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Jean – Pierre e Luc Dardenne e il realismo intenso
Addosso alle immagini
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19 ore agoon
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Luca BoveGiovani madri è il tredicesimo film di finzione scritto e diretto da Jean-Pierre e Luc Dardenne, al cinema distribuito da Bim Distribuzione e Lucky Red. Il film è stato presentato in anteprima mondiale nel maggio del 2025 al Festival di Cannes, dove si è aggiudicato il Premio per la Miglior Sceneggiatura.
«Qui psicologhe, educatrici, operatrici socio-sanitarie, dottoresse e infermiere aiutano le giovanissime mamme, spesso con compagni latitanti o immaturi, e con difficili situazioni familiari alle spalle, sostenendole nella gestazione e nel parto, insegnando loro a gestire i propri figli neonati e stando loro accanto nella difficile scelta, fatta da alcune, di optare per un eventuale affidamento o adozione a coppie adulte e stabili.»
Pierre e Luc Dardenne tornano al cinema con Giovani madri
Con questo film i fratelli Dardenne ribadiscono l’interesse per il cinema del sociale, realizzando un film di resilienza, con protagoniste delle giovanissime mamme e i loro bambini. A questi ultimi Jean–Pierre e Luc Dardenne rivolgono il loro sguardo colmo di speranza per un futuro diverso, lontano dall’emergenza sociale di tossicodipendenza, abbandoni e maltrattamenti. I bambini, come avviene per tutti i loro personaggi, sono persone e non personaggi, esistenze catturate in un frammento – in questo caso – di frammenti di vita reale.
Un film che, come sottolinea Elisabetta Colla nella sua recensione per Taxidrivers, «i due registi belgi ritrovano un’ispirazione corale ed autentica, dove le ragazze interpretano se stesse e le immagini ‘rubate’ alle loro storie, che compongono poco a poco la vita di queste madri e dei loro figli, si alternano con grande fluidità e dinamismo, come la vita che scorre, fra sconfitte, frustrazioni e piccole vittorie, cadute e atti di resistenza.»
In queste parole intravediamo la cifra stilistica e tematica tipica dei fratelli Dardenne. Giovani madri è l’ultimo tassello di una filmografia che, film dopo film, si è nutrita della realtà, della cronaca di gente delle periferie. Donne, uomini e bambini dimenticati, invisibili catturati nel frangente in cui rivendicano la propria identità.
La casa famiglia
Con i loro film, più che mai con Giovani madri, i Dardenne danno voce alla necessità umana di conquistare uno spazio, un ruolo nella società. E ancora una volta lo fanno narrando una storia che nasce dal basso dalla disperazione che urla e si innalza, senza clamore, a speranza, per poi allontanarsi dalla rappresentazione cinematografica e tornare alla vita reale, così come è nata.
In questo loro ultimo lavoro, interpretato da quasi tutti attori non professionisti, Jean-Pierre e Luc Dardenne ripropongono temi, figure e circostanze a loro cari. Si inizia dal ricorso alla casa famiglia, una costante nel cinema dei fratelli cineasti. Il figlio, Il ragazzo con la bicicletta, L’età giovane e Tori e Lokita sono tutti film in cui la casa famiglia torna come luogo che, a un certo punto, ospita i giovani protagonisti alla ricerca di una speranza.
È senza dubbio un riconoscimento dei Dardenne, attenti al sociale, all’assistenza fornita dallo Stato belga ai bisognosi. Un riferimento a uno spazio d’assistenza reale, coerente nelle storie esposte nei loro film che i fratelli registi riescono ad assimilare in maniera suggestiva, facendole diventare una prerogativa della loro poetica. Gli Istituiti di accoglienza rappresentano l’alternativa, un rifugio sicuro, dalla disperazione vissuta.
Dio è morto
Una possibilità di riscatto che non viene mai imposta, piuttosto suggerita come speranza, un’alternativa che può essere accettata o rifiutata, che rammenta, laicamente, il libero arbitrio biblico che ci porta ad affrontare l’attrazione (istintiva) di Jean-Pierre e Luc Dardenne provata nei confronti dei temi religiosi, nonostante il loro ateismo.
“Ci sazieremmo del cuore della nostra realtà. Dio è morto. Il posto è vuoto. Soprattutto, non occuparlo.”
