Festival del Cinema Villa Medici
Festival di Film a Villa Medici 2025: il Concorso Internazionale
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2 mesi agoon
Si è chiusa il 14 settembre 2025 la quinta edizione del Festival di Film di Villa Medici, tenutasi dal 10 settembre a Roma nella splendida cornice dell’Académie française. Un’edizione che ha confermato l’identità forte del festival: un ponte tra cinema e arte contemporanea, tra narrazioni sperimentali, visioni audaci e cinema che interroga, con provocazione, un presente fatto di sfide e contraddizioni.
Il festival è articolato in tre sezioni che hanno riempito le ancora calde giornate di settembre: il Concorso Internazionale, che ha raccolto dodici film in lizza per il Premio Villa Medici per il Miglior Film e il Premio Speciale della Giuria; la sezione Focus, a sua volta divisa in Carte Blanche e Contrechamp; e le serate del Piazzale che hanno coinvolto anteprime e classici, aperte da Akihiro Hata con Grand Ciel, appena tornato da Venezia.
Il Concorso Internazionale di Villa Medici 2025
Per chi ragiona con le immagini, i dodici film in concorso sono assolutamente da vedere. Corti, medi e lungometraggi si sono alternati nelle giornate del Festival, dando garanzia di eterogeneità e formulando la teoria secondo cui Villa Medici è un laboratorio di idee.
+10K (Gala Hernández López, 33’)
Un ritratto generazionale che racconta l’ossessione per il successo economico e i meccanismi di autorealizzazione digitale. Nella convivenza con la nonna, con piattaforme di trading, meme culture e coaching motivazionale, López indaga l’ansia di performre e il bisogno di appartenenza, con un linguaggio estetico che alterna documentario pop a testimonianze dirette.
Bonne Journée (Pauline Bastard, 53’)
In assenza di dialoghi, la regista trasforma un negozio di oggetti usati in un’opera d’arte partecipata. Ogni oggetto – dalle tende alle macchine fotografiche, dalle tv alle planetarie – porta con sé una storia, ogni cliente diventa parte del racconto attraverso la sua interazione nello spazio di esibizione. Il film permette una riflessione sul valore del lavoro, sulla creazione artistica da parte di chi opera dietro le quinte e suggerisce che una seconda vita a volte è ancora possibile.
Bury Us in a Lone Desert (Nguyễn Lê Hoàng Phúc, 62’)
Un road movie minimalista che segue il rapporto tra due sconosciuti: un ladro è costretto dalla sua vittima a compiere un viaggio per esaudire il suo ultimo desiderio e ricongiungersi per sempre con la sua amata. Il deserto diventa un posto in cui giacere, in affetto, in compagnia, in solitudine, ma soprattutto metafora di elaborazione del lutto e rinascita personale. I dialoghi sospesi, la fotografia focalizzata, la colonna sonora contemplativa costruiscono un’esperienza emotiva intensa. Forse il più sentimentale di tutti.
You may own the lanterns but we have the light. Episode 3: Children of Darkness (Haig Aivazian, 19’)
Ambientato di notte a Beirut, il film animato trasforma il buio in protagonista assoluto. Oltre l’ambientazione, l’oscurità diventa uno strumento narrativo e simbolico, attraverso cui Aivazian esplora il potere della visibilità e dell’invisibilità in una città segnata da prevaricazione, conflitti sociali e blackout energetici ricorrenti. Ogni proiezione è calcolata per sottolineare l’instabilità urbana, ma anche le strategie di resistenza e adattamento dei cittadini.
Aivazian mostra come l’oscurità sia spazio di azione. Il film trasforma la realtà in esperienza poetica e fantastica, facendo dialogare la percezione sensoriale dello spettatore con le questioni sociali più urgenti.
Comment ça va ? (Caroline Poggi & Jonathan Vinel, 31’)
È questo il film ad aver ottenuto il Premio della Giuria per la quinta edizione del Festival.
Un film radicale che mescola animazione e grafica 3D per immaginare un mondo senza uomini. In questo universo, gli animali non condividono realmente lo stesso habitat, eppure sono rappresentati come portati lì da un ordine superiore, per lo più in termini spregiativi: la loro presenza diventa strumento di riflessione sulle gerarchie e sulle contraddizioni della convivenza.
