Alice nella città
Dentro ‘A Second Life’: intervista a Laurent Slama
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4 mesi agoon
Fuori concorso ad Alice nella Città 2025, A Second Life di Laurent Slama è un film che non grida, ma respira. Dopo il successo al Tribeca, il regista francese torna con un’opera sospesa tra reale e percezione, girata durante le Olimpiadi di Parigi con una troupe ridotta e un’urgenza intima: raccontare cosa significa esistere in mezzo al rumore del mondo quando il suono diventa una barriera. Al centro, Elisabeth, interpretata da una magnetica Agathe Rousselle (protagonista di Titane), è un’americana con problemi di udito che attraversa la città incontrando Elijah intrepretato da Alex Lawther.
Nel dialogo con Slama emerge la delicatezza di uno sguardo capace di connettere il silenzio interiore a quello collettivo. Il regista parla della scelta di rappresentare l’ipoacusia non come limite ma come soglia, di costruire una Parigi viva e dissonante, e di far convivere depressione e rinascita nello stesso respiro.
Ho amato molto la tua regia: l’ho trovata davvero immersiva, soprattutto nel modo in cui riesce a restituire la condizione della protagonista, Elisabeth. Perché hai deciso di raccontare proprio questa condizione, quella di una donna con problemi di udito?
Ero interessato a questo tema, anche se non saprei dire esattamente perché. Penso che ci siano pochissimi film che parlano davvero di ipoacusia, perché la maggior parte delle opere legate alla disabilità dell’udito raccontano di persone sorde, completamente incapaci di sentire.
Io invece volevo mostrare un personaggio “in mezzo”: tra il mondo di chi può sentire e quello di chi non può.
E, in fondo, Elisabeth è un personaggio “di mezzo” anche in un altro senso — tra i vivi e i morti. Ha un problema di dipendenza, soffre di depressione, e per questo volevo costruire qualcosa come una barriera tra lei e il mondo. Come se vedesse la realtà attraverso un filtro, come chi guarda il mondo attraverso un paio di occhiali. Quindi sì, è un insieme di motivazioni e sensazioni diverse.
Elijah ed Elisabeth sono due personaggi totalmente diversi, eppure, alla fine, scopriamo che hanno vissuto un qualcosa di simile. Qual è la storia di Elijah? Perché nel film ne intuiamo qualcosa, ma Elisabeth non gli fa mai davvero delle domande dirette a riguardo.
L’idea era proprio quella: mantenere un certo mistero intorno a lui. Volevamo che avesse qualcosa di “onirico”, quasi da ragazzo dei sogni, qualcuno che ascolta davvero. Non abbiamo lavorato troppo su un passato preciso — con l’attore, Alex Lawther, abbiamo discusso molto del suo personaggio, ma più in termini di sensibilità che di biografia.
Alex ha portato moltissimo di sé nel ruolo. Volevamo che fosse una figura gentile, una persona capace di ascoltare nel senso più autentico, anche perché, in fondo, ha vissuto un percorso simile a quello di Elisabeth: ha conosciuto la depressione e ha trovato un modo per conviverci, per andare avanti. Questa era la cosa più importante, più del suo passato: renderlo credibile come presenza, come incontro.
A un certo punto in A Second Life incontrano una coppia, e sembra nascere una vera connessione tra loro, ma poi, per un gesto, tutto si spezza. Ti chiedo: pensi che questo rifletta un po’ la società di oggi, dove è facile entrare in contatto con qualcuno ma altrettanto facile perdersi?
Sì, è verissimo. Soprattutto nelle grandi città: incontri tantissime persone, ma è difficile costruire un vero legame. Viviamo immersi nelle connessioni, ma pochissime sono autentiche — poche ti permettono di parlare liberamente, di condividere pensieri sulla vita, sulla morte, sulle cose che contano davvero, non solo chiacchiere superficiali.
Credo che ci manchi una comprensione profonda gli uni degli altri, e volevo che Elijah rappresentasse proprio questo: qualcuno che incarna il desiderio di connessione autentica. All’inizio può sembrare un personaggio leggero, ma in realtà è molto più profondo. E poi penso che tutti abbiamo bisogno di essere visti davvero, di essere riconosciuti per ciò che siamo, non solo in superficie.
Perché hai scelto proprio Parigi per raccontare questa storia di connessioni e distanze?
