Connect with us

Magazine

Cala il sipario sulla grande Ornella Vanoni

L'omaggio al monumento culturale che ha fatto della verità la sua drammaturgia. Dalle scene di Strehler all'eredità visiva, il lascito di una voce che non smetterà di risuonare.

Pubblicato

il

La sera del 21 novembre ha spento una luce. Ornella Vanoni è scomparsa per un malore improvviso, un evento che ha lasciato il Paese in un silenzio attonito. Subito, un’onda di cordoglio ha travolto l’informazione e i social media. L’omaggio è universale, la sua perdita è avvertita come un vero e proprio vuoto culturale. Ornella, nata nel 1934, era di fatto un monumento nazionale: elegante, sferzante, indiscutibilmente iconica. Ha rappresentato per quasi settant’anni un punto di riferimento, una voce che non ha mai smesso di raccontare l’amore, la fragilità e l’ironia. Dal cinema alla politica, da tutti gli ambiti arrivano attestati di dolore. La sua presenza scenica, forte e inimitabile, resta la cifra di un’artista che, con la sola emissione di una nota, sapeva diventare protagonista della scena, della nostra memoria e, inevitabilmente, della nostra cultura visiva.

Il carattere scenico che divenne monumento

Ornella Vanoni non fu semplicemente una cantante, bensì un’interprete assoluta, un fenomeno scenico ineguagliabile. La sua unicità risiedeva nella capacità di essere sofisticata ma mai distante, popolare ma sempre intransigente. Questa dualità, che ha plasmato l’intera sua carriera, affonda le radici nel Piccolo Teatro di Milano. Fu Giorgio Strehler, mente geniale del teatro italiano, a notare il suo potenziale drammatico, consacrandola con le canzoni della mala. Questo battesimo le impose un rigore tecnico e un’attenzione maniacale al gesto, al servizio della parola cantata. La Vanoni portò in scena l’ambiguità e la malinconia del dopoguerra, ma rapidamente si affermò come signora della musica d’autore. Dalla celebre liaison artistica e personale con Gino Paoli all’incredibile successo di brani come L’appuntamento e Senza fine, la sua vita divenne una narrazione pubblica. La sua magnetica vanità non fu mai vezzo, ma consapevolezza drammaturgica: trasformarsi in un’icona destinata a restare eterna.

“Non ho mai fatto un passo indietro nella vita. Se dovevo fare un disco o una cosa, la facevo. Non ho mai avuto paura del palcoscenico. Forse perché nasco dal teatro. E il teatro ti dà una disciplina che non ti molla più.”

Ornella Vanoni. Il Cinema come espediente drammatico

Ornella Vanoni era un’interprete di matrice teatrale e il cinema, per istinto, la desiderò. La macchina da presa amava la sua fotogenia drammatica e la sua innata, regale, capacità di occupare l’inquadratura. Nonostante non abbia mai fatto del cinema la sua professione primaria, la sua filmografia è un mosaico di scelte significative.

Debuttò ne Romolo e Remo (1961) di Sergio Corbucci, e si mise alla prova in ruoli intensi, come in Canzoni di mezza stagione (1969) di Turi Vasile e nel drammatico Amarsi male (1969) diretto da Fernando Di Leo. La sua presenza scenica era talmente unica che, in fondo, si concedeva al cinema più per divertimento che per ambizione. Ella, con la sua consueta lucidità, definiva la sua attività attoriale un’occasione per mettersi alla prova:

“Non sono mai stata un’attrice, ma mi piaceva l’idea di recitare. Nonostante ciò, credo che la mia vita sia già stata un film. Drammatico e, per fortuna, spesso comico.”

L’Epilogo comico e la maestria del gesto

Nel corso degli anni, il suo rapporto col cinema si fece più maturo e consapevole. Accettò camei e ruoli che riflettevano perfettamente la sua personalità complessa. Ne I viaggiatori della sera (1979) di Ugo Tognazzi, offrì una memorabile apparizione autoironica, mentre il cameo in Perdono (1966) di Ettore Maria Fizzarotti dimostrava la sua disponibilità verso ogni genere. Il suo impatto, però, non si è mai fermato: la sua presenza è arrivata fino all’epoca contemporanea con sorprendente rilevanza. Nel 2021 ha infatti partecipato con grande riscontro in 7 donne e un mistero di Alessandro Genovesi, un ruolo corale in cui il suo carisma comico e la sua autorevolezza hanno dimostrato di non avere età. Ogni sua interpretazione, anche quando si trattava di pura presenza, si trasformava in una lezione di sottrazione e verità scenica. Questo suo essere sempre “in scena,” come una vera regina della ribalta, è il lascito più prezioso al linguaggio visivo italiano, un invito costante a trasformare il sé in una performance indimenticabile, destinata al ricordo.