Da questo piccolo appunto di Luc si intuisce l’intenzione di un pensiero che va oltre i dogmi religiosi. Luc, e suo fratello Jean-Pierre, non hanno bisogno di appartenere a un credo preciso, oppure da un’altra prospettiva, abbracciano ogni religione e questo pensiero viene travasato nel loro cinema che trova forza nell’incontro con l’altro e nell’amare il prossimo.
“Cosa vuol dire amare il prossimo come se stessi? Non fare del male all’altro. Perché pensare che sia più importante, che siamo più felici non facendo del male all’altro anziché facendolo? È un interrogativo essenziale per la cultura umana.”
Questa vocazione religiosa, seppur laica, non è passata certo inosservata nel corso della carriera dei due fratelli. Non per caso i film dei Dardenne sono stati spesso premiati dalle giurie ecumeniche di molti festival. È il caso di Due giorni, una notte, dove l’idea del prossimo si accompagna alla necessità del lavoro. Nello stesso film, inoltre, troviamo un sentore di pentimento che si rafforza nei successivi La ragazza senza nome e ne Il matrimonio di Lorna.
La speranza e l’illusione della vita
E in questo ultimo lavoro, dal pentimento della protagonista che dà il titolo al film (nella forma originale Il silenzio di Lorna), Jean-Pierre e Luc Dardenne costruiscono una serie di circostanze e immagini di forte impatto spirituale, questa volta – di matrice cristiana – la scelta è più culturale che religiosa.
La protagonista del film, interpretata da Arta Dobroshi, è albanese. Per ottenere la cittadinanza belga si sposa con un tossicodipendente. Una volta raggiunto il suo scopo, per rispettare un accordo con dei delinquenti, suo marito deve essere eliminato. È in questa circostanza che Lorna sente il peso del pentimento.
Spera e prova a salvare la vita del malcapitato, ma riesce solo a farci l’amore. Un amplesso che è mostrato come un disperato abbraccio tra disperazione e speranza. La donna, sbagliando, crede di essere rimasta incinta, le analisi dimostrano il contrario. Lei continua a pensare di portare nel suo grembo una nuova vita. Significativo è il finale del film, quando Lorna si rifugia in una piccola casetta di legno nel bel mezzo di una radura. Qui si raggomitola su se stessa, proteggendo la sua creatura, figlio di un povero Dio. Ma è una pura illusione, Dio è morto e l’essere umano è solo.
Il cinema sociale e intenso
Il fascino spirituale vissuto dai Dardenne influenza l’attività da cineasti al punto che l’etichetta di cinema sociale, attribuita ai loro film diventa davvero riduttiva.
“Dire che il nostro cinema è sociale è come dire che Delitto e castigo è innanzitutto un romanzo sulle condizioni sociali della vita degli studenti russi dell’Ottocento.”
Il sociale e il fatto di cronaca rappresentano il punto di partenza inalienabile della loro attività di registi e sceneggiatori, ma non si esauriscono come mera trasposizione cinematografica delle realtà emergenziali. Quello dei fratelli Dardenne è, senza ombra di dubbio, uno stile realista che, obbligatoriamente, necessità di un aggettivo: intenso.
Già nei lavori documentaristi, realizzati dal 1978 fino al 1983, Jean-Pierre e Luc Dardenne manifestano l’interesse per il sociale, dando voce alle lotte degli operai della loro città, sede di tantissime fabbriche nel settore siderurgico.
Con il passaggio al cinema di finzione (Falsch del 1987, un film poco riuscito, dedicato a una famiglia ebrea divisa a causa dell’antisemitismo) l’interesse per il sociale resta e si estende. Si nutre di quel profondo spiritualismo universale. Così il loro cinema realista e sociale diventa intenso, toccando le note più acute dell’animo umano. Acquista vigore, con emozioni, dolore e amore, proponendo interrogativi sull’esistenza umana e il suo incontro con l’altro, che diventa occasione di conoscersi e riconoscerci.
Addosso alle immagini
“La vocazione del cinema è captare lo sguardo umano, quello in cui possiamo leggere, il desiderio dell’omicidio e il suo divieto.”
Questa è la poetica di Jean-Pierre e Luc Dardenne, coerente e mai macchinosa. Scorre fluida, attraverso una scrittura e uno stile che non lasciano spazio alla spettacolarità, alla trovata o all’immagine a effetto. I due fratelli non sono mai caduti nella tentazione di sedurre lo spettatore con un finto splendore, preferendo restituire il ritmo, il colore e il suono della vita reale che, nel bene e nel male, scorre senza interruzioni.
