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Trieste Film Festival

‘Stealing Land’: quando il linguaggio diventa territorio

'Stealing Land', film diretto da Žiga Virc e scritto da Iza Strehar, è in concorso nella sezione Fuori dagli sche(r)mi al Trieste Film Festival

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Stealing Land

Un cerchio disegnato sul pavimento e tutto un mondo da conquistare. Un mondo fatto di persone e sogni. E un mondo, quello riunito nel tondo disegnato dalla mano ingenua dei bambini, che si scontra, inesorabilmente, con quello costruito e visualizzato dagli adulti e dai genitori, puntellato da bandierine e rivendicazioni ideologiche. È quel mondo raccontato e riunito nell’ambientazione minimale e semplice, ma efficace e profonda di Stealing Land, il film scritto da Iza Strehar e diretto da Žiga Virc, in concorso al Trieste Film Festival nella sezione Fuori dagli sche(r)mi, la vetrina dedicata a nuove forme cinematografiche, a punti di vista sul cinema e sul mondo diversi e mai banali. Come quello di Virc sugli interni di una casa e su un universo, quello adulto, dedito e impegnato nell’educazione dei propri figli, ma che, alla fine, proprio di questo si dimentica. 

Il cerchio dell’ipocrisia

Basta disegnare un grande cerchio, dividerlo nel numero di partecipanti e assegnare una parte di terra a ciascun giocatore, che sceglie un paese da rappresentare. Il primo giocatore inizia dichiarando guerra a un altro, lanciando un sassolino nel suo territorio e scappando fino che il secondo, raccoltolo, gli incita di fermarsi e tenta di colpirlo con la pietra. Se ci riesce, vince e ha il diritto di rubare parte del territorio del perdente, cercando di tracciare i confini del suo nuovo territorio con il bastone.

È questo il gioco, “rubare la terra”, in italiano, e “Stealing Land”, in inglese, e che dà il titolo al film di Virc. Ed è proprio a causa di questo gioco, apparentemente innocente se messo in atto da bambini, che Nada e Zal, Irena e Gregor, genitori di due compagni di scuola, si ritrovano nella casa di questi ultimi per discutere del fatto che Luka, figlio dei primi, tra i tanti paesi che avrebbe potuto scegliere, ha optato per la Palestina. Un gioco che, al tavolo degli adulti, diviene specchio del mondo, delle controversie, degli scontri politici e mondiali attuali e, tra discussioni e bicchieri di vino, delle questioni del nostro tempo.

La parola come confine

Una scelta, forse innocente, di chiamarsi “Palestina”, che riflette la difficoltà da parte dei genitori di spiegare al proprio figlio cosa sia, la Palestina, se un vero paese o una “terra di giochi”, come uno dei protagonisti, indelicatamente, afferma. Osserva la difficoltà di affrontare, insieme a un bambino, il tema genocidio e apre un dibattito fatto di ideologie, pensieri e, spesso, da una parte o dall’altra, di luoghi comuni, provocazioni e scherni personali, che, facendo tappa in ogni stanza della casa, con alleanza e schieramenti che si creano e si disfano a seconda degli argomenti affrontati, rispecchia anche l’ipocrisia del ruolo genitoriale che, alla fine, viene dominato dall’ego e da discussioni su tutto, che sembra niente. Lasciando da parte, abbandonati in un letto o in una strada buia, quelli che dovrebbero essere, come inizialmente dichiarato, le proprie priorità: i figli. 

Il dominio della parola

È la parola, come Palestina a inizio film, e altrettante a seguire che portano con sé un vissuto, una storia e un immaginario, a fare da campo di battaglia, ideologico o meno, per i protagonisti. In uno spazio ristretto, a tratti claustrofobico ma funzionale alla narrazione, sono infatti le parole, e non le azioni, a guidare e a tratteggiare la storia, i conflitti e le intese che si consumano tra la cucina, il terrazzo e il salotto della casa di Irene e Gregor.

La sceneggiatura, per l’appunto, è strutturata come un crescendo verbale, in cui non esiste mai, però, un culmine, un punto di arrivo, un momento di svolta, ma ogni parola, ogni battuta, acuisce un possibile attrito e la possibile radicalizzazione delle posizioni dei personaggi, borghesi progressisti convinti della propria apertura mentale ma che, parlando, rivelano la rigidità delle proprie opinioni e la propria incapacità di ascolto. Non necessariamente legata alla geopolitica e allo scontro israelo palestinese che fanno in realtà solo da innesco iniziale, ma alla frustrazione personale di ciascuno, ai grandi temi proposti che dovrebbero essere dimostrazione della propria superiorità morale. 

Il ritmo della regia

È un clima che degenera, quello raccontato in Stealing Land, e in cui Žiga Virc adotta, nel caso di parole e stati d’animo narrati, una regia controllata e con movimenti della macchina da presa precisi, che seguono i personaggi: da inquadrature frontali e fisse a campi e controcampi sempre più serrati, man mano che la tensione cresce, senza stacchi bruschi ma con un ritmo calibrato, quasi naturale. E che sembra suggerire che non esiste un punto di osservazione neutrale, e che anche chi guarda è costretto a prendere posizione o a partecipare, consciamente o meno, al meccanismo di giudizio in atto, in una moltitudine di parole che dimostrano del fallimento del dialogo, soprattutto quando il confronto è guidato più dal bisogno di affermarsi che dalla volontà di comprendere.

Stealing Land

  • Nazionalita: Slovenia
  • Regia: Žiga Virc