Torino Film Festival
‘The clown of Gaza’: il cinema della testimonianza
La vita di un uomo e le sue difficoltà in un mondo ridotto in frantumi
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3 giorni agoon
The clown of Gaza del regista Abdulrahman Sabbah è stato presentato in concorso al Torino Film Festival, nella sezione Documentari. Il lungometraggio vuole dichiaratamente essere atto di testimonianza della devastazione e del dolore del popolo palestinese. Soprattutto, intende divenire uno strumento per dare voce a chi non ne ha, a chi è stato silenziato, a chi si è sentito invisibile.
Il documentario è stato girato a Gaza, da un regista palestinese, residente in Gaza, nei giorni più difficili dell’assedio da parte dello Stato di Israele. Le riprese, per ovvi motivi legati a difficoltà di natura tecnica, come la temporanea assenza di elettricità, non sono state sempre possibili. La genesi del lungometraggio, dunque, è stata travagliata, ma proprio per questo motivo il lavoro è opera più che preziosa: si potrebbe definire come un seme di speranza, che è bene diffondere e rendere visibile.
Ossimoro narrativo: il sorriso protagonista
Alloush, protagonista del documentario, di mestiere fa il clown. Viene talvolta chiamato affettuosamente dai bambini con i quali lavora “zio Alloush”. È un uomo che è solito portare gioia, felicità e sorrisi ovunque vada, anche di fronte a tante difficoltà. Ha lavorato in ospedale, in zone povere della città, e in campi profughi. Le difficoltà non sono solo esterne a lui, ma anche intrinseche: l’uomo è affetto da nanismo. Alloush ha una famiglia numerosa, ed è molto amorevole nei confronti dei suoi figli. È solito guardare al mondo con lo stesso sorriso che mostra e si dipinge sul volto quando deve lavorare.
Vive a Gaza, che da ormai due anni è sotto assedio. Alloush con la sua famiglia ha dovuto trasferirsi fuori città, e ha vissuto quindici mesi in una tenda. Nonostante ciò, non ha mai smesso di fare il suo lavoro. Con il sostegno della sua famiglia, si è creato ex novo degli abiti, si è truccato, vestito, ed ha indossato il suo sorriso migliore. Ha camminato sulle macerie di edifici crollati, di scuole distrutte, di strade dissestate, per portare leggerezza e spensieratezza.
Il sorriso di Alloush, il suo naso rosso, il viso colorato stridono con la devastazione e la morte che lo circondano, sebbene l’effetto non sia quello di ribaltamento del senso del reale: la morte rimane morte. Anzi, diviene più evidente il dolore di chi la vede, la vive, ne è vittima. La regia di Abdulrahman Sabbah non ha l’obiettivo di sdrammatizzare una situazione umana già di per sé estrema, ma solo di mostrarla. Fotografarla, inquadrarla, osservarla. Al fine di restituirla al pubblico come esempio di testimonianza di ciò che è, e non di ciò che viene detto che sia.
L’assenza di colonna sonora
The clown of Gaza è privo di colonna sonora. Quasi non ce ne si accorge, se ogni tanto non sopravvenissero delle note suonate al pianoforte. Le immagini parlano, urlano, pretendono ascolto. L’attenzione deve essere esclusivamente su quanto viene mostrato. È importante soffermarsi su quanto viene ripreso, perché se la regia procede per ossimori narrativi (come quello sorriso-morte), lo fa anche tramite una rappresentazione dualistica di ciò che filma. Gaza non è solo macerie e distruzione: c’è vita a Gaza, ci sono momenti di condivisione, c’è speranza per un futuro che si vuole costruire.
“La vita è bella”
A dirlo è Alloush e dalla sua bocca pare essere un vero inno alla libertà, alla bellezza, all’amore. Un protagonista che è costantemente diviso tra l’orrore per ciò che vede materializzarsi di fronte a sé, la conseguente necessità di capire come proteggere la sua famiglia, e poi l’aderenza emotiva e concreta al proprio lavoro, che gli “impone” di sorridere. La cinepresa non è mai percepita come elemento estraneo o invadente: il protagonista, infatti, le concede fiducia e gradualmente si apre, confidandole personali fragilità e ricordi infelici. Alloush è deciso nel perseguire il suo obiettivo, in questo percorso: parlare di vita. Portare la vita, dove c’è morte e terrore. Una forma di resistenza particolarmente coraggiosa, che trasmette senso di fiducia nell’umanità.