Così i loro film non hanno bisogno di essere introdotti da estabilshing, non ci sono mai inquadrature ampie, la macchina da presa è immediatamente sul protagonista e la narrazione entra subito nel vivo.
A tal proposito è obbligo citare un’opera diaristica che porta la firma di Luc Dardenne, pubblicata in Italia con l’indovinato titolo di Addosso alle immagini. Il volume, a cura di Stefania Ricciardi, «è un racconto appassionato e appassionante del processo creativo dei due cineasti belgi, non rappresenta il backstage, non ci porta dietro le quinte, ma dentro i film, quando tutto è in definire.»
Il corpo che vibra sullo schermo
Addosso alle immagini come il cinema dei fratelli Dardenne, che sempre iniziano i loro film ponendo la macchina da presa addosso ai protagonisti. Più che una cifra stilista, è una dichiarazione d’intenti che, dalla mera scelta tecnica si traduce in una volontà esplicita di comunicare l’emozione di un corpo, di una persona che lotta con e contro la vita per essere riconosciuta.
“Per noi è fondamentale che appaia il corpo, che lo spettatore lo senta vivo. Non sono la pelle e la sua grana che ci interessano, ma l’affiorare del corpo invisibile nel corpo invisibile.”
È questa una caratteristica del cinema di Jean-Pierre e Luc Dardenne che rende i loro film riconoscibili dalla prima immagine. Un marchio di autorialità in sintonia con le storie narrate e la loro idea di cinema. Una scelta mutuata dal Neorealismo, tanto amato dai due fratelli che si appropriano dell’idea del pedinamento di Cesare Zavattini. I fratelli cineasti, però, vanno oltre, o meglio adattano la prassi di Zavattini alle loro esigenze che va ben oltre la riproducibilità della realtà. La dimensione del reale resta irrinunciabile, ma è solo un punto di partenza, per poi penetrare nello spirito dei personaggi, che loro abilmente rendono persone.
Un cinema sociale e poetico
E allora il pedinamento diventa simbiosi. La macchina da presa cattura il corpo che respira sullo schermo, per cogliere quel fatidico incontro con l’altro, che per le storie dei Dardenne è riconoscere il sé, sulla scia dell’idea del filosofo Emmanuel Lévinas, di cui Luc, come rammenta nel suo diario, è grande estimatore.
“Lévinas ha scritto che l’etica è un’ottica, ottica del volto, rapporto di sguardi che l’immagine si proibisce di idolatrare riducendola a una forma plastica. Il volto umano come prima parola, come prima istanza”.
Certo questa scelta stilistica di porre la macchina da presa sui personaggi è stata perfezionata nel tempo. Se infatti in Rosetta, Palma d’Oro a Cannes nel 1999, la simbiosi tra macchina da presa e la protagonista ha un taglio da reportage, con un uso forse eccessivo della macchina a spalla, successivamente i movimenti diventano più armonici e meno frenetici, ideali per un cinema sociale, ma sempre placidamente poetico, anche nella disperazione.
Una ricerca e uno studio fatto soprattutto sul campo hanno reso lo stile registico di Jean-Pierre e Luc Dardenne uno strumento potente ed efficace per veicolare al meglio le loro riflessioni sul cinema stesso, ma soprattutto sul mondo, visto che la maggior parte dei loro film nascono da fatti di cronaca.
Questo particolare e originale uso della macchina da presa è accompagnato dal modo di organizzare l’intreccio che segue sempre la linea del tempo, un flusso di micro eventi che si succedono con naturalezza. Una scrittura (in questo caso ereditata dal cinema di Robert Bresson) che imita la vita che inesorabilmente avanza e ci trascina con essa. Questa scorre silenziosa, senza rumore, anche quando c’è da mostrare un evento tragico.
“Noi filmiamo gli alberi che cadono […] Un albero la cui caduta non ha nulla di spettacolare, il cui rumore si fa sentire nel silenzio della foresta. Impossibile dimenticarlo. Impossibile farlo tacere.”
Rosetta
È con Rosetta che Jean-Pierre e Luc Dardenne, dopo aver realizzato diversi documentari mai distribuiti fuori dal Belgio, riescono a farsi conoscere al mondo intero. Il film, che segue i primi tre lungometraggi di finzione (Falsch, Je pense a vous e La Promesse), oltre a giudicarsi la Palma d’Oro al Festival di Cannes, viene premiato per la Miglior interpretazione femminile.
