Disponibile su Arte TV Bodas de sangre (1981) di Carlos Saura, primo capitolo della trilogia dedicata alla danza da parte del regista spagnolo (1932-2023), a cui seguirono Carmen Story (1983) e L’amore stregone (1986). La visione di un cinema ‘altro’, un’opera-mondo densa e breve (72 minuti) come non se ne girano più, per (ri)accostarsi alla personalissima messinscena di un autore che seppe coniugare rigore visivo, soffi anticonservatori, sensibilità femminili (come nel capolavoro Cría cuervos, 1975), in nome di uno sguardo velato da altre arti e suggestioni, impregnato di aulica coscienza civile. Con Bodas de sangre il vertice, poi, è quello di una triade prodigiosa di artisti– Lorca, Gades, Saura – che eleva una rappresentazione di balletto a un turbinio di passioni e lacerazioni, contro la mascolinità tossica di un’epoca.
La femminilità violata in punta di scarpette
Una compagnia di danza, diretta dal grande coreografo Antonio Gades, inscena Bodas de sangre (Nozze di sangue) di Federico García Lorca, un dramma di arcaica gelosia tra due uomini che si contendono una donna, in procinto di sposarsi con uno di loro, ma poi in fuga con l’altro, l’amante di sempre. Un duello mortale, incoraggiato dalla famiglia del tradito, seppellisce ogni rivalità, ma anche la vita di entrambi e la speranza della protagonista di innamorarsi ancora.
Pur nella coincidenza del titolo con l’opera originaria, Carlos Saura elude gli inconvenienti formali del teatro filmato, anticipando le riprese della rappresentazione di Gades con il dietro le quinte nei camerini e le prove dei ballerini, in una scansione in tre atti come quella drammaturgica di Lorca, qui ampliata in una sublimata accezione dell’arte, dove all’imprescindibile suo connubio con l’esistenza (di chi l’arte la pratica, di chi in lei si legittima e per lei si sacrifica) si sovrappone l’allegoria della Storia, con la tragedia nella tragedia, con un delitto d’onore in cui risuona l’oppressione patriarcale di un paese sotto il regime franchista, ancora bruciante nel 1981 e per l’inquietudine a venire.
Teatro che respira e cinema che sanguina
Una levigatura impeccabile, algida e passionale, di significazione ‘meta’, di continuum tra il palcoscenico, i suoi avamposti e gli sprigionamenti del reale, non inediti nel decennio precedente dei Settanta (si veda La recita di Theo Angelopoulos), che Saura, con il suo ‘cine-occhio’ per la danza, trasfigura in una marmorea ed eppur dinamica eleganza di spazi e di corpi, in una cristallizzazione della coscienza e della denuncia sociale nei fasti di una bellezza di particolari e volti che consegnano le iniquità di uomini, soprattutto di donne, a un dolente, inarrestabile hic et nunc.
Tra le mura di un piccolo teatro dagli sfondi bianchi, si consumano i preparativi di Bodas de sangre, con una nobile solennità che la regia svuota di calligrafismo, captando la concretezza del gesto posato, l’aura di un professionalismo votato alla trascendenza, la confessione biografica dello stesso Gades, che rievoca le sue umili origini e i suoi esordi gloriosi nel segno di quella casualità delle opportunità che pare baciare solo i predestinati. In uno spazio mai artefatto ma brulicante di arte, con i vuoti d’ambiente, la pienezza di aggraziati corpi e primi piani espressivamente truccati, il tempo della cinepresa di Saura si sospende e si addensa, come in un tempio aperto e scosso dai venti del passato e del presente, come in un infinito leopardiano.
Corpi a duello, nelle storture della Storia
Dopo le sequenze iniziali nei camerini con un affiancamento semidocumentaristico, la cinepresa del regista spagnolo, che amalgama esperienze biografiche di fotografia e pittura, si libra impercettibilmente inoltrandosi in sala prove e nel proscenio (così frontale da precludere l’invisibile platea), scolpisce con passi danzanti i chiaroscuri di un amore bifronte, assoluto e già fatale, si insinua con insondabile e ieratica genialità nella coreografia di Gades, in un’estasi tra linguaggi in cui tutto si compenetra e si equilibra. Ma senza la freddezza di un’opera sepolcrale, con quell’enfasi melodrammatica senza sfarzo in cui riecheggia un’anima squisitamente spagnoleggiante.
Dove il racconto di questa tragedia rurale (tanto essenziale quanto eterna almeno nelle sue discendenze letterarie) incorona tutta la sua statura attraverso la messinscena teatrale e ballata, il cinema di Saura eleva il sentimento dei personaggi oltre le composizioni degli interpreti, quando un’inquadratura dall’alto, en plongée, ricostruisce con eterea precisione i vertici di un amore scarnito da retaggi reazionari e misogini, da quelle ombre di un altro assoluto, quello fosco di un potere autoritario, perpetuate calando la notte della Storia sulle storie di povera gente.