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Film da Vedere

Jumanji: dal classico di Van Allsburg alla saga moderna

Un rullare profondo, simile a un richiamo primordiale, sembra svegliare la stanza prima ancora che la storia abbia inizio.

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Jumanji nasce nel 1981 dalla penna di Chris Van Allsburg e subito sposta la frontiera del gioco: un tabellone che non resta sul tavolo, ma apre passaggi nella realtà e trascina chi osa tirare i dadi in un altrove popolato da animali imprevedibili, piante che aggrediscono e tempeste che non rispettano confini. L’incantesimo è elementare e spietato: la partita va finita, o il mondo intorno si piega alle sue regole. Il film del 1995, diretto da Joe Johnston, amplifica questa tensione con Alan Parrish, intrappolato da bambino e restituito adulto dopo decenni inghiottiti da una giungla che non perdona. Robin Williams imprime a quel ritorno il peso della memoria e della paura, mentre la città si trasforma in un campo di prova dove ogni mossa scatena conseguenze tangibili: branchi in fuga, cacciatori che escono dal mito, case sommerse da edere indomite. Quella pellicola vince perché porta l’avventura nel quotidiano e lo fa senza fiati superflui, con effetti che stupiscono ma non coprono il cuore della storia: la responsabilità condivisa di chi ha iniziato il gioco e deve affrontarlo fino all’ultimo tiro. Jumanji diventa così un rito: si apre con un suono ipnotico, chiede coraggio, pretende coesione. Non consola: chiama.

L’avatar come specchio e il videogioco come giungla

Quando Jumanji riemerge al cinema, sceglie un’altra pelle. In Welcome to the Jungle (2017) e The Next Level (2019), il tabellone cede il passo a una cartuccia pixelata: non un tradimento, piuttosto un adattamento dell’incanto al linguaggio del presente. Il mondo digitale qui è solo un velo: dietro l’interfaccia, la giungla resta feroce. I protagonisti entrano nel gioco e si scoprono avatar con abilità delineate e vulnerabilità affilate, un sistema di regole che funziona come lente d’ingrandimento delle identità. Il nerd diventa colosso, l’atleta si ritrova goffo, la seduzione si traduce in competenza; il corpo è uno strumento che mette a nudo il carattere. Ogni “vita” persa non è una gag, ma un conto alla rovescia che rimette al centro la posta in gioco: la capacità di cooperare, di leggere il terreno, di cambiare quando la mappa si sbriciola. La saga usa il videogioco per cartografare la crescita: il boss finale non è solo un antagonista, è la somma delle indecisioni, delle colpe non risolte, dei segreti trattenuti. Sullo sfondo, la solita domanda senza scorciatoie: come si finisce la partita insieme, quando l’istinto vorrebbe correre da soli? La serie dialoga con una cultura che ha imparato a pensare per livelli, skill e cooldown, traducendo la grammatica del gioco in narrazione: obiettivi, puzzle ambientali, compiti di squadra, cicatrici che tornano a fare male ogni volta che si riapre il checkpoint. Non c’è nostalgia sterile; c’è una continuità di tema che passa dal legno inciso al codice, con la stessa suggestione: il gioco come varco, la sfida come verità.

Dalla pagina allo schermo e oltre

L’eco di Jumanji non si esaurisce nelle sale. La sua idea di avventura invasiva ha contagiato altri media: videogiochi ufficiali su console e PC che portano la cooperazione al centro, con missioni in ambienti ostili, compassi puntati su luoghi senza strade e nemici che puniscono l’improvvisazione. La dinamica resta riconoscibile: squadra, ruoli complementari, imprevisti che spezzano la ripetizione, obiettivi che si conquistano un passo oltre la comfort zone. A rendere Jumanji resistente al tempo è la precisione del meccanismo narrativo: una promessa chiara, una minaccia concreta, una regola che fa da faro e da vincolo – si va avanti fino alla fine. La riconoscibilità del marchio ha spinto l’immaginario anche fuori dai confini dell’avventura tradizionale, arrivando a ispirare una slot machine che sfrutta il fascino del richiamo della giungla e dell’imprevedibilità di ogni giro. Eppure, ciò che resta, oltre l’estetica, è un motore tematico che lavora in profondità: l’ignoto che entra nel familiare, la partita che chiede responsabilità, la trasformazione che non avviene in stanze ordinate ma tra ruggiti e piogge improvvise.

Che si tratti di carta, celluloide o pixel, Jumanji mantiene la sua promessa: aprire un varco, costringere lo sguardo a reggere la vertigine, ricordare che la fine non è un premio ma un approdo guadagnato. La giungla non è un luogo geografico: è il momento in cui il gioco smette di essere intrattenimento e diventa prova, e la prova si fa racconto da portare a casa solo quando il tamburo tace.