Rosetta, che non è ancora maggiorenne, si deve occupare della madre alcolizzata con cui vive in una roulotte in un camping ai margini del bosco. Licenziata dalla fabbrica dove era stata assunta per un periodo di prova, conosce un ragazzo che lavora in un chiosco dove si vendono cialde. Rosetta viene assunta e finalmente ha anche un amico. Dopo poco, però, viene di nuovo licenziata e decide di lasciare la mamma da sola e trasferirsi con il suo amico. La ricerca del lavoro continua a tormentarla.
Con questo film i fratelli Dardenne danno voce alle persone tormentate dalla ricerca affannata di trovare un lavoro. Una ricerca forsennata quella della giovane protagonista, interpretata da Emilie Dequenne, che attraverso l’incontro con il suo inaspettato amico riconosce la sua debolezza e la sua forza. Con questo film i registi affrontano il tema del lavoro, costante del loro cinema.
Il figlio
Presentato in concorso al 55° Festival di Cannes, Il figlio riceve una menzione speciale della giuria ecumenica e Oliver Gourment riceve il premio come Miglior interprete maschile.
In un istituto per il recupero dei ragazzini usciti dal riformatorio, l’educatore Olivier accoglie con inquietudine il sedicenne Francis, assegnato alla falegnameria. L’uomo lo spia stringe con lui un rapporto di vicinanza, poi ne parla all’ex moglie e tutto diventa drammaticamente chiaro.
È ne Il figlio che probabilmente emerge più potentemente l’influenza di Levinas. L’incontro del protagonista con il giovane che ha ammazzato suo figlio. Uno scambio di sguardi con cui due forze opposte – l’una per l’omicidio e l’altra per escludere a prescindere l’uccisione –, secondo quella particolare volontà spirituale dei due fratelli, si scontrano.
L’Enfant – Una storia d’amore
Sempre a Cannes, Jean-Pierre e Luc Dardenne presentano, nel 2005, L’Enfant – Una storia d’amore, vincitore della loro seconda Palma d’Oro.
Bruno, vent’anni, e Sonia, diciotto. Dalla loro relazione nasce un bambino, Jimmy, che Bruno riconosce. Ma Bruno vive di furti che compie con la collaborazione di un ragazzino. Bruno crede di amare Sonia ma è privo di sentimenti paterni. Approfittando di un’ora in cui Jimmy è affidato a lui, va a venderlo.
E in questo film si palesa quell’uso particolare della macchina da presa di cui si accennava prima. I due registi belgi “si mettono addosso” ai giovanissimi protagonisti, catturando la loro disperazione, e la propria speranza. Almeno quella di Sonia, nutrita attraverso il suo bambino.
Il matrimonio di Lorna
Nel 2008, i fratelli Dardenne scrivono e dirigono Il matrimonio di Lorna, premiato al Festival di Cannes come Miglior sceneggiatura.
Per diventare proprietaria di uno snack bar insieme al suo fidanzato, Lorna, una giovane albanese che vive in Belgio, diventa complice del diabolico piano del gangster Fabio che ha organizzato un matrimonio fasullo per lei con Claudy, per farle così ottenere la cittadinanza belga e poter poi sposare un mafioso russo per soldi. Per arrivare al secondo matrimonio e al bottino, è necessario perciò uccidere Claudy.
“Credo che abbiamo trovato la storia della donna albanese: Il titolo sarebbe: Il segreto di Lorna. Lei sa che il tossico deve morire per overdose, chiede ai suoi amici della mala di non ucciderlo, […] lo ama, non è mai stato così innamorata. Anche lui ama lei”.
Da questo appunto, che porta la data del 13 aprile del 2006, scritto da Luc e pubblicato in Addosso le immagini, appendiamo come nasce la trama de Il matrimonio di Lorna (titolo della distribuzione in Italia), poi evoluta e modificata in alcuni parti durante la realizzazione. Fondamentale è il punto centrale del film, la sua idea principale: le forze contrapposte, tra il bene e il male. Il desiderio di emergere, di accumulare soldi per il proprio avvenire, si scontra con quel senso spirituale di non commettere del male.
