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‘Sound of Falling’: intervista a Mascha Schilinski

In arrivo nei cinema italiani dal 26 febbraio.

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La regista tedesca Mascha Schilinski è giunta nella città della Mole Antonelliana per presentare il suo nuovo film: Sound of Falling. L’opera è il secondo lungometraggio di Schilinski, dopo Dark Blue Girl, ed è stata proiettata nella sezione Fuori Concorso del Torino Film Festival, dove è stato accolto con grande entusiasmo da parte del pubblico. Abbiamo deciso, quindi, di discuterne assieme.

Dopo essere stato presentato in concorso a Cannes 2025, il film è stato selezionato dalla Germania come candidato all’Oscar 2026 per il Miglior Film Internazionale.

Sound of Falling arriverà nei cinema italiani a partire dal 26 febbraio, distribuito da I Wonder Pictures.

Leggi la recensione di Sound of Falling.

Sound of Falling: la trama

L’opera illustra la vita di quattro ragazze ‒ Alma, Erika, Angelika e Lenka ‒, che trascorrono la propria giovinezza nella stessa fattoria nel nord della Germania, ma in momenti diversi. Mentre la casa evolve nel corso di un secolo, gli echi del passato risuonano continuamente all’interno delle sue mura. Sebbene separate dal tempo, le loro vite inizieranno a rispecchiarsi l’una nell’altra.

Lo status delle donne nel corso di un secolo

Le tue protagoniste vivono la propria condizione femminile in maniera differente, anche in base all’epoca in cui vivono. Come hai lavorato alla rappresentazione del loro essere donna nei diversi contesti storici e personali?

Credo che tutte le mie protagoniste siano, in modi diversi, donne sottomesse al tempo in cui vivono. I costumi, le norme sociali, le convenzioni dell’epoca agiscono direttamente su di loro, modellando i loro comportamenti e il loro modo di percepirsi. Trovo interessante come tutto questo resti “inciso” nel corpo, quasi fosse un’eredità che si tramanda da una generazione all’altra.

Con il passare dei decenni, la condizione femminile è certamente migliorata, almeno sotto il profilo sociale e legislativo. Tuttavia, molte dinamiche persistono, soprattutto nel modo in cui le donne vengono guardate dagli uomini. Il film, in un certo senso, offre una retrospettiva di cento anni sul tema dello sguardo maschile: mostra come le figure femminili siano state costantemente “spogliate” con gli occhi, in maniera simbolica ma molto concreta.

Un frame del film

La morte: emancipazione o via di fuga?

In Sound of Falling ciascuna protagonista si confronta con la morte, che assume forme e significati diversi. Come viene percepita da ciascuna di loro e in che modo questa presenza influenza la loro vita?

Nel film esistono diverse “forme” di donna, e ognuna rimanda, in un modo o nell’altro, alla morte. È un tema che le attraversa tutte. Come dicevo, queste donne vivono in epoche che impongono loro regole rigide, e ciò che le accomuna è il desiderio di liberarsi da questa prigione sociale. Per molte di loro, l’idea della morte diventa la chiave più accessibile alla libertà: un pensiero estremo, ma percepito come infallibile. Per un certo periodo storico, la morte non è stata soltanto un’idea astratta, ma una risposta concreta.

Il fil rouge del mio lungometraggio è proprio l’ossessione femminile per questo tema e il modo in cui il rapporto con la morte si trasforma nel corso di un secolo. Nel 1910, ad esempio, la piccola Alma la vive come parte della quotidianità: la morte è presente all’interno della sua casa. Con il passare del tempo, invece, diventa qualcosa da rimuovere, da cui distanziarsi; scompare dalle abitazioni e dall’esperienza diretta.

In un certo senso, le donne del film sembrano “flirtare” con la morte: vivono una continua ambivalenza tra il desiderio di emancipazione e l’attrazione verso quell’unica via di fuga che ritengono possibile.

Il ruolo del silenzio

All’interno dell’opera c’è anche una forte dimensione di attesa e di silenzio. Qual è il ruolo di questi elementi?

Nel film, i dialoghi sono quasi del tutto assenti. Durante le prove, mi sono resa conto che, dopo ore di lavoro, ero quasi sempre io a leggere le indicazioni. Il silenzio è diventato un elemento dominante, necessario per costruire l’atmosfera che desideravo.

Per me il silenzio è memoria ‒ una memoria che non passa soltanto dalle parole, ma da un clima emotivo, da una sensazione che ogni personaggio porta con sé. È per questo che, in quest’opera, il silenzio ha un ruolo centrale.

In particolare, mi piace pensare ai bambini come piccoli detective: attraversano le varie scene a caccia di ciò che non viene detto. C’è quasi una dimensione “allucinatoria”, una ricerca costante di significati nascosti.
Per quanto riguarda l’attesa, non l’ho mai percepita direttamente come tale, ma piuttosto come un lungo processo di sopportazione: un tempo sospeso in cui i personaggi devono restare dentro ciò che li opprime.

Il film è caratterizzato non solo dai silenzi, ma anche dalla massiccia presenza di immagini cupe

Il lavoro con gli attori più piccoli

Come hai lavorato con le attrici, grandi e piccole?

Ho avuto la possibilità di preparare il film in maniera molto accurata. Per quanto riguarda i bambini, sentivo la necessità di stimoli nuovi e autentici. Volevo che la loro recitazione fosse il più spontanea possibile. Per questo motivo, avevo inventato con loro piccoli rituali che li aiutassero a entrare e a uscire dal loro personaggio. Con Alma, la protagonista, facevo una sorta di “doccia” immaginaria: un gesto simbolico che le permetteva di lasciare alle spalle Hannah ‒ il suo nome reale ‒ per diventare Alma.

Ricordo che un fine settimana la bambina doveva tornare a casa, distante quattro o cinque ore di macchina. A metà viaggio, ha pregato la madre di tornare indietro sul set: diceva che la regista (cioè io) si era dimenticata di farle la doccia immaginaria e che non poteva, per questo, uscire dal personaggio.
All’inizio gli attori più esperti erano un po’ scettici a riguardo, ma alla fine hanno visto che la cosa funzionava sorprendentemente bene.

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