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‘Quei bravi ragazzi’: la normalizzazione del crimine

Il gangster nell’umanità della brutalità.

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Parlando del suo film, Quei bravi ragazzi (Goodfellas), Scorsese ne ha sempre tessuto le lodi in una forma insolita per un’opera criminale di tale spessore:

“Una rappresentazione onesta del prototipo del mafioso tipo e in un certo senso un documentario.”

Il cineasta, in questo senso, si distanzia dagli atteggiamenti giudicanti e giustizialisti di colleghi come De Palma e Leone, avvicinandosi ad un’umanità che forse solo Francis Ford Coppola ha saputo attribuire alla figura del mafioso. In Quei bravi ragazzi però non ci sono rituali da rispettare o codici famigliari da osservare ma bensì il sovvertimento dei codici del gangster-movie classico. Dove l’epicità viene estromessa in favore della quotidianità e brutalità del crimine.

Un estetica dell’ordinario criminale

Nel film il protagonista Henry Hill (Ray Liotta) cresce nelle strade di Brooklyn vivendo di lavoretti e piccoli furti. Il crimine, quindi, non appare un’impresa epica e nemmeno una scalata gerarchica come avviene ne Il Padrino ma un percorso. In questo senso Quei bravi ragazzi pone la normalità criminale come alternativa sociale e non solo come trasgressione isolata.

Lo spettatore vedendo Goodfellas viene sedotto principalmente dall’estetica scorsesiana: piani-sequenza e long take (la famosa scena nel club Copacabana), ritmo serrato, la musica tra rock e rhythm and blues. Tale procedimento formale e neorealista serve a inserire il pubblico dentro una dimensione eccitante del mafioso, e fascinosamente trasgressiva. Mostrando nel contempo l’ordinario, le ruberie, la vita dei criminali e la loro quotidianità. Ma nonostante l’interno del vissuto, Quei bravi ragazzi estetizza il paradosso della normalizzazione: violenza improvvisa, omicidi gratuiti, paranoia, fragilità e caduta dei gangster. Queste due anime, il normale e il radicamento della violenza, presentano il crimine come forma necessaria dei protagonisti dove autodistruzione e alienazione appaiono interscambiabili.

In tale normalità risulta centrale l’elemento romantico di Henry, Karen Hill (Lorraine Bracco). Essendo esterna al dispositivo e al sistema del mondo-gangster, rappresenta un mezzo con cui lo spettatore guarda il protagonista, e quindi il crimine. Una normalità separata dalla bolla dell’universo criminale. Questo contrasto tra “vita” e “lavoro” rafforza l’idea di normalizzazione alla base del film di Scorsese. Ciò che agli occhi del gangster è routine, per il mondo esterno è aberrante. Il regista di Taxi Driver ci mostra un soggetto, Henry, che si adatta ad un mondo, contraddice questo, per ritornare alla vera normalità, quella del pentimento del crimine. Scorsese quindi se da un lato fa accedere lo spettatore ad una normalizzazione del crimine, dall’altro si contraddice volontariamente cercando di ripulire il suo protagonista dalla fascinazione del male.

Vicinanza e distanza dal crime

Nella prima parte di Quei bravi ragazzi chi guarda è invitato ad entrare nel gangster scorsesiano: il ritmo del crimine, la vita dei gangster, le feste, gli eccessi di violenza, i soldi, la fratellanza. Ma gradualmente attraverso il cambiamento personale e l’estetica del film ( la paranoia, il ritmo che ritorna frammentato e lento), lo spettatore si trova in una posizione diversa. Non più in alto ed empaticamente coinvolto nell’universo gangster, ma dentro un mondo autodistruttivo, claustrofobico, pericoloso e dal quale vuole uscirne. Questo perché la normalizzazione ha operato e consumato il suo effetto. La forma filmica di Scorsese espone una spettacolarizzazione della violenza che di conseguenza cambia il significato dell’azione criminosa per lo spettatore.

Il pubblico di Quei bravi ragazzi  quindi si identifica con i “bravi ragazzi” ma non può poi, alla fine, non sporgersi dalla parte del “pentito”, cioè Henry, passando dall’identificazione al rigetto verso il male. E la scelta di Scorsese di mostrare una criminalità ordinaria assume delle implicazioni anche etiche abbastanza rilevanti. Il crimine esce dalla sua negazione morale per entrare in contesti sociali e identitari come l’immigrazione e il senso di comunità.

Ma produce nello spettatore anche un’autonoma consapevolezza nei confronti del dispositivo criminale: se i gangster vengono esaltati attraverso violenza e ricchezza, la moralità del film impone la distruzione del riconoscimento nei loro confronti, disegnando una mafia che non è solo codici e obblighi ma anche normalità e quindi più pericolosa e imprevedibile come la vita delle persone comuni. Quando Henry “tradisce” e diventa informatore, la sua normalità per lo spettatore perde qualsiasi attrattiva. Tale normalità quindi è un’ordinarietà fragile, instabile, costruita su dinamici e modificabili rapporti di forza e di potere.

La macchina morale del nuovo gangster

Con Quei bravi ragazzi  Scorsese non mette più in scena la crisi del soggetto urbano (Taxi Driver) o la redenzione della tossicità sportiva (Toro scatenato), ma un sistema sociale che funziona come macchina morale autonoma.

La voce narrante di Henry introduce il destino sociale del mondo mafioso senza possibilità di scelta:

“Da che mi ricordi ho sempre voluto fare il gangster.”

Questa frase incipit del film è profondamente paradigmatica per come introduce un orizzonte di normalità, un “noi” condiviso che ingloba il male nella quotidianità.

Il regista, figlio di immigrati siciliani e cresciuto nel quartiere di Little Italy (ampiamente trattato nella miniserie Mr. Scorsese) concepisce il film come un documento antropologico. Rappresentando una comunità che si autoriproduce mediante legami e vincoli di potere, e spettacolarizzando la normalità del crimine. Quasi tutto il cinema di Scorsese, compreso Quei bravi ragazzi, trasforma il dispositivo criminale in cultura, mutando l’esperienza etnografica in un linguaggio baracco della visione.

La steadicam del già citato celebre piano-sequenza interno nel club del film, è una metafora seduttiva. Il nostro sguardo segue Henry attraverso i corridoi, accolto dall’atmosfera del locale mafioso, corteggiato e immerso nel glamour. E l’uso della musica, da Tony Bennett ai Rolling Stones, crea un doppio livello percettivo: il suono accompagna una violenza che diventa coreografia. Scorsese compie una versione consapevole della brutalità mafiosa che è bella senza giustificazioni, rivelando l’intreccio tra ideologia ed estetica.

La normalizzazione del crimine permette di leggere Quei bravi ragazzi nell’ambivalente complicità tra immagine e morale. Il cineasta costruisce un mondo in cui il male non è deviante o ripugnante ma strutturale, famigliare, quotidiano. Il film, quindi, mostra come la fascinazione per il crimine possa essere strumento critico, rivelando una continuità ma anche una distanza tra il desiderio di potere dei gangster e il desiderio dello spettatore. L’unicità di Quei bravi ragazzi  sta nel far crollare il crimine non dall’esterno ma dal suo interno. Ed è in questa seduzione per la destrutturazione del gangster-movie che risiede la modernità del cinema di Martin Scorsese.

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