Il ragazzo con la bicicletta
Un altro successo al Festival di Cannes i fratelli Dardenne lo ottengono con Il ragazzo con la bicicletta, che si aggiudica il Grand Prix Speciale della Giuria.
Cyril ha quasi dodici anni e una sola idea fissa: ritrovare il padre che lo ha lasciato temporaneamente in un centro di accoglienza per l’infanzia. Incontra per caso Samantha che ha un negozio da parrucchiera e che accetta di tenerlo con sé durante i fine settimana. Cyril non è del tutto consapevole dell’affetto di Samantha, un affetto di cui ha però un disperato bisogno per placare la sua rabbia.
Questo è uno dei film in cui viene rappresentato un luogo d’assistenza per i minori, in questo caso Cyril (Thomas Doret), il giovanissimo protagonista. La macchina da presa è in perenne simbiosi con il bambino che, con la sua bicicletta, inizialmente venduta dal padre e poi riacquistata dalla premurosa Samantha, è sempre in giro a fare qualcosa, fissandosi con l’obiettivo di riavvicinarsi al padre.
Desiderio più che naturale per un bambino, ma impossibile da realizzare, visto che il padre ha deciso di rifarsi una vita, lontano da suo figlio. Per Cyril, fortunatamente, c’è Samantha (Cecilia de France) che si ritrova davanti a una fatidica scelta: il bambino o il suo compagno. Un conflitto interiore, che conferma la vocazione intimistica, in chiave sociale del cinema dei fratelli Dardenne.
Due giorni, una notte
Con Due giorni, una notte, Jean-Pierre e Luc Dardenne per la prima volta – e per il momento l’unica – si ritrovano a dirigere un’attrice di caratura internazionale come Marion Cotillard.
Sandra ha solo un fine settimana per riuscire a convincere i suoi colleghi a rinunciare ai propri bonus per consentirle di continuare a lavorare.
“Sul quotidiano Le Monde (16/04/09), c’è un articolo su un nuovo reality show americano che mette in scena i lavoratori di una piccola azienda che, d’intesa con il loro capo, devono decidere il licenziamento di uno (o più) di loro. Questo reality si chiama Someone’s Gotta Go. Situazione che rievoca quella della nostra sceneggiatura Due giorni, una notte. Una situazione che mira a sfruttare la concorrenza degli individui, la loro paura di finire designati come vittime per sfociare nell’apoteosi finale: il sacrificio di uno di loro.“
Sono queste le parole di Luc scritte nel suo diario che dimostrano come il cinema dei due fratelli belgi sia aderente alla realtà sociale che li circonda. Le stesse parole sono anche l’ennesima conferma di come Jean-Pierre e Luc riescono a trarre moralità da fatti sostanzialmente quotidiani, riconducibili alla cronaca della gente comune.
“La vita spirituale è essenzialmente vita morale e il suo luogo privilegiato è l’economia.”
La ragazza senza nome
Nel 2016, i fratelli Dardenne presentano al Festival di Cannes La ragazza senza nome, con protagonista Adèle Haenel.
Jenny è una giovane dottoressa e lavora nel suo laboratorio di periferia, dove esercita la professione di medico condotto. Una sera, un’ora dopo la chiusura, qualcuno suona al campanello e Jenny decide di non aprire. La mattina seguente, la polizia chiede di visionare le registrazioni della videosorveglianza del suo laboratorio, perché è stato ritrovato il cadavere di una giovane donna. È la donna che Jenny non ha fatto entrare nel suo laboratorio.
In questo film i Dardenne fanno confluire gran parte della loro poetica. La forza motrice della narrazione è il pentimento di Jenny per non aver aperto il suo laboratorio a quella ragazza, poi ritrovata morta. Un semplice gesto avrebbe potuto salvare una vita. È il pentimento che agisce sull’esistenza di Jenny che la spinge a mettersi alla ricerca del nome della ragazza e far luce sulla sua morte. In questo modo si sviluppa indirettamente quella costante del cinema dei fratelli belgi fondata sulla necessità di rendere visibile l’invisibile.
Ma non finisce qui. Ne La ragazza senza nome agisce anche la vocazione di esporre l’esigenza dei lavoratori. Una donna, medico rappresenta una nuova forma di operaio, non nella sua forma originaria, ma riconducibile a un proletariato intellettuale.
