladimir Vladimirovič Putin (interpretato da Jude Law) abilmente orchestrata da Vadim Baranov (Paul Dano). La pellicola insinua lo spettatore all’interno dell’universo politico di una Russia in profonda crisi identitaria, permettendogli di udire bisbigli che passano di orecchio in orecchio, sino a giungere all’uomo più potente al mondo. La dimensione concreta è una mera illusione, plasmata a piacimento dalle mani di esperti manipolatori. L’opera vuole mettere luce sulla vera natura della politica: pettegoli e sussurri, ombre e segreti, minacciosa e letale.
Distribuito da 01 Distribution
Il mago del Cremlino
Vadim Baranov è un uomo cresciuto nella tipica famiglia sovietica degli anni ’60 -‘70. Profondamente influenzato da correnti rivoluzionarie, respira aria di libertà e giovinezza. La Russia è alla ricerca di una nuova identità, necessita un profilo che possa rapportarsi armoniosamente con l’occidente post secondo conflitto mondiale. Baranov frequenta ambienti universitari dove si mastica politica e si fantastica su utopiche visioni di fratellanza e uguaglianza, inebriati dal frizzo dell’alcol.
Conosce ad una festa Ksenia (Alicia Vikander) innamorandosi perdutamente. I due sono opposti, impossibili: Ksenia appartiene a una Russia dallo spirito libero, rigetta la borghesia, vive di impulsi. Baranov è un oculato calcolatore, freddo e mai impulsivo. Tesse la tela delle sue relazioni come un paziente aracnide, in costante attesa dell’occasione da sfruttare, divorando la preda. Baranov si occupa di teatro, scrivendo opere di un futuro distopico, lontanissimo e nel medesimo istante prossimo. La sua abilità lo condurrà a occuparsi di televisione.
Con l’accesso al mondo del piccolo schermo, Baranov stringe rapporti diplomatici con oligarchi e potentati, entra in contatto con l’élite sovietica. Diviene braccio destro di Boris Berezovsky (Will Keen), proprietario del canale televisivo nazionale. I due hanno il compito di trovare un nuovo leader per la Russia, costruire la sua immagine a tavolino tramite Tv e Media, muovendo abilmente i fili di un paese in costruzione.
Boris crede che l’uomo perfetto per questo compito, semplice da manipolare e eludere, sia Vladimir Vladimirovič Putin. L’oligarca della Tv zarista commette un errore salatissimo, confondendo Putin con l’ennesimo fantoccio. Putin è deciso a prendersi il potere con i suoi mezzi, sfruttando l’appoggio mediatico senza esserne schiavo, instaurando un rapporto fraterno con Baranov, detto ‘Il mago del Cremlino’ per la sua influenza sul presidente sovietico. Baranov si insinua negli inferi della politica, pagando a caro prezzo il ruolo da lui ricoperto, pattuendo col diavolo il suo illimitato potere.
Qualcosa non torna
Sebbene le premesse siano delle migliori, nel corso della narrazione l’opera vacilla tra ingenuità e passi falsi. L’espediente alla base della pellicola è trito e già visto: il giornalista d’inchiesta Rowland (Jeffrey Wright) viene invitato nella magione di Baranov -ormai in esilio- per confessare peccati e segreti di quando ricopriva il fantomatico ruolo di ‘mago del Cremlino’. La narrazione si alterna tra presente e momenti passati, spezzando notevolmente il ritmo tra un racconto e l’altro, vero cuore della pellicola. L’intera logica alla base dell’incontro tra Rowland e Baranov sembra un’espediente per la risoluzione finale, non possedendo una concreta identità.
Gli scambi più riusciti tra il cronista e l’ex consigliere giungono troppo avanti nella pellicola. Una sequenza in particolare, spoglia Baranov dalla sua stoica armatura, descrivendone le sfumature dell’animo. Peccato che si arrivi a questo momento troppo tardi, rendendo impossibile una vera connessione. L’intento di raccontare il potere nella sua veste più cinica e spietata non sempre coinvolge, traducendosi spesso in discorsi non del tutto ispirati.
Le logiche di potere -colonna portante per l’opera- vengono raccontate in maniera altalenante. Con la stessa semplicità con cui appagano e costruiscono un perfetto mosaico di inumana crudeltà, ricadono in cliché visti e rivisti. Il potere nella sua forma più pura non è percettibile come dovrebbe essere, risultando spesso un concetto astratto e fugace. Una dinamica così centrale, a tratti, restituisce l’impressione di essere artificio per raccontare rapporti tra personaggi, talvolta non propriamente a fuoco.
Paul Dano brilla meno rispetto ai suoi standard. La sua interpretazione (seppur di alto livello) è a tratti piatta e distaccata, non costruendo un quadro preciso della psiche di un uomo che detiene una così ampia mole di potere. Sarebbe stato intrigante conoscerne paure e dubbi, invece, viene per lo più dipinto come un indecifrabile uomo di ferro, imperturbabile e distaccato. La sua stessa influenza sul leader sovietico convince a tratti, Baranov viene rivestito di un ruolo che di fatto le sequenze non riescono a restituire completamente. Jude Law non convince, il suo Putin non riesce a bucare lo schermo con i suoi ideali, brama di potere e mire espansionistiche.
Il presidente sovietico appare come un uomo incapace di prendere decisioni, impacciato e goffo, costruendo allo spettatore un’immagine di sé discordante rispetto alla centralità del suo ruolo. La scelta di far parlare l’inglese a tutti i personaggi, indistintamente dall’essere russi, lascia quantomeno perplessi. La pellicola (similmente al suo protagonista) insegue cecamente una magnificenza autoriale che non trova mai del tutto, intravede la strada del colossal senza mai percorrerla.
Punti di luce
Nonostante l’opera presenti molte criticità, Assayas confeziona una pellicola godibile, a tratti appagante e intrigante. La sensazione di essere coinvolti all’interno di un cruciale intrigo politico viene in parte restituita, collezionando diverse sequenze di ottima fattura. Il ritmo lento e riflessivo -a volte ridondante- enfatizza dinamiche politiche e discorsi strategici. La regia è ben riuscita. Servendosi di silenzi e pause crea l’atmosfera in maniera simile all’horror, puntando a terrorizzare concettualmente piuttosto che a livello puramente visivo. Il regista mantiene fede al libro, mutando la sua natura filosofica nella concretezza della politica sovietica di un paese in crisi.
Il mago del Cremlino, seppur ricco di criticità, offre una buona rappresentazione della Russia dei primi anni 2000, fredda e pungente come i suoi inverni.