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Kelly Reichardt: nature in motion

On the road nel cinema made in USA. Rubrica a cura di Rosario Sparti

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Kelly Reichardt

Ci troviamo in Oregon. Intorno a noi possiamo osservare un vasto deserto, antichi boschi, modernissime metropoli e l’oceano. Questo è l’ambiente naturale dove si sviluppano le storie di Kelly Reichardt, nativa della Florida ma da lungo tempo amante del Nord Ovest americano. La regista, di film in film, attraversa tutto lo Stato come una moderna pioniera, alla ricerca di location da far interagire con i suoi personaggi, immersi in una bolla temporale indefinita.

Il cinema della Reichardt, infatti, è composto prevalentemente dal tempo e dallo spazio, che trovano la loro dimensione in storie di personaggi che vagano in lungo e largo attraverso luoghi da scoprire. Un’esplorazione dell’America che passa per l’esplorazione del sé interiore, si assiste così a una delimitazione spaziale che assume il valore di lente d’ingrandimento sul tempo presente. Attraverso progressivi spostamenti dei personaggi, dai movimenti minimi e quasi impercettibili, vediamo sotto i nostri occhi comporsi la realtà del paese, filtrata dallo sguardo “politico” della cineasta. E all’interno di quei boschi e deserti, quello dell’uomo è un “falso movimento”, così lo spettatore assiste, sostanzialmente, a uno spettacolo di natura in movimento. Non a caso tutta l’opera della regista è un eterno tentativo di fuga, con la natura come sfondo, da un punto A ad un punto B, peccato che questa sia sempre una fuga da fermo. Questo scheletro narrativo iperclassico difatti è destinato a essere destrutturato, rendendo quel tentativo di movimento destinato a fallire. Ogni spostamento, anche fosse minimo, è reso vano. Il movimento diviene circolare, senza direzione o è annullato dalla stasi, in questo modo il ritmo procede di pari passo, assumendo una forma ipnotica. Apparentemente si gira su se stessi, in realtà, attraverso lo sguardo degli altri, si viaggia dentro di sé. La natura, dalle sembianze spettrali e quasi astratte (ricordando Antonioni), è il luogo in cui perdersi, terreno metaforico di un’utopia in dissolvenza. Apparentemente statico è anche lo stile registico, che rifugge l’uso assoluto della camera fissa come nei road movie di Jarmusch, ma, in maniera lenta e sinuosa, segue gli spostamenti dei personaggi. Minimalismo applicato alla realtà sociale.

Dal suo esordio River of Grass sino al recente Night Moves, la regista racconta le vicende di personaggi smarriti, alla ricerca di qualcosa che non riescono a trovare in una terra che sembra avergli voltato le spalle. Non resta quindi che vagare a zonzo col proprio cane, percorre il deserto alla ricerca d’acqua, girare per le vie di una notturna Portland senza poter tornare a casa, perché “I never never want to go home/Because I haven’t got one anymore”, come cantava Morrissey. Un cinema di piccoli movimenti, piccoli gesti, personaggi piccoli dal cuore grande. Un universo dimenticato che è possibile ritrarre solo grazie al carattere libero e indipendente della forma produttiva scelta dalla regista, che solo da poco ha abbracciato troupe e budget dalle proporzioni più ampie. Con una troupe ridotta, la Reichardt può permettersi di seguire liberamente i personaggi, variando la sceneggiatura in funzione dei luoghi. In questo modo i protagonisti possono sparire nelle foreste, nei deserti, nelle città, fino a divenirne parte, cosicché la loro vulnerabilità venga fuori e la natura possa stimolare la catarsi. Camminando sul labile confine tra l’essere nomadi ed essere percepiti come vagabondi, questi personaggi transitano dal romanticismo idealistico della gioventù alla consapevolezza matura dei propri limiti, cui però non bisogna arrendersi. La gente che popola queste pellicole non ha abbandonato la vita, ma è stata espulsa dalla vita. Sono personaggi in attesa, che non trovano un vero interesse nella quotidianità, così anche la ricerca del proprio cane, come in Wendy and Lucy, diventa una passione da seguire perché dà uno scopo alla nostra vita. La regista osserva tutto questo, mantenendosi a distanza, suggerendo, con l’uso frequente del campo lungo, la lontananza e l’isolamento di questi personaggi.

Distruggendo gli stereotipi visivi del western – così come saranno altererati quelli del thriller nel suo ultimo film – la Reichardt ingabbia i protagonisti di Meek’s Cutoff nello spazio claustrofobico dell’inquadratura,  resa stretta e dalla forma quadrata grazie alla scelta dell’aspect ratio 1:1.33. L’ambiente domestico è alle loro spalle, una nuova casa è davanti a loro, non resta che cercarla, anche se l’America sembra non interessarsi a questa umanità. Per loro non c’è spazio. Pertanto, se il personale è politico, allora il cinema della Reichardt è quanto di più politico possa esistere nel cinema indipendente americano di oggi.

Rosario Sparti

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