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‘Punti Nascosti’, intervista a Beatrice Baldacci

Un cortometraggio che si sviluppa a partire da testimonianze reali, nato all'interno del progetto “(IN)dipendenza Economica”

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Punti Nascosti

Punti Nascosti, cortometraggio diretto da Beatrice Baldacci e proiettato in anteprima al Giffoni Film Festival 2025, è stato presentato al cinema in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Il film nasce all’interno del progetto (IN)dipendenza Economica, un’iniziativa di Giffoni Innovation Hub e UniCredit, in collaborazione con Telefono Rosa Piemonte e Caritas Italiana. Di seguito la recensione del film e l’intervista alla regista.

Punti Nascosti la trama

Clara (Paola Sotgiu) è rimasta vedova all’età di settantacinque anni. Nel silenzio della casa vuota affiora il paesaggio sonoro della sua memoria: una voce maschile – “non devi preoccuparti di niente, a te ci penso io”, “se hai bisogno di soldi me lo dici e vedo io quello che serve, lascia fare a me”, “te l’ho detto mille volte, queste cose non sono per te”, “vedi che faccio bene a decidere tutto io?” – si sovrappone al vociare dei bambini e al rintocco delle campane. Poi, nello studio del marito, tra fascicoli segnati da etichette inderogabili come “personale” e “non toccare”, la si vede prendere una cartella catalogata come “soldi e spese Clara”.

In contrasto con la freddezza dell’archivio di suo marito – tra pratiche ingrigite e cartelle polverose ordinate metodicamente – la scatola dei cimeli di Clara conserva invece il calore dei ricordi e, forse, di aspirazioni mai realizzate. Tra cartoline e vecchie fotografie riemerge un vestito sgualcito, dagli orli scuciti, che Clara porterà nella sartoria di Anna (Rose Aste), con il desiderio di poterlo indossare ancora.

Anna svolge la maggior parte del lavoro in sartoria, ma non ha accesso alla cassa, che il suo compagno (Cosimo Desii) chiude a chiave ogni volta che si allontana. È sottoposta a turni che le sottraggono tempo e libertà. La sua situazione mostra come certi retaggi culturali retrogradi continuino ad agire ancora oggi, anche in circostanze che sembrano molto diverse da quelle del passato.

Una violenza stratificata

In alcuni contesti storici e culturali, infatti, era l’uomo a gestire le risorse economiche mentre alla donna veniva imposto il ruolo domestico. Anna, pur essendo la principale fonte di reddito, si ritrova comunque subordinata all’autorità economica del compagno. Non dispone nemmeno di quel margine decisionale minimo che, all’interno di quei modelli più retrogradi, passava dal controllo dello spazio domestico: la maggior parte del suo tempo è assorbita da mansioni di fatto domestiche, svolte in un contesto che però è, formalmente, quello lavorativo. È un personaggio emblematico, che racconta come la violenza economica possa manifestarsi in forme stratificate, dissimulate e difficili da riconoscere. Spesso, talmente radicate e normalizzate da risultare quasi impercettibili.

Clara, che in sé ha imparato a riconoscere le stesse dinamiche, sceglie di avvicinarsi a lei. Non con l’intenzione di “salvarla”, ma nel tentativo di restituirle un respiro, attraverso una vicinanza emotiva possibile soltanto perché, per prima, ha potuto riappropriarsi della sua indipendenza, seppur nel contesto difficile di un lutto. Clara e Anna danno voce alle donne vittime di violenza economica in un cortometraggio che si sviluppa a partire da testimonianze reali, dove gesti minimi, dettagli apparentemente irrilevanti e silenzi ricostruiscono il vissuto delle protagoniste, ora rivolte verso l’imprescindibile diritto all’autodeterminazione.

Punti Nascosti sarà portato in oltre seicento scuole superiori, negli ITS e nelle Università in cui UniCredit è presente con il programma Start Up Your Life della Banking Academy, con l’obiettivo di sensibilizzare le nuove generazioni affinché riescano a riconoscere e contrastare attivamente anche le forme di violenza più inavvertibili.

