Negli ultimi anni il cinema horror sta attraversando un periodo estremamente florido in termini di quantità, purtroppo non si può dire lo stesso in termini di qualità. Tranne alcune eccezioni (Nosferatu, Weapons, Presence, Longlegs), troppo spesso i temi esposti vengono trattati con superficialità, non lasciando trasparire alcuna possibilità di interpretazione profonda, ma soprattutto la ricerca di un linguaggio estetico è troppo spesso scollata dall’obiettivo principe dell’horror, ovvero spaventare o inquietare. In quest’ultimo filone si inserisce anche Shelby Oaks che vede alla regia il produttore e critico cinematografico Chris Stuckmann e Mike Flanagan come produttore esecutivo.
Il film, distribuito da Midnight Factory, uscirà nelle sale italiane il 19 novembre. Ma vediamo insieme cosa funziona, poco, e cosa non.
Shelby Oaks Sinossi
Shelby Oaks narra la storia di Mia, una donna ossessionata dalla scomparsa di sua sorella Riley, investigatrice del paranormale. Le indagini di Mia la portano nel misterioso luogo di Shelby Oaks, dove inizia a dubitare che il demone immaginario della loro infanzia possa essere realmente esistito.
Shelby Oaks: cosa funziona…
L’assunto di partenza di Shelby Oaks, nella sua semplicità, risulta intrigante soprattutto grazie ad una sorta di prologo molto interessante. Cavalcando la moda del true crime e dei documentari su crimini di ogni genere, Shelby Oaks si apre con un incipit incentrato sul racconto dell’antefatto in stile reportage documentario. Alternando servizi giornalistici, materiali d’archivo found footage e interviste il film inserisce gradualmente lo spettatore nella storia, riuscendo nella non semplice operazione di far quasi affezionare il pubblico alla giovane scomparsa e alla sorella protagonista della ricerca e al contempo a costruire una buona atmosfera d’inquietudine. Atmosfera che, nel primo atto, è ben presente e ottimamente sfruttata. Le intromissioni delle registrazioni dei video sul paranormale creano un ottimo controcampo rispetto alle vicende del presente che prendono una piega sempre più inquietante. Alla costruzione di una buona atmosfera si affiancano delle interpretazioni convincenti e alcune sequenze fortemente inquietanti che tengono col fiato sospeso (in cui lo zampino di Flanagan è più che evidente per chi è avvezzo col regista statunitense).
… e cosa no
Purtroppo i pregi di Shelby Oaks finiscono qui. La sceneggiatura si scioglie col passare dei minuti così come l’inquietudine. La regia e il montaggio non aiutano, velocizzando le scene e privandole di quel respiro necessario per penetrare l’emotività dello spettatore. Il perno della trama, la ricerca di Riley, viene risolto in maniera troppo sbrigativa, tanto che la prima delle due svolte invece di sviluppare la curiosità negli sviluppi di trama la impoverisce non consentendo alcun sbocco emotivo. A tal proposito l’ottimo mix iniziale di found footage e archivio si trasforma in un’incapacità di dare una direzione chiara alla pellicola che diventa un grande calderone in cui gli ingredienti restano divisi l’uno dall’altro. A questo si aggiunge la gestione del tema dell’ esoterico/paranormale che, nella volontà di intrecciarsi alla dimensione umana, finisce per perdere tutta la potenza che l’argomento porta con sé. La cattiva gestione dell’argomento non crea la consapevolezza della mostruosità umana (per questo vedere quel capolavoro immenso che è la prima stagione di True Detective), ma diventa solo pretesto per un colpo di scena che colpo non è.
In conclusione
Shelby Oaks è decisamente un’occasione mancata, soprattutto per come le premesse lo presentano. La prima mezz’ora costruisce un’atmosfera che si sfalda nel secondo e terzo atto, complice una regia che non gestisce in modo corretto il ritmo dell’inquietudine. In alcuni frangenti si sente la mano di Flanagan, ma non basta per fare di Shelby Oaks un film imperdibile, ma semplicemente un prodotto abbastanza mediocre che permette di passare una serata spensierata e niente di più.