Lo sguardo sul mare
Alloush guarda sempre davanti a sé, insegnando di riflesso a fare lo stesso ai suoi figli. Cammina e non si arrende, anche quando le circostanze non sono favorevoli. La cinepresa mostra ciò che gli occhi del protagonista vedono, il suo sguardo sulla realtà, le sue impressioni, le sue paure. Poi, per qualche secondo, si concentra su altro, a pochi metri dal cumulo di macerie che è oggi Gaza: un lembo di sabbia, e il mare. La ripresa è poetica, sebbene – ancora una volta – strida profondamente con l’orrore di chi a quel mare non può guardare con sentimento di gioia.
Nell’esigua distanza tra distruzione e mare risiede tutta l’assurdità e il dolore di un popolo intrappolato in una striscia di terra, piegata e distrutta da due anni di bombe. Quella distanza, però, evoca anche l’idea di libertà. Di un desiderio, forse ingenuo: che possa bastare tagliare un’inquadratura, eliminando le rovine, per vedere qualcosa che non c’è nella realtà, ovvero una famiglia che passeggia sulla spiaggia.
Alloush è un seminatore di pace e speranza, che sceglie di rifuggire l’odio. Il suo sorriso da clown è più che mai reale, sebbene dipinto. È un uomo che ha imparato che la sofferenza se accompagnata da odio e rancore diventa violenza, ed alimenta un circolo vizioso potenzialmente infinito. Con il suo solo esempio è in grado di mostrare ai suoi figli (e contemporaneamente allo spettatore) un modo altro, diverso, di reagire alle avversità: affidarsi a se stessi, alla propria forza. Il protagonista è dunque abile creatore di spazi di libertà interiori, che decide di donare nella loro semplicità a favore di cinepresa.
Cinema come strumento: le parole della produttrice in sala
A prendere la parola in sala, prima e dopo una serie di lunghi applausi, è stata la produttrice del film, Laura Nikolov. Il cinema come atto politico, in questo periodo di conflitti, è forma necessaria, per non dire di necessità impellente. È chiaro che un film girato a Gaza da un regista gazawi, che mostra la realtà della Striscia per com’è, è di per sé atto politico, laddove il crimine di genocidio non solo si fa fatica a riconoscerlo, ma spesso si nega.
Nikolov ha quindi sottolineato l’importanza di questo lavoro, che assume la forma di testimonianza fisica, reale, “in diretta” di quello che sta accadendo a Gaza. La realtà è tragica e il documentario dà vita alla tragedia stessa, scegliendo per protagonista un interprete singolare, che è quello del clown. Tale scelta, di stemperamento della tensione e di creazione di un rapporto più rassicurante con il pubblico, è utile proprio per provare a parlare con lo spettatore, lenendo il suo spavento di fronte ad un orrore di proporzioni incalcolabili. E accompagnandolo, quasi mano nella mano, nella città di Gaza, per mostrargli cosa accade, come si vive, come stanno le persone, cosa provano.
Raccontare il dolore
La produttrice ha infatti spiegato che è stato fatto un ragionamento importante sulle modalità più funzionali a comunicare il dolore che vivono i palestinesi, per evitare da una parte il rischio della spettacolarizzazione, e dall’altro favorire il fenomeno della passività di fronte a una sovraesposizione di scene con contenuti altamente violenti. Se il dolore, specie quando appartiene a uno specifico popolo con ragioni storiche complesse e radicate alle spalle, è molto difficile da comunicare a parole, è necessario renderlo percepibile, visibile.
Vedere una bambina di Gaza, di nemmeno dieci anni, stanca di vivere in una tenda, voler tornare nella sua casa, che chissà se troverà ancora in piedi, guardare in cinepresa con gli occhi lucidi. E ascoltarla:
“Noi bambini che colpa abbiamo? Cosa gli abbiamo fatto?”
Questo significa rendere percepibile il dolore, attraverso le parole. Ed è importante, perché permette di entrare umanamente in sintonia con esso, e porsi delle domande. Riflettere su ciò che si vede, su ciò che accade. Insomma, allenare la propria coscienza al dovere di presa di cura del prossimo. E agire di conseguenza, affinché, almeno, si possano proteggere le storie di vita di oltre 67.000 tra uomini, donne e bambini che a Gaza hanno perso la vita, vittime di genocidio.