Beatrice Baldacci racconta la realizzazione di Punti Nascosti

Punti Nascosti nasce all’interno del progetto (IN)dipendenza Economica. Cosa vi ha spinto a raccontare proprio la storia di queste due donne, Clara e Anna?

Con Giulia Brunamonti, la sceneggiatrice, ci siamo confrontate su come fosse più opportuno raccontare un tema complesso come questo, e volevamo farlo in maniera intergenerazionale, mostrando diverse sfaccettature della violenza economica. Così è nata l’idea di inserire una donna più anziana, che si trova alle prese con un lato economico della vita di cui non si era mai occupata, e una donna più giovane, che subisce un altro tipo di violenza, quella legata allo sfruttamento del lavoro.

Tra loro c’è uno scarto di età e condizioni di vita differenti, comprese quelle economiche.

Non si tratta tanto di condizioni economiche differenti quanto di due momenti di vita molto diversi. Per Clara è il momento in cui si riappropria della sua indipendenza economica, dopo la morte del marito. Per Anna, invece, l’indipendenza non c’è ancora, né a livello economico né in termini di libertà o tempo. La cosa che a me più premeva era non dipingere uno scenario di vittime e salvatori, ma indagare il concetto di sorellanza: essere riconosciuta e trovare nello sguardo dell’altro qualcuno che riconosce il problema che stai vivendo, senza tentare di salvarti, ma semplicemente stando accanto a te.

Ho apprezzato che il messaggio arrivi attraverso il silenzio. In alcune scene, dove ci si aspetterebbe un dialogo tra le protagoniste, la comunicazione avviene invece tramite gesti e sguardi.

Sì, in generale, quando affronto un racconto cinematografico, apprezzo molto il silenzio e la gestualità. Anche in questo caso ho preferito far passare tutto attraverso l’intesa dei gesti e degli sguardi, un collegamento emotivo, piuttosto che spiegare tutto a livello di dialogo. Penso che in situazioni di grande difficoltà sia più importante sentire la vicinanza emotiva di qualcuno che ti comprende, piuttosto che ricevere consigli, lezioni o spiegazioni razionali.

Ci sono state scene che in fase di scrittura prevedevano un dialogo, ma che poi sono state eliminate durante la realizzazione?

Essendo un lavoro su commissione [finanziato interamente da UniCredit], durante la scrittura e poi nel montaggio c’è stato un confronto costante per trovare un equilibrio tra il rendere alcune parti più esplicite attraverso il dialogo e quanto invece lasciare al sottotesto, alle immagini e alla regia. Qualcosa è stato tagliato, c’erano alcune parti in più. Ma il risultato è frutto di una collaborazione, ed è importante che il contributo di tutti sia riconosciuto.

Nel film la violenza economica si manifesta in modi diversi: in Clara attraversa l’ambiente domestico, mentre Anna subisce una violenza più stratificata, che coinvolge anche il contesto lavorativo.

Prima di iniziare a scrivere, Giffoni Innovation Hub aveva aperto una call per raccogliere in forma anonima esperienze di chi aveva subito o osservato violenza economica. Ci siamo confrontati anche con centri antiviolenza, che ci hanno raccontato diversi casi. Questo grande lavoro di ricerca ci ha permesso di comprendere più a fondo il tema e di capire che la violenza economica non ha a che fare banalmente solo col denaro ma può manifestarsi anche sul lavoro, per esempio.

Ci sono arrivate tante testimonianze di donne che avevano lavorato per anni nelle attività, per esempio nel bar del marito, spesso in nero, e che dopo una separazione si ritrovavano senza niente. Per me era importante approfondire questi diversi aspetti della violenza economica, perché è un tema conosciuto ma non ancora riconosciuto. Identificare determinati comportamenti come violenza economica non è facile. Era fondamentale far capire il tema a fondo, così che chi guarda il film possa riconoscersi in queste dinamiche e dire: “Ok, sono in questa situazione”.

