“American Nightmare” di Paolo Zelati

American Nightmares Paolo Zelati

American Nightmares Paolo Zelati

Chi conosce Paolo Zelati sente parlare di questo libro di interviste da tanti anni. Quanti e’ difficile dirlo, ma sta a dimostrare la lunga lavorazione di un lavoro che per l’autore forse è quello di una vita, tanto da identificarlo in esso. Chi conosce Paolo lo immagina o ricorda sempre con il suo zainetto sulla spalla (correlato spesso di tubo con i poster da autografare) che va in giro per il mondo a intervistare uno dei suoi registi di culto. La passione (e sicuramente non soldi extra da buttare) hanno ispirato questo lavoro e questo si sente nell’opera. Basta questo a qualificare il libro di interviste American Nightmare, edito da Edizioni Profondo Rosso? Forse sì, ma c’è molto di più. In questo suo peregrinare, il personale road movie di Zelati ha incrociato le vie dei principali registi americani che hanno fatto la Storia (con la esse maiuscola) del Nuovo Cinema Horror. 33, tra registi, produttori e sceneggiatori e ci sono (quasi) proprio tutti. Senza elencarli, basti dire che mancano Sam Raimi e Wes Craven, ma compensa con alcune chicche rare come Jack Hill o i Chiodo Brothers, o mostri sacri come Matheson e Carpenter, notoriamente difficili da avvicinare.

Una serie di interviste che eviscerano le carriere di autori influenti non solo sul cinema di genere ma su quello moderno in generale, e in alcuni casi sulla cultura moderna tout court (basti pensare a George Romero). Ci sono numerosi livelli per considerare American Nightmare un’opera fondamentale. Per molti fan sarà piacevole leggere innumerevoli aneddoti relativi a quel mondo. Per molti altri, giornalisti, critici e appassionati dello zoccolo duro, sondare i significati politici, sociali, antropologici (concreti o meno) dietro la forma maggiore di entertainment nel cinema moderno. Per addetti ai lavori e film makers ascoltare dalla voce di veri esperti di serie A, come si fa un film veramente e non le buffonate che insegnano i corsi di cinema.

Nel mercato odierno, in asfissia comatosa, il cinema horror e fantastico è l’ancora di salvezza per le produzioni, distribuzioni e agenzie di vendita, perché sempre richiestissimo. Fino a mezzo minuto fa snobbato e disprezzato da una certa branca cinefila (ormai ridicolmente démodé) che potremmo definire i “negrieri” del cinema, colpevoli di ignoranza nei confronti di una forma di analisi dello story telling, quello del genere, non solo frequentato da tutti i più grandi della Hall of Fame del Cinema, ma parte integrale della storia del mondo letterario. In un’era in cui non si riesce a fare un film se non ci metti una star di Hollywood, l’horror salva un mercato con opere il cui protagonista assoluto è l’horror stesso. In un tale momento di riscossa, in cui i “negrieri” stanno andando a chiedere rifugio a “negri” (chi ha orecchie per intendere…), un’opera del genere dona un doveroso e mai nostalgico ritorno a una delle origini del sogno. O meglio, dell’Incubo chiamato Cinema.

Gianluigi Perrone



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