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Interviews

Maja Prettner, “Woman of God”

Al Trieste Film Festival abbiamo intervistato la regista Maja Prettner, che nella sezione Wild Roses ha presentato l’intenso docufilm “Woman of God”

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Maja Prettner

In Woman of God di Maja Prettner ci sono tante dimensioni. Presentato nella meravigliosa rassegna Wild Roses del Trieste Film Festival, dedicata quest’anno alle registe slovene, è un viaggio documentario che parla della ricerca di sé e di spiritualità. Ma la religione è solo il punto di partenza per costruire un ritratto di donna, coraggiosa, volitiva, che deve affrontare scelte radicali per potersi liberare, essere se stessa, sino alla fine, fin dentro qualcosa che nessuno controlla: la malattia.

Per approfondire tutti i temi di Woman of God, e conoscere meglio la realtà del cinema sloveno, abbiamo intervistato in esclusiva la regista Maja Prettner.

Quanto è stato complicato girare Woman of God?

È il risultato di cinque anni di lavoro. Abbiamo ripreso oltre 100 ore di materiale. È stato un impegno davvero intenso. Siamo arrivati a una prima versione di 8 ore. Da 8 siamo passati a 4, poi a 3, quindi questa da 105 minuti. È stato veramente difficile decidere cosa sacrificare. Sono andata a trovare Jana, la protagonista, negli anni, tantissime volte. Ho assistito a moltissime funzioni religiose per entrare nel suo mondo di pastora luterana. In fase di montaggio ci siamo trovati con questa montagna di materiale da elaborare. Lo abbiamo diviso in sequenze. All’inizio pensavamo di realizzare un documentario solo sull’uscita di Jana dalla Chiesa. Poi abbiamo capito che la sua vita personale era, nel complesso, molto più interessante e quindi abbiamo ampliato la nostra idea. Woman of God è stato realizzato senza budget, con una cifra bassissima. L’abbiamo girato, per la maggior parte, come volontari. C’eravamo solo io e il direttore della fotografia. Mi sono occupata del suono, della regia, del montaggio (insieme a un assistente). Una piccolissima troupe che, credo, abbia reso interessante una storia molto locale.

Woman of God

Woman of God

Come nasce la tua passione per il cinema?

A 12 anni ho ricevuto la mia prima macchina fotografica. Avevo questa passione di filmare le cose intorno a me. Ho iniziato con le riprese di cose divertenti, compleanni. A 14 anni ho iniziato a lavorare in un programma radiofonico. Un’esperienza durata circa otto anni. Poi ho studiato giornalismo e ho cominciato a realizzare documentari per la televisione. Per perfezionarmi sono andata all’Accademia, dove ho studiato regia cinematografica. Il cinema l’ho sempre amato, ci andavo continuamente, pur provenendo da una cittadina davvero piccola, Murska Sobota, nel Prekmurje. Avevamo un vecchio cinema, dove difficilmente trovavi più di cinque persone a guardare i film.

C’è una qualche fase del fare cinema che ami di più: concepire l’idea, scriverla, la produzione, dirigere, il montaggio, accompagnare il film?

Penso che la parte più divertente sia girare. Stare con la protagonista della storia, vivere le cose dal vivo. Credo, invece, che il momento più estenuante sia il montaggio. Per Woman of God ci sono voluti circa due anni. Stare seduti in sala di montaggio per due anni ti esaurisce.

Vedi una qualche specificità di temi o di sguardo nel cinema sloveno?

Fino a cinque/dieci anni fa, il pubblico pensava che il cinema sloveno fosse troppo cupo. In seguito, penso che le cose siano cambiate. E che, negli ultimi anni, da quando ci sono più registe donne, sia diventato più coinvolgente. Non è un caso che al Trieste Film Festival ci sia una retrospettiva sulle autrici slovene. Abbiamo più empatia, ci piace essere più leggere quando facciamo film. Non direi, però, che ci sia una direzione specifica nel cinema sloveno. Penso sia diventato molto più europeo negli ultimi anni. E più interessante, anche per altri Paesi, di quanto non fosse prima.

Che atmosfera si vive qui al Trieste Film Festival?

È davvero molto bella. Mi piace l’atmosfera perché è rilassata, niente glamour, ma tanti bei film, con proiezioni quasi sempre esaurite. C’è un pubblico attento, appassionato.

Com’è il tuo rapporto con il cinema italiano?

Devo dire che ne ho una conoscenza piuttosto debole. Avendo studiato all’Accademia, ovviamente vieni a conoscenza delle principali correnti cinematografiche dei vari Paesi. Senti parlare di Fellini e del Neorealismo, ma se mi chiedi dei miei registi italiani viventi preferiti, devo ammettere che sono in difficoltà.

Woman of God

Woman of God

Com’è nata l’idea di Woman of God?

Avevo sentito parlare di Jana molti anni fa. È stato uno shock quando è apparsa al telegiornale perché aveva avuto una relazione con un prete cattolico, circa vent’anni fa. Questo poteva essere un argomento del film, ovviamente, ma non l’abbiamo incluso. Ne abbiamo parlato durante le riprese, avevamo del materiale filmato su questo. Comunque, questa è stata la prima volta che ho sentito parlare di lei. Jana proviene da una famiglia di pastori, lo sono sia la madre che il padre, io provengo dal suo stesso ambiente. Vivevamo nella stessa piccola città, pur non conoscendoci personalmente. Ho iniziato a fare ricerche sull’argomento e le ho proposto quest’idea: seguire il lavoro di una donna pastore. Poi, strada facendo, tutto si è fatto più grande.

