Conversation
‘Eva’ Conversazione con Emanuela Rossi
In anteprima nel concorso principale del Torino Film Festival 2025
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2 giorni agoon
Presentato in anteprima nel concorso principale del Torino Film Festival 2025 Eva di Emanuela Rossi riprende i temi di Buio amplificandone la portata con una storia che affronta alcune delle nostre paure più grandi. Di Eva e della sua interprete Carol Duarte abbiamo parlato con Emanuela Rossi.
Eva di Emanuela Rossi
Come Buio anche Eva è un altro film bello e coraggioso. Tu sei una a cui piacciono le sfide, come aprire la storia con una sequenza che rinuncia alla narrazione a favore della metafora. La luce del fuoco che squarcia l’oscurità della notte rende bene il senso delle azioni compiute dalla protagonista decisa a portare a galla ciò che gli altri non vedono o di cui non si accorgono più.
Beh, in realtà più che rinunciare alla narrazione è un’anticipazione, però come spesso succede il senso profondo di una sequenza viene fuori senza averci pensato prima. Quello che dici è comunque coerente con il modo in cui la storia si è fatta strada dentro di me, attraverso immagini che gli altri facevano fatica a capire e che, invece, a me apparivano chiarissime: una trama visiva, che poi io ho cucito insieme creando una storia.
Del resto la gestazione di Eva è avvenuta nel periodo della pandemia quindi non potevo partorire una storia tranquilla. Inoltre avevo cambiato casa da poco ed ero andata ad abitare sotto al Bambin Gesù di Roma. Non è stato facile abituarsi al passaggio davanti casa mia dei piccoli pazienti ricoverati. Da qui l’idea di bambini in pericolo e di un personaggio che pensasse di fare qualcosa per loro. Addirittura di salvarli.
Nella sua diversità Eva sembra essere girato in continuità con il tuo primo film. È come se il tema dell’inquinamento ambientale sommato a quello del dolore insito nel rapporto tra genitori e figli trovassero qui ulteriore profondità e nuovi punti di vista.
Da quando è nata mia figlia il tema ambientale per me è diventato un’urgenza. Rispetto a Buio Eva passa da dinamiche soprattutto familiari a dinamiche più sociali, più collettive, rispecchiando il sentimento di pericolo generale a cui noi tutti stiamo andando incontro.
La natura
A legare questi temi è il fatto che inquinare la natura equivale a non dare un futuro ai nostri figli.
Il punto è la cecità. Nel film c’è qualcuno che è stato cieco e sordo e poi alla fine ha capito, ma era tardi. Anzi, forse non ha nemmeno capito. Perché in fondo del problema ambientale importa poco a tutti, tanto meno al cinema d’autore che lo considera una cosa da disaster movie, un tema di serie B rispetto ad amore, crisi di coppia e altro. Chissà perché. Per me è forse il più grande problema del nostro tempo. Ripeto ancora una volta una parola: cecità.
Una cecità che richiama il senso della scena iniziale.
Proprio così, ma anche una delle scene finali, quella della luce blu in carcere si collega a una illuminazione. Ma a quel punto non basta più il fuoco. Ci vogliono luci speciali. Del resto in quel momento Eva si rende conto di non potercela fare a sostenere il peso della verità e per questo cerca aiuto all’esterno rivolgendosi a quelle che potrebbero essere delle entità superiori. Dopo il deragliamento della coscienza è lì che ritrova una possibile pace.
Il personaggio di Eva raccontato da Emanuela Rossi
Il personaggio di Eva è avvolto nel mistero. Quello che sappiamo lo ricaviamo da elementi accessori al racconto e per esempio dalla mitologia che ne accompagna la sua epifania. Il fatto di mostrarla nei boschi e vicino a zone lacustri e nei boschi ne fanno una sorta di ninfa, divinità benevola che protegge e rappresenta la natura.
Si tratta di scelte volute che mi servivano per immaginare il suo percorso di rinascita. Ho sempre pensato che Eva in qualche modo fosse morta per poi risuscitare a nuova vita, quella che poi trova immergendosi nell’ambiente naturale.
La seconda sequenza del film, quella in cui la mdp si sposta dal cielo fino all’acqua della cascata collegandosi al personaggio di Eva presente nella scena precedente rende bene il senso di immersione nella natura. In qualche modo lo è anche lo spettatore che, immerso nell’azzurro dell’elemento naturale, sembra trovare un ristoro rispetto alla drammaticità di quell’inizio.
Sono contenta che la sequenza ti sia arrivata così. Di certo per scriverla ho usato più i sensi che il cervello. Forse a guidarmi è stato un bisogno di immergermi io stessa in quel laghetto, di scappare da un periodo non facile come quello della pandemia. Dopo l’incendio c’era bisogno di un po’ di pace.
Eva è attraversato da due sguardi. Il primo è interno alla storia ed è quello della polizia e dei genitori dei bambini rapiti che considerano Eva un mostro. L’altro è quello di Eva capace di ribaltare i fatti assegnando a essi un valore positivo.
