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‘An Asian Ghost Story’: l’illusione dei confini

Una semplice storia di fantasmi: l’incipit che non ti aspetti per un documentario che spiega, dal cuore della Guerra Fredda, le contraddizioni del mondo.

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Una scena di An Asian Ghost Story Una scena di An Asian Ghost Story © Geodesic Studio

An Asian Ghost Story è un cortometraggio uscito il 27 novembre 2023, scritto e diretto dal regista Bo Wang. Una coproduzione tra Paesi Bassi e Cina, è stata presentata, tra gli altri, al Copenhagen International Documentary Film Festival e al Torino Film Festival. Il cortometraggio unisce uno stile horror e fantascientifico abbinato al genere del documentario, ed è disponibile sulla piattaforma MUBI.

Tutto nasce con una storia di fantasmi raccontata durante una pausa pranzo. Siamo in una fabbrica di parrucche a Hong Kong, nel pieno della guerra fredda. In superficie An Asian Ghost Story sembra semplicemente voler tramandare una delle tante leggende metropolitane sul paranormale tipiche della città. In realtà, dopo pochi minuti assistiamo ad una virata: il corto, infatti, scivola altrove, allargando il proprio raggio d’azione. Quella storia spiritica crea un appiglio perfetto e si rivela essere la porta d’ingresso, anzi d’uscita, verso qualcosa di molto più esteso.

Il tradimento dell’incipit

Una scena di An Asian Ghost Story Una scena di An Asian Ghost Story © Geodesic Studio

Una scena di An Asian Ghost Story Una scena di An Asian Ghost Story © Geodesic Studio

Una canzone trasmessa da una radio rotta, una parrucca che resta sospesa in aria e sotto la quale, qualche istante dopo, compare il fantasma di una donna. Questo è l’inizio di quella storia, e nei primi minuti il cortometraggio sembra voler mantenere le promesse del titolo. Poco dopo, però, arriva il cambio di registro: ci troviamo un docu-film che, comunque, non abbandona il mondo del paranormale, anzi lo usa come perno centrale su cui sviluppare messaggi e significati non proprio immediati.

Confini invalicabili ma sottili

An Asian Ghost Story, ragionando per confini e contrapposizioni, allarga sempre più il proprio raggio d’azione. Tutto nasce da quella storia apparentemente semplice narrata da un’operaia in una fabbrica di parrucche. E proprio parlando del destino del mercato di “capelli asiatici”, ostacolato da un embargo degli Stati Uniti d’America, inizia a interrogare il confine tra la vita e la morte: i capelli, diventano simbolo dell’immortalità, capaci di sopravvivere al corpo, diventano il luogo in cui l’anima resta intrappolata. Da qui un primo parallelismo tra i capelli e gli stessi spiriti da cui tutto è partito: entrambi restano come sospesi sul confine tra la vita e la morte, quasi come se fossero incapaci di oltrepassare quella soglia.

Hong Kong: la porta tra i mondi

Una scena di An Asian Ghost Story Una scena di An Asian Ghost Story © Geodesic Studio

Una scena di An Asian Ghost Story Una scena di An Asian Ghost Story © Geodesic Studio

L’immagine di Hong Kong si trasforma con il passare dei minuti. Non è solo la città che fa da sfondo al grande mercato asiatico di parrucche. Diventa uno spazio “liminale”: è una colonia britannica, al confine con la Cina comunista, e al tempo stesso diventa il passaggio verso l’insaziabile mercato occidentale. Diventa essa stesso confine e punto d’incontro tra quei due blocchi che agli occhi del mondo non possono incontrarsi: capitalismo e comunismo. Un confine gigantesco nella percezione del mondo intero, apparentemente invalicabile che, invece, si rivela essere fragile, quasi illusorio verrebbe da dire, e colmo di contraddizioni. Contraddizioni che, guarda caso, vengono al pettine proprio quando si parla del commercio di capelli “asiatici”. Un aspetto, quest’ultimo, ben spiegato da An Asian Ghost Story: l’embargo statunitense colpiva l’importazione dei capelli che provenivano da Cina, Vietnam del Nord e Corea del Nord. Un divieto netto: i due blocchi che hanno spaccato il mondo non possono permettersi il minimo punto di contatto. Ma nasce qui una domanda, tanto semplice quanto destabilizzante: in cosa, quei capelli, si differenziano dagli altri?

L’illusione del confine

La risposta a cui giunge An Asian Ghost Story è, appunto, molto semplice, sfiora quasi la banalità: non c’è alcuna differenza. Ma in che modo può, una risposta del genere, acquisire potenza depotenziando tutti quei confini di cui il mondo è invaso? Non c’è alcuna differenza ma non solo nei capelli, ma nelle persone. Perché la storia dei fantasmi imprigionati nelle parrucche non parla di tratti somatici o di appartenenze ideologiche. Parla di ciò che resta, di ciò che attraversa i confini senza poter essere fermato: l’anima.

La risposta più disarmante

An Asian Ghost Story compie così un giro largo e silenzioso. Parte da una leggenda raccontata in una fabbrica di Hong Kong, nel pieno della Guerra Fredda, e arriva a un messaggio che non viene mai proclamato apertamente, ma che si deposita lentamente nello spettatore, come un fantasma che rifiuta di scomparire. Un’iniziale leggenda metropolitana, una successiva analisi storico-sociale per guidare lo spettatore verso quel silenzioso e possente significato.

An Asian Ghost Story

  • Anno: 2023
  • Durata: 37'
  • Distribuzione: Mubi
  • Genere: Cortometraggio, docu-film, fantascienza
  • Nazionalita: Paesi Bassi, Cina
  • Regia: Bo Wang
  • Data di uscita: 27-November-2023