La comunità animale è chiaramente rappresentata secondo atteggiamenti specifici e suddivisa in ruoli distinti: figure dominanti, marginali o critiche, ognuna con funzioni precise all’interno dell’ecosistema narrativo. Gran parte della narrazione si sviluppa attraverso monologhi e citazioni che rimbalzano tra i diversi componenti del gruppo, creando un effetto corale in cui le tensioni, le contraddizioni e le alleanze emergono senza ricorrere a una trama lineare.
I paesaggi abbandonati della scogliera e le architetture naturali deserte diventano così scenari di resistenza e sperimentazione, mentre gli animali assumono il ruolo di soggetti politici e sovversivi. Il film offre una riflessione poetica, coraggiosa e disturbante sulla violenza, sullo sfruttamento e sull’estinzione, suggerendo al contempo la possibilità di nuove forme di convivenza e di comunità, costruite su un ordine che è simbolico, profondamente ironico e del tutto cinico.
Dieu est timide (Jocelyn Charles, 15’)
Un incontro casuale su un treno diventa occasione per confrontarsi su paure e immagini spaventose. Il cortometraggio gioca con una doppia chiave: alterna momenti realistici a inserti disegnati a mano che ricalcano l’interiorità di Ariel e Paul, a loro volta illustratori. I colori vibranti e le animazioni trasformano le emozioni in materia visiva, amplificando il contrasto tra il mondo tangibile del viaggio e quello immaginario che si apre all’improvviso, senza dare il tempo di razionalizzarlo. Breve ma incisivo, il film lascia lo spettatore sospeso tra due dimensioni, come se il sogno non fosse davvero finito ma stesse per continuare appena fuori dall’inquadratura in una matrioska di viaggi onirici.
Fiume o morte! (Igor Bezinović, 112’)
Un’opera ibrida e ribelle che rilegge l’impresa di Fiume di D’Annunzio come una parata barocca da palcoscenico, un rito collettivo a metà tra utopia e delirio di potere. Bezinović intreccia documentario, performance contemporanee, materiali d’archivio e ricostruzioni storiche per restituire la vitalità contraddittoria di Rijeka e della sua occupazione di sedici mesi.
L’uso di coreografie teatrali trasforma il racconto in un’esperienza sensoriale, in cui la storia esplode sullo schermo come un carnevale anarchico. Questa stratificazione visiva e sonora amplifica la tensione tra il sogno rivoluzionario e la sua ombra autoritaria, lasciando lo spettatore sospeso tra fascinazione storicistica e inquietudine. Energico, corrosivo e spesso ironico, il film diventa un happening in sé, che mette in scena anche il nostro rapporto con la politica in vetrina: esaltante e pericoloso.
Hemel (Danielle A. Dean, 29’)
Un saggio visivo che intreccia memorie personali con l’architettura modernista di Hemel Hempstead. La cittadina di Dean non è solo una suburb nel senso geografico, ma diventa un microcosmo attraverso il quale la regista esamina le strutture di potere, le identità razzializzate e le narrazioni culturali. La città, nata come New Town per accogliere il flusso residenziale post-bellico nel 1946, con la sua apparenza di ordine e razionalità, serve da sfondo per esplorare le tensioni e le contraddizioni che definiscono la società contemporanea. Il film, con attori non professionisti, riflette su grandi temi attuali quali colonizzazione, migrazione e urbanistica, esplorando come gli spazi plasmino le identità e le generazioni. Un’indagine delicata, che unisce archivio, voce narrante e performance, adornata da una colonna sonora ipnotica ben conciliata con la fotografia in bianco e nero.
O Riso e a Faca (Pedro Pinho, 211’)
Pedro Pinho esplora le tensioni postcoloniali tra Portogallo e Guinea-Bissau attraverso tre personaggi le cui visioni si scontrano: Sérgio, l’ingegnere portoghese che ha il compito di valutare l’impatto ambientale di un progetto infrastrutturale; Diara, una rappresentante della memoria storica locale; e Gui, che mette in luce le contraddizioni tra passato e presente.
La fotografia accenna al caldo torrido che avvolge le scene, suggerendo come i protagonisti siano inevitabilmente soggetti a un destino plasmato dal contesto sociale e dalle dinamiche economiche globali. I dialoghi e i monologhi tra i personaggi rivelano le tensioni culturali e storiche senza bisogno di una narrazione lineare.
