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2000 metri ad Andriivka: a quattro anni dall’inizio della guerra, la distanza dello sguardo rischia di trasformarsi in oblio

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A quattro anni dal 24 febbraio 2022, mentre una progressiva disaffezione sembra aver avvolto il conflitto russo-ucraino, Mstyslav Chernov, con il suo nuovo documentario 2000 metri ad Andriivka, torna a interrogare chi osserva questa guerra da lontano. Dopo aver raccontato l’assedio di Mariupol in 20 giorni a Mariupol attraverso le vite dei civili intrappolati nella città, il regista sposta ora l’attenzione direttamente sulla linea del fronte.

In sala il 19, 20 e 21 gennaio,  2000 metri ad Andriivka si impone fin da subito come un promemoria brutale: ciò che, ai nostri occhi e nelle nostre menti, rischia di sbiadire non è un evento geopolitico astratto, ma corpi, volti, vite che non possono permettersi il privilegio dell’oblio.

La promessa di una svolta

Il film si concentra su un frammento della controffensiva ucraina del 2023, quella che, dopo mesi di preparativi e grandi aspettative internazionali, avrebbe dovuto imporre una svolta decisiva al conflitto. Chernov segue un plotone della 3° Brigata d’Assalto dell’esercito ucraino nella missione di riconquistare il villaggio di Andriivka, occupato dalle forze russe. A separare i soldati dall’obiettivo ci sono circa 2000 metri di foresta densamente fortificata: una distanza che, sulla carta, appare contenuta ma che, nella realtà del fronte, si dilata fino a diventare uno spazio indistinto, senza coordinate, dove avanzare significa esporsi continuamente alla morte.

Guardare oggi a quella operazione sanguinaria, conoscendone l’esito, rende tutto ancora più doloroso: dopo cinque mesi di combattimenti, nessuno degli obiettivi strategici principali della controffensiva ucraina era stato raggiunto. Andriivka, strappata alle forze russe a un prezzo altissimo, si rivela da subito una conquista fragile e precaria.

Duemila metri, infiniti metri

In 2000 metri ad Andriivka lo spazio perde ogni riferimento misurabile. I brevi intermezzi visivi che scandiscono l’avanzata, indicando la distanza dall’obiettivo – 2000, 1000, 500, 100 metri all’obiettivo – invece di orientare, accentuano il paradosso: un conto alla rovescia che sembra non arrivare mai allo zero e che, soprattutto, non conduce a un vero approdo, a un punto di arresto definitivo. I metri smettono di essere metri, il tempo si contrae e si dilata. La linearità del percorso si dissolve, la geografia smette di offrire appigli.

Quella che, nelle riprese dall’alto, realizzate con droni militari, appare come una traiettoria quasi rettilinea, immersi di nuovo nello spazio del combattimento, si spezza e si aggroviglia, diventando un campo di morte in cui l’obiettivo resta costantemente visibile e proprio per questo ancora più frustrante, sempre presente e sempre irraggiungibile. La morte è ovunque: sotto i piedi, sopra le teste, intorno, dentro.

Guardare da lontano

Per chi osserva al riparo, nel buio sicuro di una sala cinematografia, l’operazione militare sembra progressivamente perdere ogni logica: mesi di preparazione e una narrazione diffusa che lasciava intendere l’avvio di una possibile svolta, per assistere infine a una lunga sequenza di feriti e morti per la riconquista di ciò che resta di un villaggio completamente distrutto. Andriivka non è più un luogo, resta solo un nome, un segno sulla mappa, un riferimento spaziale svuotato di senso.

È in questo scarto che si insinua un interrogativo inevitabile, imbarazzato, quasi soffocato: perché? Una domanda che nasce spontanea e che porta con sé un senso di colpa, quello di chi guarda una guerra senza doverla vivere. Il film non prova a rispondere in modo rassicurante, non costruisce una retorica eroica ad effetto, nemmeno nel confronto con i soldati che sul campo mettono in gioco la propria vita ogni giorno. Mostra piuttosto la rabbia, il senso del dovere e la convinzione profonda di chi combatte, lasciando chi guarda in uno stato di spaesamento etico ed emotivo.

Stare dentro il combattimento

Chernov costruisce questa esperienza visiva attraverso un montaggio che intreccia diverse forme di ripresa: immagini girate sul campo, riprese delle bodycam dei soldati, panoramiche dall’alto che tentano invano di restituire una visione d’insieme. Il risultato non è mai spettacolare, non indulge nello splatter, ma immerge lo spettatore in una condizione di fredda prossimità e costante disorientamento.

Ci si ritrova all’interno di un automezzo blindato senza sapere davvero perché, accanto a soldati che raccontano con orgoglio di aver lasciato tutto per  arruolarsi, senza che questo orgoglio si traduca in una spiegazione chiara e consolatoria. Per lo spettatore, la consapevolezza del proprio privilegio diventa sempre più pervasiva e opprimente.

In questa sospensione del senso risiede il cuore politico e cinematografico del documentario: la guerra non è spiegabile, non è lineare, non segue le tappe ordinate del viaggio dell’eroe a cui il cinema ci ha abituati.

Decostruzione di una conquista

L’immaginario collettivo della conquista è sempre legato all’idea di fiducia, alla promessa del raggiungimento di un risultato tangibile. Ma cosa accade quando la conquista è, fin dal principio, destinata a dissolversi?

L’innalzamento della bandiera ucraina a Andriivka non genera entusiasmo, né in chi osserva né in chi compie quel gesto che dovrebbe sancire una vittoria. Anche i soldati appaiono increduli, come se intuissero che la fine di quel percorso mortale li abbia, in qualche modo, ricondotti esattamente al punto di partenza.

Il film avanza allora un’ipotesi devastante: e se questo percorso non fosse una linea, ma un cerchio? Se ogni avanzata non facesse che riportare all’inizio, consumando vite, forze, speranze? Dopo quattro anni di combattimenti, forse a fare più paura della sconfitta è proprio l’idea di una lotta senza fine.

Un film contro l’oblio

2000 metri ad Andriivka è un film crudo, perché chiede allo spettatore di restare dentro il disagio, dentro la frantumazione del senso. Ricorda che, mentre noi possiamo permetterci di dimenticare, c’è chi vive una guerra che potrebbe durare tutta la vita. Non c’è volontà di spiegare o semplificare, ma solo quella di raccontare, impedendo, così, che la guerra si trasformi in un rumore di fondo, un’immagine distante, qualcosa che non ci riguarda più.

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