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‘Breve storia d’amore’ l’impenetrabilità di un legame a due

La storia di due coppie e il tradimento come bussola nella navigazione: nel nome del mistero chiamato amore

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Esordio dietro la macchina da presa per la storica sceneggiatrice Ludovica Rampoldi, presente nella sezione Grand Public della Edizione 20 della Festa del cinema di Roma con un film che indaga sul mistero dell’amore.

Al cinema con 01 Distribution.

Tratto da una sceneggiatura che la stessa Rampoldi aveva scritto a 25 anni, Breve Storia d’amore è stato scelto scientemente quale debutto registico per una presa d’atto universale. Certe domande restano le stesse e sempre irrisolte:

Cos’è una coppia? Come funziona, quali sono i suoi confini, cosa la tiene insieme e cosa la fa naufragare, cosa è lecito e cosa inaccettabile nell’unione tra due individui?

Breve storia d’amore si propone di mettere in scena ed indagare l’impenetrabilità di un legame a due, le sue oscillazioni, deviazioni, quando nel rapporto si insinua l’altro/l’altra.

La trama

Roma: i trentenni Lea (Pilar Fogliati) e Andrea (Andrea Carpenzano) e i cinquantenni Rocco (Adriano Giannini) e Cecilia (Valeria Golino) sono destinati ad incrociarsi ed affrontarsi. Una sera Lea conosce Rocco in un bar. Iniziano a vedersi in una stanza d’albergo. Sembra un tradimento come tanti ma Lea si insinua inspiegabilmente sempre più nella vita di Rocco: vuole conoscere a tutti i costi sua moglie.

Romance, ironia, thriller

La struttura del film, in potenza, si basa  su questi tre elementi. Un racconto d’amore che narrativamente non si prende troppo sul serio, riuscendo ad arrivare ad una certa profondità di dinamiche sentimentali e sessuali. Per non banalizzarlo, si innesca una chiave mistery, che dovrebbe tenere l’attenzione dello spettatore costante fino alla resa dei conti finale.

Breve storia d’amore non riesce nel suo intento. Resta incollato alla sceneggiatura, rivelando i vari artifizi di cui si compone. Sin dal primo fotogramma situazionale. Che nel suo tendere all’originalità, finisce con il renderci una plasticità asettica. Gli stessi personaggi, anche questi necessariamente stereotipati nella propria diversità: l’ennesima analista, l’ennesima scrittrice che non ha ancora espresso fino in fondo il suo talento, l’attore, il piatto sismologo (quest’ultima scelta veramente fastidiosa, nella sua finta eccentricità).

La storia in sé non rilascia nessuna promessa di partenza. Sono soprattutto i particolari che la mandano avanti per inerzia. Piccole astuzie (gli orsetti Haribo rossi) messe lì volutamente per strizzare l’occhio alla ‘bella confezione’, caratteristiche dei personaggi, un hobby anticonformista (e pure di questi tempi inappropriato eticamente come riferimento), ecco come di nuovo la sceneggiatura prende il sopravvento e non si stacca dal foglio da cui è nata.

La stessa componente thriller psicologica non viene preparata: arriviamo alla verità come chiusura di un cerchio che non si è veramente formato nella sua complessità psicologica. I fatti ci vengono esposti da Lea in due minuti e senza quella spiegazione non saremmo mai arrivati da soli ad una situazione che ci casca davanti agli occhi giusto per spiazzarci per qualche secondo.

Breve storia d’amore è una favoletta sull’inafferrabilità dell’amore, senza troppe complicazioni, di gradevole fattezza, con interpreti che rendono credibili, con la professionalità che li contraddistingue, i personaggi che incarnano.

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