Orwell 1984 è un film britannico diretto da Michael Radford (regista de Il Postino), tratto dal famoso romanzo distopico di George Orwell. Uscito nel novembre 1984, distribuito in Italia da Mikado Film, è adesso disponibile nel catalogo di Prime Video.
In una Londra distrutta e dominata dal Grande Fratello, Winston Smith (John Hurt) lavora, per conto del partito INGSOC, alla riscrittura del passato. Chiari sin da subito, emergono poco a poco tutti i suoi dubbi su quella società. Dubbi che sfoceranno con la relazione clandestina con Julia. Qui prende avvio la loro sfida al silenzio, alla sorveglianza totale, alla riscrittura della storia, al Grande Fratello.
Tutti sono sotto controllo. In ogni istante. La propaganda è sempre in atto. Ogni dettaglio risponde al sistema del Grande Fratello. La trasposizione di un romanzo come 1984 non riguarda solo l’attinenza alla trama, che è comunque presente, ma vuole costruire una resa scenica che possa restituire quell’atmosfera che si avverte nelle parole di Orwell. Restituire un mondo in cui ogni gesto, ogni sguardo, ogni pensiero vengono osservati, significa rendere quell’oppressione in immagini.
La costruzione del controllo
Orwell 1984 offre una messa in scena in cui nessun comparto è lasciato al caso. Il risultato viene ottimizzato da una Londra distopica e in rovine, cosparsa di schermi e telecamere, ma ancor più valorizzato dalle interpretazioni di tutti gli attori, comparse comprese. Emergono dallo schermo tutti i loro occhi, vero simbolo di quel profondo indottrinamento del partito socialista inglese (IngSoc, o Socing nella versione italiana). Quelle enormi adunate sono intrise di un entusiasmo urlato, esasperate da sguardi spiritati di amore per il Grande Fratello e di odio verso il nemico: chiunque esso sia. Gli sguardi si fanno poi mansueti, addirittura divertiti, quando si chiedono se hanno assistito alle esecuzioni, rese vera forma d’intrattenimento. Un clima di costante sorveglianza, di società ammaestrata, che infetta ogni cittadino e vela di odio ogni singolo sguardo.

Una scena di Orwell 1984 © Metro-Goldwin-Mayer
Gli occhi di Winston Smith
La centralità degli sguardi appena descritta contribuisce poi a far emergere gli occhi di Winston Smith. La pellicola vive sugli occhi, ancor più che sui dialoghi. E quelli del protagonista (John Hurt) spiccano perché profondamente disallineati dalla massa. Vuoti e quasi inespressivi per gran parte del film, oscillano tra il dubbio, il sospetto e la paura. Non troviamo, in quegli occhi, la minima scintilla di gioia. Winston, con titubanza, si fa trasportare da quell’entusiasmo controllato delle adunate, di cui, però, i suoi occhi sono spogli. Quella deviazione che metterà in atto è già disegnata nel suo sguardo non conforme.
I colori della corruzione
Michael Radford mette in scena la contrapposizione tra la dilagante dottrina e la sporadica deviazione dei due protagonisti. Una contrapposizione costruita anche sui binari cromatici. Da una parte quel grigio – dominante nelle rovine dell’intera capitale inglese e nel suo cielo sempre coperto – procede con il blu delle divise, creando quel mondo uniforme e sorvegliato. Dall’altra, invece, abbiamo gli attimi di evasione, con qualche punta di colore: l’acceso verde dei prati e delle colline, la piccola comparsa rossa nel trucco e nel maglione di Julia, diventano tratti distintivi del loro rinnovato desiderio di fuga e di amore.
La musica disegna il potere
Dal canto suo, la colonna sonora partecipa alla resa di quel clima oppresso. Una musica che non guida le immagini, ma si fa guidare da esse. Non le sovrasta ma serpeggia al loro servizio. Sono per lo più melodie piatte, cupe, si insinuano sotto, onnipresenti proprio come il potere del Grande Fratello. Si presentano poi con note elettrizzate per creare i contorni della resistenza, per poi, invece, innalzarsi nelle celebrazioni del partito.

Winston (John Hurt) e Julia (Suzanna Hamilton) in una scena di Orwell 1984 ©Metro-Goldwin-Mayer
Winston non è l’eroe
Winston, nel romanzo come in Orwell 1984, non è l’eroe. Il protagonista, sì, ma non l’eroe. Lo è perché, come già scritto, è centrale il suo sguardo e quindi la sua visione. Una visione che riesce a comprendere le falle del sistema. Il suo dubbio, il suo sospetto e la sua paura ne sono testimoni. Capisce queste falle e, proprio per questo, diventa esso stesso una falla del Grande Fratello. Una falla da correggere, da torturare per essere riportata sulla retta via e infine estirpata, disumanizzata: resa una non persona.
Uno sguardo interiorizzato
Orwell 1984 non si limita a tradurre in immagini l’occhio onnipresente del Grande Fratello, ma ne mostra gli effetti più profondi: ciò che quello sguardo produce nei corpi, nei volti, nella percezione stessa della realtà. Michael Radford costruisce un mondo in cui non è solo il potere a osservare, ma sono gli individui ad aver interiorizzato quello sguardo, fino a farsene portatori. Dagli occhi addomesticati di Parsons a quelli inquieti di Winston, ancora aggrappati alla memoria (“esistono, nella memoria, io le ricordo”), il film racconta una sorveglianza che non lascia vie di fuga.
Non è una visione semplice né rassicurante: si insinua lentamente e resta addosso. Disturbante, cupa, ma tremendamente necessaria. Oggi ancor di più.