Brat non chiede attenzione: la pretende. Presentato in anteprima italiana al Trieste Film Festival, dopo il passaggio al Festival del cinema polacco di Gdynia, Varsavia e Cottbus, il nuovo film di Maciej Sobieszczański si muove con la stessa urgenza del suo protagonista. Si tratta di un autore che da anni lavora sul conflitto tra individuo e sistema, ma che qui decide di abbassare lo sguardo: all’altezza dei ragazzi. Il film racconta il quattordicenne Dawid, judoka e primogenito costretto a diventare adulto quando il padre finisce in prigione. Non per eroismo, ma per necessità.
Sobieszczański costruisce Brat come un’opera di reazioni, più che di eventi. La trama è ridotta all’osso: una famiglia spezzata, una madre che tenta di reggere, due figli che non hanno strumenti simbolici per comprendere ciò che sta accadendo. È un cinema che rifiuta la spiegazione didascalica e lavora per accumulo emotivo, affidandosi a corpi, colori ed infine silenzi. La fotografia di Jolanta Dylewska e una regia costantemente in movimento fanno il resto.
Brat e il gesto senza colpevoli
Il telefono rubato è uno dei nodi simbolici più importanti del film. Il sospetto cade sul fratellino Michael, ma resta dubbio, non una prova. Ciò che conta non è l’atto in sé, bensì la gestione dell’oggetto. La madre decide di buttarlo quando Dawid chiede cosa intenda farne. La motivazione è disarmante:
“Perché mi vergogno.”
Quell’oggetto diventa un contenitore d’ombra, l’ammissione che una madre possa aver fallito con i propri figli. Non importa chi abbia commesso l’azione: il telefono è ormai carico di colpa, di non detto, di una responsabilità che nessuno è in grado di nominare. La madre non punisce, non indaga, non assolve, bensí rimuove. Getta via l’oggetto come si tenta di espellere un contenuto psichico troppo difficile da integrare. Non vi è debolezza morale, bensì un meccanismo di sopravvivenza. In Brat, gli adulti non falliscono perché cattivi, ma perché inermi di fronte alla complessità emotiva. E i figli ereditano questa incapacità simbolica.

Il padre in prigione: l’archetipo dell’Ombra non integrata
D’altro canto abbiamo il padre, violento, ladro, assente, che rimane comunque una presenza costante proprio perché non c’è, ma agisce. I bambini non sanno chi sia davvero. Devono fare i conti con una figura paterna che è insieme reale e mitologica, colpevole ma ancora padre.
Il film è lucidissimo su questo punto: Dawid e Michael non possono elaborare il padre perché nessuno li aiuta a nominarne la colpa. Il risultato è una scissione interna. Dawid reagisce caricandosi di responsabilità, Michael con gesti regressivi e aggressivi. Il padre diventa un buco narrativo per i figli che risucchia tutto: dalla rabbia alla paura. La stessa rabbia che poi Dawid esteriorizza durante le sue giornate, ma solamente in un momento in particolare gli è permesso. Durante i suoi combattimenti di judo.
I colori e la regia in Brat come mappe emotive
La fotografia di Jolanta Dylewska lavora per contrasti emotivi. Il momento chiave è lo scontro su quel campo rosso, ripreso dall’alto. Il rosso non invade il film, bensì irrompe. È il colore della rabbia, dell’urgenza, dell’esplosione emotiva. Come in Inside Out, dove la rabbia è rossa perché immediata ed incontenibile, qui il rosso segnala il punto in cui Dawid è costretto a tirare fuori ciò che altrove non ha il permesso di attuare.
“Il rosso non è, infatti, sola irradiazione di calore, ma «rosso» è nel contempo tutto ciò che per esperienza l’umanità è in grado di realizzare con il sangue rosso o con la rossa brace del fuoco.”
Ci ricorda la psicoterapeuta e professoressa Ingrid Riedel.
Il resto dell’opera è dominata da blu e verdi, colori del contenimento, della sospensione, della calma forzata. Sono i colori della casa, della scuola, della chiesa: spazi in cui l’emozione deve essere moderata e controllata. Il colore diventa così cartografia dell’anima del protagonista. Ed a quest’ultima si aggiunge anche la regia in costante movimento. Segue letteralmente le emozioni del protagonista. Si placa, riparte, irrompe, proprio come le emozioni che provano i due fratelli.

Parlare attraverso i gesti davanti ai non detti
I silenzi in Brat sono molto comuni, sono le azioni a parlare veramente, che per l’appunto vengono guidate dalla regia. I non detti e la difficoltà di comunicare porterà la mamma a leggere una lettera scritta da lei stessa a tavola, esprimendone così la verità che si cela dietro al loro padre e del perché si trovi in prigione. Come vediamo la comunicazione avviene solo in condizioni estreme. La madre legge, Dawid vorrebbe continuare, Michael reagisce con rifiuto. Nessuna reazione è sbagliata. Sono semplicemente inconciliabili. Da un lato l’interesse per la verità, da l’altra la possibile caduta di un mito.
Sobieszczański costruisce dunque personaggi che parlano davvero solo quando esplodono emotivamente. Prima, tutto resta compresso. È un cinema che mostra quanto la difficoltà di comunicare produca isolamento e fraintendimenti.
Brat rifiuta le etichette: non parla di famiglie “disfunzionali”, ma di persone inermi davanti alla realtà e alle loro stesse emozioni. Come dichiara Sobieszczański:
“Mi interessa la compassione, non il giudizio.”
E infatti il film non assolve, ma nemmeno condanna. Mostra.