In parte per scelta, in parte per necessità.
Vivo a Parigi, e tutti i miei film li ho girati qui. È il mio territorio naturale, ed è più semplice lavorarci. Ma mi interessa raccontare la Parigi reale, quella delle strade, della metropolitana, della folla — non la Parigi da appartamento borghese o da interni eleganti che si vede spesso nei film francesi.
Volevo qualcosa di più vero, più vivo. E poi, Parigi è densissima di persone, come il centro di Roma: amo immergermi in quell’energia caotica, in quella vita in movimento.
Hai girato durante le Olimpiadi, un momento complicato per la città, e con una troupe ridotta. Com’è stata quell’esperienza?
Alla fine, sorprendentemente facile! In realtà, durante le Olimpiadi non c’era così tanta gente quanto si pensava: la maggior parte dei parigini aveva lasciato la città per paura del caos. Erano rimasti perlopiù turisti, e tutti sono stati molto gentili. È stata un’esperienza positiva per tutti noi.
All’inizio non sapevamo cosa aspettarci: le autorità avevano addirittura vietato ufficialmente le riprese in quel periodo, così gran parte delle produzioni aveva lasciato Parigi. Ma noi eravamo una troupe piccola, quasi da documentario: ci muovevamo a piedi, in metropolitana o in bicicletta.
È stato liberatorio, e anche emozionante percepire quell’energia olimpica.
Certo, c’erano lati oscuri — molte persone senza casa sono state allontanate dal centro — ma per chi è rimasto si è creata un’atmosfera insolita, quasi di connessione collettiva. Una Parigi diversa.
Da quali film o registi hai tratto ispirazione per raccontare A Second Life?
In realtà, più che un film, la mia ispirazione principale è un libro: Il lupo della steppa di Hermann Hesse. È un romanzo incredibile, molto profondo.
Parla di un uomo che vuole morire ma trova un modo per continuare a vivere, e questo tema mi ha molto colpito.
Volevo raccontare qualcosa di simile, questa tensione tra morte e rinascita.
Naturalmente ho amato anche il cinema più intimo, come la Before Trilogy di Richard Linklater, ma al tempo mi ispirava di più la letteratura che il cinema.
Tornando ai personaggi: hai scelto prima gli attori oppure hai scritto pensando già a loro?
Avevo scritto una prima versione del film durante una residenza di scrittura a Parigi, ma non ne ero soddisfatto. Era un’altra storia, sempre con un personaggio ipoacusico, ma molto diversa, e non mi convinceva.
L’ho accantonata, finché, circa sette mesi prima delle Olimpiadi, ho incontrato Agathe Rousselle per un altro progetto. Mi è sembrata perfetta per il ruolo di Elisabeth, e così ho iniziato a scrivere un film completamente nuovo, pensato per lei. Volevo girare durante le Olimpiadi e lei ha accettato subito, con grande entusiasmo.
Con Alex Lawther, invece, ci siamo conosciuti poco dopo, tramite amici in comune. Lui viveva già a Parigi. All’epoca stava girando una serie in Thailandia, quindi non sapevamo se avrebbe potuto partecipare, ma alla fine è riuscito a liberarsi e unirsi al progetto. Ha dato moltissimo al personaggio: per esempio, i capelli rosa sono stati una sua idea! Una settimana prima delle riprese si è presentato così, mi ha chiesto “ti piace?” — e ho detto di sì. È stato molto propositivo, molto dentro il ruolo.
Sono davvero felice di aver lavorato con entrambi: Agathe e Alex sono una coppia perfetta per questi due personaggi. E avere già in mente gli interpreti mi ha aiutato molto: il tempo per riscrivere la sceneggiatura era poco, e sapere chi avrebbe incarnato quei ruoli ha reso tutto più semplice e diretto.
Stai già pensando a un nuovo film dopo A Second Life?
Sì, sto scrivendo un nuovo progetto: sarà un thriller ambientato a Parigi, con una dimensione più politica. Sarà comunque girato in strada, in mezzo alla folla — amo quel tipo di energia — ma con un tono molto diverso, più teso, più inquieto.
Mi piace l’idea di un film in cui non si capisce chi sia il poliziotto e chi non lo sia. È un progetto ancora in fase di scrittura, ma mi entusiasma molto lavorarci.