In un periodo storico in cui vincere la Palma d’Oro equivale a un biglietto di partecipazione alla stagione dei premi, la Berlinale conserva la sua identità unica, slegata dalla necessità di attirare sul proprio tappeto rosso i riflettori facendolo varcare dalle star di Hollywood. Nonostante il prestigio, l’Orso d’Oro è infatti un riconoscimento timido, storicamente associato ad autori che si stanno ancora affermando nel canone cinefilo contemporaneo, o che, pur avendo già tagliato questo traguardo, persistono nella costruzione di un percorso artistico destinato a viaggiare parallelamente all’interesse del pubblico generalista.
Con la sua programmazione diffusa nelle sale cinematografiche della città, non circoscritta agli spazi esclusivi (ed economicamente proibitivi) della Croisette e del Lido, la Berlinale si apre a venire vissuta con entusiasmo anche dai giovani appassionati di cinema per cui rappresenta il più importante pellegrinaggio culturale dell’anno.
Berlinale 2026 la conferenza stampa: annunciati tutti i i film nella sezione Concorso e Prospettive
Ed ecco che subentra Tricia Tuttle, direttrice artistica che l’anno scorso ha preso le redini del festival, incaricata di preservare l’integrità di questo ecosistema dopo le dimissioni del torinese Carlo Chatrian. L’infrastruttura sembra essere in buone mani; al suo primo mandato, Tuttle ha già registrato il più alto tasso di partecipazione nella storia della Berlinale – 455.000 spettatori – dato che va a braccetto con il recente successo di Ethan Hawke e Rose Byrne, protagonisti di due film selezionati da lei lo scorso anno e ora nominati ufficialmente agli Academy Awards. È la prova schiacciante che è possibile destreggiarsi tra il desiderio di aumentare la risonanza culturale di questa istituzione, e l’obiettivo di mettere il pubblico nelle condizioni di scoprire nuove voci audaci provenienti dal panorama produttivo indipendente.
Un programma all’insegna della (ri)scoperta
Tenendo a mente questa premessa, quello della 76esima edizione potrebbe apparire come un concorso che ha un disperato bisogno di venire integrato da un paio di grandi nomi sul fronte registico. Eppure, a seguito di un’analisi più accurata, risultata subito chiaro che il comitato di selezione abbia semplicemente fatto una scommessa, nel tentativo di rigettare i canoni di popolarità con cui un evento di questo calibro si confronta inevitabilmente. Ci aspetta quindi un evento improntato alla scoperta, con un totale di 28 paesi rappresentati in soli 22 film, ma soprattutto alla riscoperta, come dimostra l’inclusione di registi che si sono affermati per la prima volta nello scorso decennio, e che da allora risultano spariti dalla circolazione.
Berlinale 2026: i film da tenere d’occhio
A questo punto una domanda potrebbe sorgere; come fare ad orientarsi nel vasto mare di titoli internazionali che rappresenta la proposta della Berlinale? Che voi siate in attesa di partire alla volta di Berlino, impegnati nella costruzione del vostro personale programma, o solamente in cerca di accumulare entusiasmo per le uscite future, questo articolo fa al caso vostro. Vi proponiamo dieci titoli, appartenenti al concorso principale o alla sezione Prospettive, dall’elevata probabilità di suscitare entusiasmo!
At the Sea di Kornél Mundruczó: il riscatto di Amy Adams
Sono passati 7 anni dall’ultima volta che Amy Adams ha fatto capolino agli Oscar, occasione in cui raggiunse il totale esorbitante di 6 candidature senza vittorie. Da allora è stato un susseguirsi di progetti non all’altezza di un’attrice del suo calibro, che hanno progressivamente disilluso le aspettative di chi contava di vederla finalmente trionfare in un futuro non troppo lontano. At the Sea di Kornél Mundruczó, regista ungherese che ha già regalato a Vanessa Kirby una candidatura per Pieces of a Woman, potrebbe rappresentare la miracolosa (e ormai insperata) occasione di riscatto che i fan di Amy Adams attendevano da tempo.
La storia racconta di una donna che, dopo un percorso di riabilitazione, ritorna nella casa di famiglia sul mare a Cape Cod, dove la sobrietà la costringe ad affrontare traumi sepolti e la terrificante sensazione di smarrimento. Un filone narrativo, quello del cercare conforto nelle proprie radici per superare la dipendenza o in risposta a un evento traumatico, che negli anni abbiamo imparato a conoscere come l’incubatrice perfetta per una prova attoriale vistosa. Basti pensare a The Outrun, presentato all’edizione 2024 di Sundance, in cui un’iconica Saoirse Ronan dai capelli blu si è dovuta accontentare di una candidatura a BAFTA, o ancora a To Leslie, con cui Andrea Riseborough è riuscita ad andare fino in fondo conquistandosi un posto nella cinquina dell’Academy. Personaggi in cerca di redenzione interpretati da stelle desiderose di tornare a brillare, per cui è impossibile non fare il tifo.
Nel corso della conferenza stampa, la stessa Tricia Tuttle ha elogiato l’interpretazione di Amy Adams, non mancando di soffermarsi sul cast del film nel suo insieme come punto di forza; in particolare, ha messo tutti in guardia su Chloe East, il giovane talento che abbiamo scoperto in Heretic al fianco di Hugh Grant e Sophie Thatcher, e che è destinato un giorno a farsi conoscere dal grande pubblico.
Josephine di Beth de Araùjo: il momento di Channing Tatum
Se c’è un titolo che scalpita per venire preso sul serio, quello è Josephine. Il secondo film di Beth de Araùjo rappresenta la quota annuale proveniente da Sundance all’interno del concorso della Berlinale, un ruolo notoriamente ricoperto da progetti fortunati. Procedendo a ritroso in ordine cronologico, nelle passate tre edizioni troviamo prima Se Solo Potessi ti Prenderei a Calci e A Different Man, per cui Rose Byrne e Sebastian Stan hanno rispettivamente trionfato ai Golden Globes, e successivamente Past Lives, candidato agli Oscar come miglior film.
‘Josephine’: trama e cast del film rivelazione del Sundance
In Josephine il testimone passa in mano a Channing Tatum, che esce da un 2025 particolarmente ricco per la sua carriera. Prima è arrivato Atropia, film vincitore dell’ultima edizione del Sundance, e poi Roofman, commedia tratta da una storia vera accolta calorosamente a Toronto – dal regista di Blue Valentine e Come un Tuono. La trama racconta dell’omonima Josephine, bambina di 8 anni che assiste accidentalmente a un crimine. Spiazzata dall’improvvisa perdita di sicurezza e impotente davanti a una rabbia appena scoperta, che non riesce a comprendere appieno, il suo istinto è quello di reagire in modo aggressivo per riprendere il controllo della sua vita. Nel frattempo i genitori, il cui padre è interpretato da Channing Tatum, non sanno che pesci prendere.
Descritto come un intenso thriller psicologico confezionato meticolosamente, Josephine non è da non sottovalutare anche solo per la maestria con cui l’agente di Tatum sta selezionando ultimamente i suoi progetti. Il film ha già consumato la sua anteprima mondiale a Park City e attualmente detiene un punteggio che sfiora i 90 su Metacritic.
Rosebush Pruning di Karim Ainouz
È vero, l’Italia non gareggia quest’anno per l’Orso d’Oro, ma la sua presenza è tangibile grazie a Rosebush Pruning di Karim Ainouz. L’attesissimo nuovo film di questo regista brasiliano non solo è co-prodotto dal bel paese, ma è anche liberamente ispirato a Pugni in Tasca di Marco Bellocchio. La trama suonerà familiare a molti. In una villa spagnola, quattro fratelli americani si crogiolano nell’isolamento e nella fortuna ereditata. Questo prima che alcune verità vengano a galla, facendo si che il tessuto familiare inizi a sgretolarsi.
Lo sceneggiatore è niente meno che Efthymis Filippou, storico collaboratore di Yorgos Lanthimos e autore di tutte le sceneggiature precedenti alla transizione hollywoodiana del regista tra cui Il Sacrificio del Cervo Sacro, Dogtooth e The Lobster. Filippou ha anche firmato l’antologico ritorno alle origini Kinds of Kindness, rendendo chiaro a tutti che, se mai Lanthimos dovesse sentire nuovamente il bisogno di rifugiarsi in atmosfere destabilizzanti e morbose, è a lui che si affiderebbe. Si tratta della prima collaborazione internazionale di Filippou, che sembra aver trovato territorio fertile per la sua peculiare creatività con quello che è descritto come un thriller psicologico emotivamente intenso che scava nell’ipocrisia della borghesia. Tuttavia è il cast il vero punto di forza: Elle Fanning, fresca di candidatura all’Oscar, Pamela Anderson, Callum Turner, Riley Keough e Jamie Bell.
Karim Ainouz è conosciuto principalmente per La Vita Invisibile di Euridice Gusmao, film vincitore del premio Un Certain Regard nel 2019, con cui si è conquistato il plauso di pubblico e critica. Da allora Ainouz è tornato a Cannes diverse volte, promosso al concorso principale, ma senza la stessa fortuna; sarà interessante scoprire cosa ci aspetta da questa sua prima avventura alla Berlinale.
A New Dawn – l’animazione giapponese alla Berlinale

