Se ci si ferma un attimo a ripensare agli ultimi vent’anni, si nota qualcosa di curioso: il rapporto tra cinema, televisione e il gusto del pubblico in tema di poker sembra quasi una danza, con passi che spesso cambiano seguendo la musica delle mode. Quel boom, quello dei primi Duemila, insomma – ricordate le dirette dei tornei, vincite da capogiro, un po’ di glamour? – ha modificato (o almeno è questa l’impressione) il modo stesso in cui il gioco è stato raccontato sugli schermi.
Che sia in Italia oppure altrove, le storie costruite intorno al tavolo verde hanno finito per rincorrere il successo dell’online e il ritmo di chi – spettatore – pretendeva magari più connessione, meno cliché locali. Così l’immaginario del poker, nel giro di qualche anno, si è esteso. Film da festival, format televisivi che tentavano vie nuove, e ora pure i media digitali, sempre intenti a mescolare show, agonismo e una spruzzata di spettacolo.
Il ruolo della domanda nella trasformazione mediatica
Tornando indietro, sembra che il vero punto di svolta sia arrivato nel 2003. In quel periodo le World Series of Poker finiscono sotto i riflettori globali e, di colpo, una marea di persone – milioni? Forse anche di più – scopre il fascino del Texas Hold’em. La popolarità cresce a dismisura: soltanto negli Stati Uniti, ad esempio, le licenze per giocare online – questo almeno riportano le cifre di altenar.com – schizzano da 60 a oltre 120 in soli tre anni.
Fra 2004 e 2008, sembra che il mercato dell’online gambling abbia sfiorato volumi annuali di oltre 20 miliardi di dollari: non proprio una passeggiata. Davanti a un interesse simile, le emittenti televisive non rimangono a guardare: tornei dai montepremi altissimi diventano appuntamenti fissi, film e serie scelgono storie di chi vuole riscattarsi o trova la fortuna. Cambia il modo di raccontare, improvvisamente i dealer prendono spazio, la regia si avvicina alle mani dei giocatori, si mettono in scena personaggi sempre più tecnici, quasi specialisti. Gli spettatori, in fondo, magari non lo dicono, ma vogliono identificarsi, o almeno è quello che suggeriscono le preferenze e, guarda caso, alcuni canali arrivano persino a mostrare le fasi preliminari dei grandi eventi. Un bisogno di immersione, forse.
La spinta dei canali digitali e nuovi linguaggi
Dal 2012, qualcosa cambia ancora, specie in Italia. Le restrizioni pubblicitarie entrano in gioco, per certi versi rallentano alcune dinamiche, però la curiosità degli spettatori non si spegne, semplicemente si sposta: nuove piattaforme saltano fuori, il pubblico conduce, detta il ritmo. Saltano fuori i podcast, i format in streaming, approfondimenti sui social – e intanto tra Instagram e Twitch, sono spesso gli influencer ad aver l’ultima parola, almeno stando a quanto si vede. Secondo uno studio Asso Del Poker del 2023, la visibilità del poker online raggiunge oltre 5 milioni di utenti attivi mensili nei principali social italiani.
Attorno a questo scenario, sembra che i nuovi format preferiscano le storie lampo, le interviste rapide, le sfide a premi. Si mescolano spettacolo e spiegazione, un po’ di cronaca qua e là. Ci sono poi quei nuovi spettatori, under 30, digitali, che (per quanto si percepisce) puntano dritti sulle emozioni “instant”: non solo il risultato della mano, ma la reazione, quasi più importante del giro di carte. E quindi, ecco che le trasposizioni cinematografiche classiche scivolano ai margini, non spariscono del tutto, ma i loro elementi vincenti – tensione mentale, calcolo del rischio – vengono riadattati in corsa, si reinventano nelle nuove modalità di fruizione.
Regolamentazione e impatto sulle narrative
Tutto sommato, dal 2013 si è assistito ad un’ulteriore svolta normativa. Limitazioni più rigide: niente pubblicità dentro certe fasce orarie (dalle 7 di mattina alle 10 di sera), niente promozione di vincite facili, fuori dal palinsesto per i ragazzi. Di riflesso, autori e produttori non possono davvero ignorare il nuovo quadro e devono smussare, cambiare rotta, cercando strategie diverse nella serialità. Nella serialità e nel cinema, spesso la sceneggiatura sposta l’accento sull’intelligenza, mette in secondo piano la fortuna sfrenata.
Secondo quanto emerge dal Rapporto Casmef-UPB 2018, questa regolamentazione avrebbe probabilmente mantenuto stabile il pubblico attivo, anche se ha spinto media e contenuti a cercare vie più articolate, magari storie di crescita personale o dinamiche collettive più complesse. Nonostante tutto, il pubblico rimane cruciale: scelte, feedback, numeri di ascolto e click, sono questi i segnali che orientano quali aspetti del gioco si ritroveranno nei prodotti futuri, anche se a volte queste indicazioni non sono così lineari come sembrerebbe.
L’evoluzione dell’audience tra tradizione e innovazione
Oggi, si fa fatica a riconoscere il pubblico del poker rispetto a dieci anni fa. Dal 2015 almeno, di nuovo stando ai dati altenar.com, i giovani tra i 18 e i 34 anni sono cresciuti parecchio, attratti forse dalle app, forse da quel senso di comunità via social. Anche le fasce over 55 e la presenza femminile, seppur in misura minore, sono aumentate: esigenze narrative differenti, tensioni drammatiche che arrivano nei prodotti televisivi e cinematografici.
Non è tutto: sempre più spesso sono le community digitali ad anticipare le mode, proponendo, per esempio, videoracconti di sfide, quiz, tornei trasmessi quasi istante per istante. Gli sceneggiatori, più di prima, ascoltano, raccolgono, provano a inserire in sceneggiatura suggestioni emerse dal basso – nuove varianti di gioco, una maggiore attenzione al fair play. Questa dinamica potrebbe, ma non c’è certezza, rendere sempre più ibrida la narrazione futura: un po’ sportiva, un po’ drama sociale, a volte info-intrattenimento. Insomma, il mix non è mai lo stesso.
Un invito al gioco responsabile
Tra cinema, TV e social, il rischio di accendere entusiasmi (spesso anche eccessivi) per il poker è abbastanza concreto, ma c’è anche l’altro lato della medaglia, quello che riguarda la responsabilità di come si parla del gioco. Negli ultimi anni, tra nuove normative e un pubblico che sembra più attento ai rischi di dipendenza, si è fatti qualche passo avanti verso una maggiore consapevolezza (almeno così appare).
Scegliere, allora, format che parlino di limiti, che mostrino le buone pratiche e non solo vincite spettacolari, pare oggi quasi una necessità, non solo una scelta per chi decide di raccontare il poker. Guardare, giocare, commentare: tutto può servire per crescere, finché si resta consapevoli e, tutto sommato, si mantiene la propria libertà di scelta.