Il film verrà presentato in oltre 600 scuole. Che tipo di riflessione speri che possa suscitare tra gli studenti?

Questo coinvolgimento delle scuole, secondo me, è il lato più bello del lavoro che abbiamo fatto. Le scuole sono davvero tante ed è anche un’occasione per parlare di educazione di genere, in senso generale. Nello specifico, credo che ci sia grande bisogno sia di educazione alla parità di genere sia di educazione finanziaria, perché non se ne fa quasi per niente. Spero che possa esserci un momento di riflessione, ma anche una spinta a identificare una situazione e a chiamarla con il suo nome, soprattutto quando si tratta di violenza. Riconoscere certi comportamenti come una forma di violenza è il primo passo per poter agire, altrimenti si rimane nell’indifferenza e nell’impotenza.

Il titolo Punti Nascosti suggerisce qualcosa che sfugge allo sguardo.

Sì, abbiamo scelto questo titolo proprio perché il film parla di una forma di violenza piuttosto invisibile, anche un po’ subdola. È difficile riconoscerne i segni, non solo dall’interno, ma soprattutto dall’esterno. Dalla ricerca è emerso come questa sia una delle prime forme di violenza che, purtroppo, sfocia anche in altre forme di violenza di genere. È tutto strettamente collegato.

Come avete lavorato con gli interpreti? Il fatto di avere in scena un uomo e due donne di età ed esperienze diverse ha portato contributi o punti di vista che non erano previsti in fase di scrittura?

Sicuramente sì. Il corto si è arricchito di tre visioni ed esperienze di vita molto diverse. Paola è stata fondamentale perché ha portato un vissuto importante, maturato anche in un’altra epoca rispetto a Rose, che è molto più giovane. Questo confronto ci è servito soprattutto durante le prove, quando abbiamo lavorato sul copione aggiustando alcune scene e alcuni comportamenti. Con Cosimo, invece, il lavoro è stato giocato sull’ambiguità. Come scelta registica per me era importante mettere al centro la vittima e lasciare il carnefice un po’ più nell’ombra. Spesso, purtroppo, al centro della narrazione di film su questi temi finisce per essere messo al centro più il carnefice che chi invece subisce.

Nella scena iniziale, quando Clara ha un momento di introspezione e sta ricordando, si sentono delle voci maschili sovrapposte a risate di bambini e al suono delle campane. Gli stessi elementi ritornano poi nella scena finale al mare, ma senza le voci maschili. Che significato ha questo percorso sonoro?

Con Isabella Guglielmi, la montatrice, avevamo proprio questa suggestione: volevamo inserire questa costruzione sonora fatta di ricordi, di momenti dell’infanzia. Le campane richiamano un matrimonio, e l’idea era suggerire un mondo interiore attraverso il suono, lo stesso mondo che lavora dentro Clara. All’inizio e alla fine ritorna lo stesso “sapore”, ma in forma diversa. Per quanto riguarda le voci, c’è stato un grande dibattito aperto per tutto il montaggio. Alla fine, sono state inserite soprattutto per rendere il tema un po’ più esplicito.

Il cortometraggio fa parte di un percorso più ampio? Avete in mente altri progetti simili?

Sul tema della violenza economica è stato realizzato solo questo cortometraggio. Giffoni Innovation Hub ogni anno affronta diverse tematiche sociali attraverso vari progetti, ma non so dire se siano previsti altri lavori legati nello specifico alla violenza di genere. Sul tema della violenza economica di genere, Punti Nascosti resta l’unico.

E tu, come regista, stai lavorando a un nuovo film o c’è un’idea che sta iniziando a prendere forma?

Sì, sto scrivendo il mio secondo lungometraggio, tratto un libro. Siamo ancora in fase di scrittura e vediamo come andrà.

Punti Nascosti

  • Anno: 2025
  • Durata: 14'55''
  • Distribuzione: Pathos Distribution
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Beatrice Baldacci
  • Data di uscita: 25-November-2025