O Riso e a Faca è un racconto incisivo e provocatorio, che intreccia conflitto personale e retaggi storici, mostrando come passato, politica e capitalismo modellino le possibilità di ciascun individuo.
Lloyd Wong, Unfinished (Lesley Loksi Chan, 29’)
Vincitore del Premio Villa Medici per il Miglior Film per “… il mescolarsi dei generi in questo film, in cui l’irruzione della violenza del mondo si inserisce in un’estetica di pastiche. Ciò che appare rinfrescante e radicale nel film è il modo in cui i codici tornano a essere strumenti di significato, come gusci dentro cui si soffia una nuova vita.”
Negli anni Novanta, Lloyd Wong iniziò a filmare la propria esperienza con l’AIDS a Toronto, costruendo un racconto intimo e frammentario della vita queer e cino-canadese. Morì prima di completare il progetto, lasciando un materiale incompiuto che per anni è rimasto nell’ombra, fino a riemergere grazie a The Queer ArQuives.
Lesley Loksi Chan raccoglie e riassembla questi frammenti, assumendo un ruolo di co-autrice insieme a Wong, ma senza cercare di chiudere la narrazione. Il film mantiene il grezzo dei materiali originali, le pause e le riprese improvvisate, trasformando l’incompletezza in una strategia critica: un modo per mettere in luce ciò che le storie canoniche tendono a cancellare, e per interrogarsi sul peso della memoria queer, dell’autorappresentazione e della violenza sistemica che ha silenziato queste voci.
Unfinished è un esperimento che discute la stessa idea di completamento, mostrando come il passato continui a influenzare il presente. Attraverso le riprese di Wong e la rielaborazione di Chan, il film evidenzia il conflitto tra storia personale e narrazione collettiva, tra erosione sociale e resilienza culturale, trasformando l’incompiutezza in un atto di critica testimonianza.
L’opera invita lo spettatore a confrontarsi con la fragilità, la marginalità e la complessità di una vita attraversata dalla malattia, dalla discriminazione e dall’emarginazione, non come tragedia conclusa, ma come processo in corso.
Paraflu (Michela de Mattei & Invernomuto, 23’)
Girato in 16mm, Paraflu di Michela de Mattei e Invernomuto combina sequenze reali con effetti generati da intelligenza artificiale, creando un’estetica materica grezza e senza tempo che amplifica tensione e ambiguità narrativa. La voce fuori campo accompagna lo spettatore, analizzando tecniche di magia e riflettendo sul rapporto tra osservatore e illusionista, mentre il montaggio frammentato costruisce un’esperienza sfaccettata che sfugge alla linearità.
Il film segue il ritorno del lupo nelle valli bergamasche, esplorando il predatore come simbolo di conflitto, meraviglia e trasformazione. Il titolo richiama fa riferimento a un episodio reale: l’avvelenamento di un branco di lupi con antigelo – descritto come una narcotico che a poco a poco uccide – simbolo di una difficile convivenza tra uomo e bestia.
Al contempo, l’opera mostra la fascinazione dei registi per il lupo e il desiderio di comprenderne abitudini e comportamenti attraverso fototrappole e monitoraggio dei branchi.
Paraflu travalica il documentario e resta sospeso tra l’osservazione concreta e la rappresentazione astratta, suggerendo una riflessione sul controllo, sulla meraviglia e sul potere dell’immaginario di guidarci in territori ancora disorientanti.
The Hand That Feeds (Mtume Gant, 88’)
La redenzione di un musicista newyorkese attraverso l’arte. Il film alterna momenti di intimità a sequenze di improvvisazione musicale, mettendo in luce la fragilità del protagonista e le sue stesse contraddizioni.
La fotografia enfatizza la solitudine dei luoghi e trasmette la vulnerabilità emotiva e fisica del personaggio. Luci, ombre e dettagli materici amplificano il senso di isolamento, mentre il ritmo del montaggio richiama quello stesso equilibrio instabile tra disciplina e improvvisazione tipico della musica blues.
Il film esplora il rapporto tra creazione artistica e autodistruzione: ogni nota diventa uno strumento di confronto con il dolore e la rabbia, trasformando la musica in un mezzo catartico. The Hand That Feeds vibra di energia blues e rabbia esistenziale, offrendo uno sguardo intenso sulla vita interiore del protagonista e sull’urgenza della sua espressione creativa.