A ormai più di sette anni di distanza da Mirai, film interessante per quanto divisivo, Mamoru Hosoda, uno dei pesi massimi dell’animazione giapponese contemporanea, ha finalmente rotto il silenzio con Scarlet. Presentato sotto il peso delle aspettative alla Biennale di Venezia, ha fin da subito fatto discutere, sia nel bene che nel male. Ora in sala dal 19 Febbraio con Eagle Pictures.
Basta una veloce occhiata alla filmografia di Hosoda per rendersi conto di quanto la sua ultima fatica si differenzi, innanzitutto, in termini grafici. Eravamo infatti sempre stati abituati a uno stile vivace e piacevole, ma relegato alle forme più classiche, con film come Mirai e Summer Wars.
I trailer potevano far sorgere qualche dubbio, ma la visione li ha dissolti completamente: la grafica di Scarletè un esperimento peculiare e riuscito certamente bene. Si tratta di un connubio bilanciato tra la CGI moderna e uno stile di animazione 2D più tradizionale. Il risultato è fluido e questo valorizza particolarmente le scene d’azione, che rappresentano i momenti chiave di tutto il film.
Un altro fattore che salta all’occhio è la particolarità dei paesaggi, che spesso danno un’idea di astratto. Dato il tema del film, si rivela essere una scelta stilistica più che azzeccata e aiuta soprattutto nelle sequenze più immersive.
Questo pregio grafico potrebbe permettere a Scarletdi fregiarsi di un premio Oscar.
Idee interessanti, ma confuse
È giunta l’ora di passare al tasto dolente dell’opera di Hosoda: la trama. Anch’essa è evidentemente differente dagli altri capitoli della filmografia del regista giapponese. Dopotutto, un’ambientazione storica non la avevamo generalmente mai vista nella sua produzione, più concentrata sull’epoca moderna. Tuttavia, non è assolutamente la diversità a creare problemi, quanto invece l’ambiguità della sua esposizione.
È chiara l’idea di fondo che c’è dietro Scarlet, ma il problema è come essa viene realizzata. Temi come l’accettazione della realtà e il circolo vizioso della vendetta risultano più che evidenti nei momenti clou della pellicola, soprattutto verso la fine. Il problema è che le volte in cui sono vaghi sono molte di più rispetto a quelle in cui emergono con chiarezza. E ancora più importante è il fatto che, anche quando sono palesi, sono elaborati in una maniera alquanto discutibile.
Un worldbuilding astratto, anche troppo
Il mondo astratto in cui ha luogo buona parte della trama è il cosiddetto “mondo dei morti”. Qui la protagonista si risveglia e vaga in cerca di vendetta. Eppure, quando si è alle prese con una trama dai fondamenti tutto sommato realistici e che dovrebbero ispirare empatia, questo livello di astratto può rappresentare un intralcio.
Non aiuta il fatto che la logica pretesa dal film stesso si regga a fatica in piedi. L’idea di far incontrare un personaggio del passato con uno dell’epoca moderna nello stesso universo, se realizzata bene, può portare a spunti di riflessione piuttosto affascinanti. Il problema è come è realizzata. L’incontro tra Scarlet e Hijiri è fin troppo casuale e non aiuta il fatto che sia l’unico ad avere rilevanza in tutto il film. Il worldbuilding e la sua logica di fondo avrebbero senza ombra di dubbio giovato di una maggiore varietà di personaggi. È comprensibile volersi concentrare sui due personaggi principali, ma il modo in cui si incontrano dà fin troppo l’idea di essere forzato per risultare credibile.
Una regia indecisa
In alcuni punti del film sembra che Hosoda avesse pensato a delle scene e che fosse determinato a metterle a qualunque costo al suo interno. Un esempio lampante è rappresentato dai momenti di canto e di ballo, quasi seguendo goffamente le orme dei film Disney. Ma, se in questi ultimi sono generalmente inserite con una certa armonia, qui c’entrano ben poco e, anzi, spesso risultano in una bipolarità atmosferica che intralcia l’immersione. Le scene, se prese e analizzate singolarmente, possono risultare piacevoli e ben fatte, ma nel quadro generale di Scarletnon sono altro che un pesce fuor d’acqua.
In maniera simile, i momenti di maggiore intensità emotiva riescono effettivamente nel loro intento se presi fuori dal contesto del film. Tuttavia, analizzandoli al suo interno perdono drasticamente di impatto. Questo perché la sequenza di scena è architettata in maniera indecisa, quasi come se non si sapesse a cosa dare più importanza, quando in realtà dovrebbe essere un’ovvietà.
Si può dire che nel complesso Scarletrappresenti una visione interessante, soprattutto dal punto di vista tecnico. Tuttavia, la trama confusa e la direzione indecisa sono fin troppo impattanti per lasciare lo spettatore veramente soddisfatto. I temi ci sono, ma non sembrano considerati a dovere nemmeno dallo stesso Hosoda, che forse ha brancolato nel buio sentendo il peso di sette anni di attesa.