I viaggiatori della sera, 1979

La voce come colonna sonora universale

Se il suo contributo come attrice fu selettivo, l’eredità musicale di Ornella Vanoni sul cinema è, al contrario, onnipresente e profondissima. La sua voce è stata, e resta, il perfetto dettaglio emotivo per innumerevoli pellicole. Possedeva la capacità unica di condensare in pochi minuti la malinconia, la passione e il disincanto di una storia d’amore o di un fallimento personale. Dunque, la sua discografia non è mai stata considerata mero sottofondo. L’appuntamento, uno dei suoi brani più iconici, composto da Bruno Canfora, non è solo un successo radiofonico. È diventato, specialmente all’estero, un archetipo della tensione amorosa al cinema, un veicolo potente di solitudine e attesa. Basti pensare all’uso magistrale che ne è stato fatto in film internazionali di alto profilo, come la scena intensa e malinconica in Ocean’s Twelve (2004) di Steven Soderbergh. Lì, in un contesto pop e globale, la sua cadenza italiana irrompeva con una profondità emotiva inaspettata, riscrivendo la scena.

Ornella Vanoni. I film. La firma indelebile del sentimento e del dramma

Registi italiani e stranieri hanno utilizzato il suo repertorio per dare una specifica colorazione emotiva alle loro scene, riconoscendone il potenziale drammatico. Canzoni come Senza fine hanno prestato la loro intensità a momenti cruciali della narrazione in pellicole come Il grande Lebowski (1998) dei fratelli Coen, dimostrando la sua trasversalità stilistica e generazionale. La sua discografia è una risorsa inesauribile per chiunque voglia musicare il cuore umano con verità. Anche il cinema più giovane, che oggi riscopre la musica d’autore, trova nella Vanoni la perfetta ambasciatrice del sentimento non edulcorato. È in questo ruolo silenzioso, ma fondamentale — quello di fornitrice di emozioni pure per l’immagine in movimento — che la regina della canzone ha lasciato la sua firma più indelebile sulla Settima Arte.

Il palcoscenico globale

Il rapporto di Ornella Vanoni con il mezzo visivo trascende il cinema e il videoclip. La Televisione fu per lei un laboratorio costante, usata sia come attrice che come interprete del proprio personaggio. Già all’inizio della sua carriera, sfruttò la sua matrice drammatica in diverse fiction e miniserie TV, tra cui spicca Il cielo può attendere, dove la sua intensità scenica si rivelò complessa e affascinante. Parallelamente, le sue apparizioni ai Festival (come Sanremo) non erano semplici esibizioni; si trasformavano in eventi di costume, con uno stile—gli abiti fluidi, i cappelli iconici—che diveniva parte integrante della narrazione. Negli ultimi decenni, poi, la sua spontaneità disarmante e l’ironia feroce nei talk show l’hanno eletta a vera e propria icona pop e virale. Vanoni ha saputo padroneggiare con maestria il linguaggio visivo, trasformando il piccolo schermo nel suo palcoscenico più intimo e, al contempo, più rivoluzionario.

Ornella Vanoni. Icona senza tempo

Ornella Vanoni è stata, fino all’ultimo, l’icona senza tempo capace di attraversare le epoche. Negli ultimi anni, la sua figura ha saputo abbattere le barriere generazionali: l’artista non è rimasta solo una reliquia, ma è diventata un riferimento cult per i giovani, che ne hanno celebrato l’autoironia, la sfrontatezza e il rifiuto di ogni ipocrisia. La sua recente popolarità sui social ha dimostrato che l’autenticità totale è sempre contemporanea. Questo impatto trasversale ha trovato il suo sigillo ufficiale a giugno, quando l’Università di Milano le ha conferito la laurea ad honorem in Musica, Culture, Media e Performance. Quel riconoscimento non celebrava soltanto la cantante; onorava la figura intellettuale, l’artista che, con la sua voce e il suo pensiero critico, ha saputo definire e raccontare l’evoluzione dei sentimenti e della società italiana per quasi settant’anni.

La regina che non si siederà mai

Cala il sipario su un’esistenza lunga e straordinaria, ma la scena che Ornella Vanoni ha creato resta per sempre illuminata. La sua arte, nata nel rigore del teatro e fiorita nell’universo pop, non è semplicemente un catalogo di canzoni: è la drammaturgia del cuore italiano, raccontata con un’ironia feroce e una fragilità onesta. Ornella non fu solo una voce, fu un personaggio cinematografico perfetto, inquadrato tra il bianco e nero del dopoguerra e i colori saturi della contemporaneità. La sua eredità si misura in note, in scene, in pose e in quella irripetibile capacità di dire la verità senza filtri. Le generazioni future la studieranno non solo sui vinili, ma negli archivi televisivi e nelle sequenze di film che lei, inconsapevolmente o meno, ha reso più veri. È questa la statura dei veri monumenti: figure che, pur scomparendo, non smettono mai di recitare la loro parte nella memoria collettiva. La regina ha lasciato il palcoscenico, ma la sua passione risuonerà per sempre.

“Io sono tutto l’amore che ho datotutto l’amore incondizionatol’imbarazzo dietro al vantoun sorriso dentro al pianto”

(Un sorriso dentro al pianto)