Eva è in assoluta buonafede, è una Giovanna d’Arco 2.0 che deve compiere una grande missione, quella di sottrarre i bambini a un destino infausto. Io non la perdono né la giustifico, però va detto che molti di quelli che hanno visto il film sono rimasti sorpresi dal fatto di empatizzare con Eva, che per certi versi potremmo definire una serial killer.
Certo è che fino all’ultimo è impossibile scindere realtà e immaginazione e quindi capire quanto di quello che succede ad Eva sia reale o frutto della sua fantasia.
Beh certo. Mentre scrivevo la sceneggiatura a tratti avevo il dubbio su cosa era vero o no. Non ci capivo più niente. La tecnica del rovesciamento è un modo di fare thriller non usuale in Italia, mentre è molto presente ad esempio nel cinema americano. Confesso che non è stato facile portare la sceneggiatura in quella direzione nella sceneggiatura.
Il montaggio
Alimenti il mistero della protagonista attraverso un montaggio ellittico e con una narrazione poetica in cui i fatti sono ricostruiti con una sorta di realismo magico. Le modalità di messa in scena dei rapimenti rispondono a un principio poetico e non a una messa in scena naturalistica.
Come potevo raccontare in modo realistico questa storia? Sarebbe stata troppo drammatica, insostenibile. Del resto anche in Buio c’era un terribile dolore, ma non c’è mai bruttezza perché è qualcosa che io rifiuto da sempre. Questo non ha nulla a che fare (spero) con un estetismo stupido, ma piuttosto con il mio modo di essere. Il mio primo corto ad esempio, Il bambino di Carla, era girato alla periferia di Roma – un posto molto difficile – ma io ne esaltavo la bellezza, l’architettura. Forse è un bisogno mio che mi spinge a una compassione, ad aggiustare le cose che non vanno. Ultimamente i film tendono a non scegliere storie dolorose forse per paura di turbare. Io accetto di farlo, ma omettendo il lato più laido.
Come in Buio anche Eva racconta un argomento così doloroso la cui visione poteva risultare sopportabile solo attraverso una trasfigurazione poetica.
Speriamo.
Il montaggio ellittico e la forma poetica hanno anche il pregio di coinvolgere lo spettatore lasciando alla sua immaginazione il compito di riempire i vuoti narrativi. Anche il ritratto di Eva è realizzato in maniera tale da non influenzare il giudizio dello spettatore nei suoi confronti.
Uno potrebbe dire che rinuncio a guidare lo spettatore dentro il film ma non è così. In realtà Eva ha dei momenti in cui sembra del tutto consapevole della realtà ed altri in cui se ne allontana ma questo non basta per considerarla una folle. Io lascio libero lo spettatore di pensarla o giudicarla come meglio crede. Del resto chi sa quale è la verità? Per quanto ne so io lei potrebbe addirittura aver incontrato gli alieni. L’unica cosa che voglio è che non venga considerata solo matta. Liquidare il tutto come la storia di una folle è ignorare la gravità delle cose che l’hanno fatta impazzire.
Alcuni elementi
Ci sono dei particolari che aiutano lo spettatore a farsi un’idea sull’identità di Eva. Mi viene in mente il costume da bagno color oro e la blusa fosforescente che indossa, con i colori viola e blu che negli anni ’70/’80 erano quelli in cui al cinema e in televisione identificavano gli extraterrestri. In effetti Eva potrebbe essere una donna venuta da un altro pianeta.
Dovevo pur seminare degli indizi, dei dubbi sulla natura di questo personaggio e ho pensato che uno poteva farle indossare dei vestiti strani, un po’ da Spazio 1999. Cioè il mio immaginario di bambina sugli alieni.
Eva si muove come un animale nella foresta ed è praticamente nuda con vestiti – magliette scollate e minigonna – che, lasciando scoperto la maggior parte del corpo, evidenziano il bisogno di compenetrarsi con l’ambiente naturale rifuggendo la cosiddetta civiltà.
Del resto è un po’ come se stesse cambiando pelle. Se noti nella sequenza in cui sembra buttarsi dentro le cascate indossa questo abito con delle simil scaglie che rimandano a una mutazione. Sui vestiti in generale con la costumista Carola Fenocchio abbiamo fatto un grande lavoro pensando sempre a quali fossero più adatti a ricostruire l’identità del personaggio.
L’interprete
Carol Duarte dona a Eva mistero e fascino. Se ti ricordi prima che tu girassi avevamo parlato delle attrici anche importanti che avrebbero potuto interpretarla. Ci eravamo detti anche alcuni nomi ma quello della Duarte non era mai stato fatto. Penso che averla scelta sia stato un vero e proprio colpo di genio.
A un certo punto ho capito che avevo bisogno di una donna altra, diversa, aliena, che viene da lontano. Chi meglio di una che viene dall’altra parte del mondo, dal Brasile?
Come sei arrivata a lei?