Quanto è stato difficile entrare nel mondo di Jana?

È una persona molto aperta. Credo si percepisca anche nel film. Quindi non è stato problematico entrare nel suo mondo, ma, ovviamente, ci è voluto del tempo. E molta dedizione, attesa, pazienza.

Hai detto ci sono molte donne registe in Slovenia. Ci sono anche molte donne pastore?

No, in Woman of God c’è una scena in cui si riunisce tutta la comunità dei pastori di quell’area e, su circa 25 persone, c’erano 5 o 6 donne. Però possono sposarsi, avere una famiglia, un mondo completamente diverso rispetto a quello cattolico e, per questo, più interessante. C’è molta più libertà.

Chi dei due ha guidato il documentario? Tu o la protagonista?

È difficile dirlo. Perché, da un lato, è la protagonista che guida la storia. Tu la stai solo seguendo. Non puoi decidere del suo destino. Però, come regista, alla fine sei tu quella che monta il film e sceglie cosa mettere e cosa no.

C’è qualcosa di ricostruito in Woman of God o hai sempre semplicemente seguito la vita di Jana?

Tutto è reale, è davvero accaduto nella realtà.

Woman of God ha in qualche modo cambiato il tuo rapporto con la religione?

Credo di sì. Quasi ogni domenica ero in chiesa ad ascoltarla e devo dire che mi ha illuminato. In un primo montaggio c’erano molti dei suoi discorsi ai fedeli. Erano preziosi, davvero belli. Per me che provenivo da un’educazione cattolica, è stata un’esperienza importante. Quando la sentivi parlare, credevi a quello che diceva, non come certi vecchi preti cattolici che a volte blaterano solo sciocchezze. Continuamente pensavo alla differenza tra chiesa cattolica e protestante.

E che idea te ne sei fatta pensando alle differenze?

Il protestantesimo è nato con l’idea di cancellare il lusso della chiesa cattolica. Essere più modesti, perché non abbiamo bisogno di molto. L’idea era riformare la Chiesa che aveva imboccato la strada sbagliata. Alcune cose sono vere, ma ci sono sempre degli incerti confini. Alla fine, quella protestante è pur sempre un’istituzione, con una sua gerarchia e delle credenze che sono anch’esse conservatrici. Detto questo, è, sicuramente, decisamente, più aperta della chiesa cattolica.

Woman of God

Woman of God

In Woman of God c’è anche il tema degli abusi sessuali subiti dalla protagonista quando era poco più che una bambina.

Volevo che lo spettatore sapesse che lei condivideva questo trauma con noi prima ancora che con la famiglia. Ci sono molti temi nel documentario, è vero, è pieno come la vita di Jana.

Nella parte finale di Woman of God si parla anche di malattia, del cancro che Jana scopre di avere.

Sì, lei continua a non star bene. Ha superato il cancro, ma psicologicamente è molto provata. Sta lottando per sopravvivere. Io ho sempre cercato di aiutarla nel corso degli anni. Ma, alla fine, è una battaglia che uno deve combattere personalmente. Bisogna trovare la forza. Forse questo film può aiutarla. Jana era molto orgogliosa di Woman of God, le è piaciuto tanto, ma, al momento, si trova in una situazione in cui non ha un’idea precisa di cosa voglia fare della sua vita. Vorrebbe aprire un centro terapeutico, di cura per donne che hanno avuto problemi simili ai suoi, ma è dura quando non hai un euro e cerchi solo di sopravvivere. Fare altri lavori per poi magari realizzare il tuo sogno.

Guardando Woman of God, mi è sembrato che fare il pastore fosse un lavoro come gli altri, con gli stessi problemi, anche di essere sfruttato, precario, insoddisfatto. C’è anche questo tema nel film che volevi sottolineare?

Sì. La Chiesa ha avuto molto da ridire su Woman of God, ovviamente non ne è stata soddisfatta. Nessuno vuole mostrare le proprie pecore nere. Vorrebbero solo bei ritratti. Detto questo, il film non è una lotta contro la Chiesa o la religione. È solo la battaglia personale di Jana che deve combattere, come dici giustamente, come in qualsiasi altro lavoro.

Tutti i personaggi principali sono donne. È una tua visione personale come regista o è successo perché il personaggio principale è Jana?

Ci sto pensando adesso grazie alla tua domanda. Penso che ogni film ci cambi. E che in ognuno dei nostri protagonisti ci sia un pezzo di noi, probabilmente perché sei attratto da un argomento o da una persona, il che significa che probabilmente si ha qualcosa in comune. Io sono una persona religiosa e forse vedo la religione in modo simile a Jana. Non intrappolata nell’istituzione.

Ho amato le immagini dalla natura in Woman of God, soprattutto alla fine, molto in stile Terrence Malick.

Sono immagini della campagna da cui provengo, quindi mi sono particolarmente care.

Woman of God