“Compaiono nuovi soggetti che non sono ricchi, che vivono tra enormi difficoltà, ma che effettivamente pensano in modo diverso dai lavoratori manuali di una volta, di cinquant’anni fa. Sì, è vero, è un nuovo proletariato, una nuova classe sociale che lavora in contesti in cui il cervello deve funzionare parecchio, perché si tratta di persone che discutono, che analizzano, che sono, direi, più autonome, a volte anche più individualiste, ma questa è ancora un’altra cosa…”
L’età giovane
Il Premio per la miglior regia al Festival di Cannes 2019 viene assegnato a Jean-Pierre e Luc Dardenne per L’età giovane.
Ahmed ha 13 anni ed è entrato nella spirale dell’integralismo musulmano grazie all’indottrinamento di un imam che, tra le altre cose, gli ripete che la sua insegnante di lingua araba, anch’essa musulmana, è un’apostata. Ahmed che venera un cugino martire dell’Islam, decide allora di procedere autonomamente e di passare all’azione nei suoi confronti.
Come scrive Margherita Fratantonio nella sua recensione, con questo film Jean-Pierre e Luc Dardenne «confermano ancora una loro particolarità: quella di rispettare tempi lunghi per lavori meditati, attenti, sia nella scrittura che nella regia. Il titolo francese, Le jeune Ahmed, vuole sottolineare, sì, l’età acerba del protagonista, ma anche il suo nome, perché in effetti Ahmed è sempre al centro della scena, fin dalle prime inquadrature. I fratelli Dardenne, lo sappiamo, amano lavorare con soggetti adolescenti o giovanissimi, ma in questo caso era quasi obbligatorio farlo. Si parla di fanatismo religioso e l’età così bassa di Ahmed lascia spazio alla speranza di un ripensamento, anche se per tutto il racconto di aperture sembra non ce ne siano.»
Tori e Lokita
Al 75esimo Festival di Cannes, i fratelli Dardenne presentano Tori e Lokita, un film che usa il tema dell’immigrazione come un pretesto per raccontare una bellissima e struggente storia di amicizia tra un bambino e una giovanissima donna.
Un bambino e una ragazza adolescente hanno affrontato da soli un difficile viaggio per lasciare l’Africa e arrivare in Belgio. Qui, possono fare affidamento solo sulla loro profonda amicizia contro le difficoltà dell’esilio.
È una forte amicizia che lega Tori e Lokita. I due si vogliono talmente bene che si credono fratello e sorella e così fanno credere alle autorità belghe per ottenere i documenti e lavorare legalmente nel Paese. Documenti che riconoscono un’identità, quella che i due giovanissimi inseguono per tutto il tempo del film. Un riconoscimento che permetterebbe entrambi di vivere con i guadagni del lavoro, ma allo stesso tempo per rivendicare la loro esistenza.
I finali di Jean-Pierre e Luc Dardenne
In questa filmografia di Jean-Pierre e Luc Dardenne sono emerse diverse costanti del loro cinema. Non un unico fil rouge che collega film a film, ma una serie di interconnessioni tematiche, poetiche e stilistiche che rendono uniche le loro opere cinematografiche. Alcuni di questi elementi, che per certi versi possiamo definire delle vere ossessioni, si sono ampliati ed evoluti nel tempo, come il tema del lavoro, del conflitto interiore tra bene e male e quella ricerca affannata nell’affermare il proprio sé. Ma probabilmente ciò che rende unici i film dei Dardenne sono i finali.
Quasi tutti i loro film non hanno una chiusura definitiva, per certi versi si potrebbero definire aperti, e lo sono senza dubbio, ma c’è molto di più. Jean-Pierre e Luc non costruiscono finali, eppure non fanno altro che restituire alla vita l’esistenza dei personaggi, o meglio delle persone che hanno mostrato e raccontato.
L’esempio ideale è il finale de Il ragazzo con la bicicletta che congeda il pubblico dopo che il suo giovane protagonista cade da un albero perché colpito con un sasso da un suo coetaneo. Cyril è creduto morto, dopo poco si alza, monta sul sellino della sua bicicletta e va via. A questo punto il film potrebbe continuare, esponendo le ragione dell’altro ragazzo che lo ha colpito, ma i Dardenne decidono di restituire il protagonista alla sua vita, che continua la sua esistenza fuori dallo schermo e dentro la mente dello spettatore. Così facendo il loro cinema non fa altro che imitare il flusso continua dell’esistenza umana.