Quando stavo in Umbria per cercare delle location ho scoperto che la location manager aveva il suo numero di telefono e l’ho chiamata. Così, senza intermediari. Lei ha voluto vedere Buio e leggere la sceneggiatura di Eva, e le sono piaciuti molto, ma c’era un problema: non ci saremmo potute incontrare prima del film perché lei era impegnata in una tournée teatrale in Brasile. A quel punto io e Claudio Corbucci (produttore del film, ndr) siamo andati a San Paolo per incontrarla e da lì è nata la nostra collaborazione.
Carol non è mai stata filmata nel modo in cui l’hai fatto tu, mettendone in evidenza il suo fisico pazzesco.
Beh, lei stessa è stata spiazzata da alcune mie scelte. Di solito viene utilizzata come attrice in modo diverso. In La vita invisibile di Euridice Gusmao e ne La chimera, non viene fuori il suo glamour, la sua bellezza quasi da modella. Ma io ne avevo bisogno. Anche per lei è stata una sfida.
La sua è una bellezza non canonica ed è questo a renderla misteriosa e sfuggente come le è richiesto dal suo personaggio.
Ti ringrazio per quello che dici. Come dici tu le indicazioni che le davo erano quelle di muoversi in maniera sfuggente, essendo braccata.
La tua direzione la fa stare sempre in bilico tra dolcezza e alterità. Quello che ne deriva è un personaggio separato dal resto del mondo.
Io spesso mi sento così, mi sento d’altrove. Ho trasferito a lei tante cose mie.
Emanuela Rossi e Carol Duarte
Dopo La vita invisibile di Euridice Gusmao Carol Duarte è diventata una delle mie attrici di riferimento. A te che l’hai diretta chiedo che tipo di attrice è?
Prima di tutto è una donna molto intelligente. Questo ha fatto nascere una bella intesa. Poi è una che ha una solida preparazione accademica alle spalle. Certo, aveva un’idea leggermente diversa del personaggio. Pensava a una donna più dura ed era scettica nei confronti di certe sue morbidezze. Poi era un po’ timorosa sul lato sexy di Eva. Penso per esempio alla scena in cui la protagonista seduce il personaggio interpretato da Edoardo Pesce, con modi da vera dark lady. Non aveva mai fatto scene del genere e temeva di non essere credibile, invece è fantastica. Tutto questo le ha permesso di tirare fuori parti di sé che non sapeva di avere.
E poi c’è stato tutto il rapporto con i bambini, che certo era delicato. Non poteva sembrare un’orchessa, quindi serviva dolcezza.
Nei panni del commissario anche Antonio Gerardi è bravo nel rendere il misto di rabbia e sgomento che si prova stando davanti a un personaggio come Eva. Il suo sguardo in macchina all’inizio del film è davvero penetrante.
A lui ha fatto piacere partecipare al film perché si è sentito un vero personaggio e non un carattere, come gli capita di solito. Pensa che la prima volta che ci siamo parlati lui mi ha confessato che come padre non pensava di riuscire a sostenere la drammaticità della storia. Gli pareva impossibile rimanere calmo di fronte a una persona come Eva alla quale avrebbe volentieri spaccato la faccia.
Rispetto alla sceneggiatura quanto l’avete seguita e quanto l’avete lasciata andare?
Carol parla benissimo l’italiano, ma chiederle di improvvisare era davvero troppo. A me come sai piace lavorare sull’improvvisazione ma qui non è stato possibile. Quindi abbiamo cercato di operare all’interno di questi limiti trovando modi di approfondire il personaggio rimanendo fedeli alla scrittura.
La fotografia
Il film è pieno di immagini belle e significative. Penso per esempio al campo lungo sulle api che Eva scaccia dal campo di girasoli. A quella come alle altre hai lavorato con un grande direttore della fotografia come Luca Bigazzi.
Girare con Luca Bigazzi è stato un onore insperato. Quando gli ho proposto la sceneggiatura ero sicura che dicesse di no, invece mi ha detto di voler fare il film. Lui non ha voluto parlare molto prima, diceva che sarebbe stato il film stesso a suggerirci la strada da prendere. E così è stato. Però ha accettato la mia reference visiva che era Stoker di Park Chan Wook. Per lui deve essere stato buffo lavorare con me: gli ho imposto cose folli, tipo lavorare con api vere. Abbiamo foto di entrambi che giriamo con la tuta da apicoltore. Poi mi ha aiutato a costruire una Umbria diversa, quasi onirica. Qualcuno ha detto che sembra quasi americana.
Infatti come in Buio qui il paesaggio è costruito cercando di eliminare ogni riferimento geografico e toponomastico nell’intento di corrispondere all’universalità della storia.
All’inizio Luca non era convinto di questa scelta. Poi ovviamente essendo un grande maestro mi ha aiutato a perseguire la mia idea visiva, costruendo quello che in fondo è un’Umbria inventata, un paesaggio dell’anima.
Sai già quando uscirà il film?
Quando troveremo una distribuzione. Siamo nelle mani degli alieni.