In concorso per la sezione Puglia Show del Festival del Cinema Europeo, il cortometraggio Regredior di Michele Stella. Il corto è prodotto dalla casa di produzione Konofilm in associazione con Nauta Studio e La Terra. Interpretano l’opera Stefano Sergio e Aglaia Milella
Regredior
Nella vasca di una stanza imprecisata e avvolta dall’oscurità, un uomo (Stefano Sergio) deve fare i conti con una misteriosa donna (Aglaia Milella). Un rapporto che verrà consumato nel solco di deliri e ossessioni.
La tragedia greca psichedelica
Visionando Regredior si ha la sensazione di un lavoro ancora in fase embrionale, acerbo, preliminare e a tratti insicuro. Michele Stella, alla sua prima opera, firma un prodotto che vorrebbe essere disturbante e metaforicamente simbolico, eccedendo però nell’immagine-suono anziché concentrarsi sulla modificazione dell’immagine cinematografica.
Il plot del corto – l’uomo costretto a subire senza ribellarsi alle manipolazioni psico-erotiche della femme fatale con la quale si rapporta – sembra riproporre Medea di Euripide: la protagonista domina Giasone, lo umilia, smonta ogni suo tentativo di giustificazione, distruggendo la sua mascolinità sociale. Ma forse il riferimento più evidente sembra essere la Clitemnestra eschiliana in Agamennone, dove il quadro piscologico e mortale si completa: il guerriero viene completamente manipolato dopo essere tornato da Troia, ucciso dalla moglie Clitemnestra sul finale, immobilizzandolo con una rete, simbolo massimo di possesso femminile sull’assuefazione maschile.
Stella, implicitamente, parte da qui cercando di realizzare miti e monomiti femminili della letteratura greca, attribuendo al suo progetto la forma espressionista del cinema d’autore contemporaneo, acido e lisergico. È un’allucinazione Regredior che per tutta la tenuta del cortometraggio prova a identificarsi con i grandi sguardi d’autore della storia del cinema.
Oltre il tempo nel non-luogo
Ingmar Bergman e David Lynch sembrano essere i veri riferimenti del lavoro di Stella. Non ci troviamo nella casa al mare, ma nel non-luogo della Loggia Nera di Twin Peaks. Un labirinto di porte chiuse senza via d’uscita che scenograficamente Stella è bravo a riprodurre in un teatro asettico, misterioso; isola le due figure lasciando il contorno dello spazio sempre assente. Un non-luogo quindi dove Regredior evidenza la forza ontologica lynchiana e bergmaniana del territorio mentale in cui l’identità si annienta e la temporalità perde coerenza. Il regista del corto punta proprio su quell’assenza di tempo e di spazio per mettere in scena una dicotomia tra uomo e donna: la debolezza del patriarcato e la potenza manipolatoria della misandria.
Per quasi tutto il cortometraggio, difatti, assistiamo a una perenne distruzione dell’identità maschile e a una contemplazione dello sguardo femminile. La femme fatale paradossalmente si muove con quella stessa tossicità che la scrittura di Stella sembra voler denunciare.
Elemento non così negativo l’inquadratura di una divinità contorta, perfetta e così inebriante per il testosterone maschile: nelle immagini oniriche tra soffocamenti, baci vigorosi e quasi violenti, il regista dà esecuzione alla propria forma cinematografica. Un suo particolare modo di vedere il cinema. Espressionista, punk e continuamente infarcito di oggetti e soggetti simbolici.
Un videoclip o un cortometraggio?
Ciò che emerge da Regredior è un dubbio quasi amletico: è un video musicale o un cortometraggio sperimentale? Perché il progetto di Stella, dentro un evidente esercizio di stile, non ha ben chiare le proprie intenzioni strutturali. Per quasi tutto il film assistiamo a un’esaltazione della componente diegetica del sonoro, una colonna sonora disturbante e sensoriale. Non è un accompagnamento musicale ma è la narrazione stessa. Il regista ricalca evidentemente l’approccio di Angelo Badalamenti. Armonie circolari che creano, più che tensione, un disturbo emotivo ossessivo con archi musicali prima bassi per poi risalire nei toni acuti e aspri. Un approccio elettronico tipico di opere di Lynch come Lost Highway e Twin Peaks.
Musica e sonoro in Regredior sono la medesima cosa, note ripetute basate su tessiture armoniche, nel tentativo di far immergere lo spettatore nell’incubo ossessivo che perseguita il personaggio maschile della storia.
L’immagine-suono sovrasta il tutto
Ma è proprio quell’immagine-suono di cui si serve Stella che mette purtroppo in ombra l’estetica onirica tanto ricercata. A ciò si aggiunge una scelta dell’assenza verbale abbastanza infelice. Ci sarebbero dovuti essere più silenzi per esaltare e addentrarsi nel gioco psicologico del corto, e invece questa tendenza del regista nel rendere la forma essenzialmente musicale, alla lunga danneggia il lavoro simbolico alla base. È quasi più importante la musica – così ridondante e ripetuta – della conflittualità e della sfida erotica tra i due personaggi.
In definitiva Regredior si configura come una prima opera immatura incapace di realizzare le profonde visioni che hanno mosso la realizzazione del corto. Più che un’opera cinematografica in formato breve, appare un esperimento espressionista di arte visiva underground. Un’idea originale che necessitava di un’attenzione più precisa nella sua costruzione.