Yoshitoshi Shinomiya, assistente alla regia del campione di incassi Your Name, dirige il suo primo lungometraggio animato. Per la sorpresa di nessuno, le poche immagini che abbiamo a disposizione su questo progetto sono a dir poco splendide, e promettono agli appassionati del genere un banchetto a base di colori, composizioni mozzafiato e atmosfere mistiche.
Ambientato in un villaggio pittoresco del Giappone rurale, la storia segue Keitaro, che vive in una fabbrica di fuochi d’artificio in procinto di chiudere i battenti. Prima che questo accada, è però determinato a decifrare il segreto di Shuhari, un fuoco d’artificio leggendario creato dal padre prima che egli scomparisse senza lasciare traccia; Keitaro desidera farlo esplodere.
Berlinale 2026 10 film
Grandi ritorni alla Berlinale
Sono trascorsi nove anni dal Gran Premio della Giuria del regista franco-senegalese Alain Gomis, che nel 2017 si era portato a casa un Orso d’Argento per il suo Félicité. Da allora non solo è mancato alla Berlinale, ma è sparito completamente dalla scena cinematografica. Con Dao, la cui durata è stata confermata essere di ben 185 minuti, non mira di certo a far passare inosservato il suo ritorno. Il film è una doppia celebrazione della vita; da una parte un matrimonio in Francia, dall’altra una commemorazione in Guinea Bissau. Due eventi distanti nel tempo che si intrecciano organicamente con il destino di una famiglia e il patrimonio culturale che unisce questi due mondi. Sui canali del festival è stato descritto come un “perpetuo movimento circolare in grado di incorniciare la realtà”.

Scopriremo anche il secondo film di un regista che nel 2008 aveva debuttato a Sundance con Ballast, vincitore in quell’occasione del premio alla miglior regia, e successivamente pluri-nominato agli Indie Spirit Awards. Parliamo di Queen at Sea di Lance Hammer, in cui Juliette Binoche interpreta una donna che si prende cura della madre afflitta da demenza. Il film esplora il dibattito etico che ruota attorno a consenso e responsabilità, seguendo la battaglia di marito e figlia per agire nell’interesse della persona a loro più cara, destreggiandosi tra amore e fragili confini. Il direttore della fotografia Adolpho Veloso, recentemente nominato agli Oscar per Train Dreams, film per cui quest’anno ha anche vinto ai Critics Choice Awards, per l’occasione infonde Londra di una soffusa atmosfera nostalgica; non è azzardato pensare in partenza che potrebbe rivelarsi il titolo più visivamente d’impatto del concorso.

Infine, dopo il recente successo de La Sala Professori, anche il regista Iker Catak torna alla Berlinale, questa volta in concorso, per esplorare in modo complesso e creativo gli effetti dell’oppressione a carico dello stato su un matrimonio. I protagonisti del suo Yellow Letters sono Derya e Aziz, una celebre coppia di artisti turchi costretta a fare i i conti con un incidente che accade alla prima della loro opera teatrale
Prospettive – il concorso secondario

Il concorso Perspectives è equiparabile a quello che Orizzonti rappresenta nel contesto della Mostra del Cinema di Venezia, con l’eccezione che contiene solamente opere prime che appartengono al fronte narrativo fittizio. Nel corso della conferenza stampa, Tricia Tuttle ha messo freno al ritmo serrato con cui lei e i suoi due colleghi stavano annunciando i titoli di questa sezione, unicamente per evidenziare quanto fosse rimasta personalmente colpita dallo stile registico di un progetto in particolare.
“Trovo sia incredibile come esistano registi che, già al loro debutto, esercitino una tale padronanza del linguaggio cinematografico.”
Il film in questione è El Tren Fluvial (The River Train), dal duo creativo argentino composto da Lorenzo Ferro e Lucas A. Vignale. Il protagonista di questo ambizioso veicolo di innovazione visiva è Milo, un bambino di nove anni che vive in un remoto villaggio argentino. Milo è un eccellente ballerino di Malambo, una danza tradizionale locale, ma il suo unico desiderio è quello di fuggire su un treno verso gli allettanti orizzonti di Buenos Aires. Conosciamo già Lorenzo Ferro come il giovane faccino angelico protagonista di L’Angelo del Crimine, dal regista Luis Ortega, e non vediamo l’ora di assistere all’esplosione del suo estro registico.
Da Sundance a Berlino: due debutti promettenti

Nel discorso sullo stile registico è stato poi incluso Filipinana, che già dalle prime immagini che ci arrivano promette un occhio di riguardo notevole per la composizione estetica. Filipinana è il primo di due titoli targati Prospettive che arrivano da Sundance, occasione in cui pubblico e critica vi hanno già posto sopra il loro sigillo di approvazione. Il regista Rafael Manuel, allievo di Jia Zhangke, ha sviluppato questa storia a partire dal cortometraggio con cui nel 2017 vinse l’Orso d’Argento proprio alla Berlinale, manifestazione a cui questa audace satira dai colori pastello non poteva mancare di fare tappa.
Il film segue Isabel, stranamente attratta dal Dottor Palanca, presidente del country club di lusso dove lavora, tra il caldo afoso e le noiose mansione mirate ad assicurarsi che i membri abbiano sempre palline da golf a disposizione. Mentre ricostruisce un quadro violento di ciò che si cela sotto le superfici immacolate di questa realtà, si rende conto che lei e il Dottore sono collegati da una sinistro passato condiviso.

Sempre da Sundance, Take me Home, dalla regista americana Liz Sargent, motivata a raccontare gli ostacoli che lo stato impone con la burocrazia alle persone affette da disabilità. La storia è talmente personale che a interpretare la protagonista troviamo la sorella della stessa regista. Insomma, non è difficile credere che sia emotivamente devastante come le prime recensioni lo dipingono, ma è bene specificare che il film è stato elogiato anche per il suo delicato ottimismo.
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