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CinemAmbiente

‘The town that drove away’: la vecchia e la nuova città

L'appartenenza di un popolo alla propria terra, e lo sradicamento da essa

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The Town that Drove Away CinemAmbiente 2025

The town that drove away è stato presentato in concorso al Festival CinemAmbiente, nella serata di domenica 8 giugno. Per la regia congiunta di Natalia Pietsch e Grzegorz Piekarski, il documentario si concentra sulla storia e la vita degli abitanti di Hasankeyf, antico villaggio situato in Anatolia, attuale Turchia.

Siamo alle origini del mondo, in un luogo che è stato inabitato per diecimila anni, lungo il fiume Tigri. Qui, più tardi, gli arabi e i curdi si sono stabiliti e hanno vissuto per generazioni. Là, dove tutto è stato silenzio e natura un tempo, diventa velocemente spazio di costruzione da parte dell’uomo: tutti gli abitanti del villaggio dovranno trasferirsi, su ordine governativo, a causa della costruzione di una diga. C’è chi resiste, chi non vuole separarsi dalla propria terra, e chi invece accetta di andare via. Tutti più o meno in fuga, da un mondo che smetterà di esistere per sempre a colpi di ruspa e di piccone.

“Homeland”: un concetto stravolto alle radici

The town that drove away racconta una storia semplice e lo fa con una grande attenzione per i particolari. Dapprima la cinepresa ci mostra la vita semplice, monotona e lenta del villaggio di Hasankeyf, ma si tratta solo di qualche scena inziale. Inizia subito, quindi, il racconto di una metamorfosi, che è perlopiù visiva, del paesaggio che circonda il villaggio. Qualcosa sta cambiando, velocemente, e gli abitanti ne prendono coscienza in maniera immediata. Il volto della loro casa si sta modificando, sta perdendo le sue fattezze naturali, costruite in migliaia di anni. Per essere pronta a scomparire, seppellita come sarà, dall’acqua.

É il cambiamento, che in questo caso non è certamente portatore di novità positive, ma solo di distruzione. Hasankeyf per i suoi abitanti non può essere più casa, la felice homeland dove tornare, che è stata custodita dai padri, e prima ancora dai nonni. E così via, indietro nel tempo. Non è più quello spazio del cuore, oltre che fisico, la “heimat” tedesca, di difficile traduzione letterale, che più che la patria in senso stretto, indica il posto dove ci si sente a casa. É la casa degli affetti, dove il cuore riposa e il corpo è in uno stato di benessere.

Questa casa dei padri sta per scomparire, perché a fare irruzione è il progresso, nella forma della costruzione di una diga, frutto di una precisa scelta politica. Un ordine, dunque, che viene percepito dagli abitanti del villaggio come proveniente dall’alto. La cinepresa di Pietsch e Piekarski segue le vicende personali, insieme alle scelte esistenziali, di alcuni di questi personaggi. Dall’eroica resistenza del barbiere del posto, che continua a svolgere il suo lavoro nonostante la ruspa scavi direttamente di fronte al suo negozio, come a voler pretendere di entrare nel suo spazio privato, di lavoro e vita. Oppure le varie figure di donne che – chi con lo studio, chi con il lavoro – scandiscono il ritmo di un tempo che ormai non è più naturale, ma puramente meccanico.

Anche la loro è una forma di resistenza a ciò che sta accadendo al di fuori: tentano di decidere per sé ritagliandosi uno spazio di autonomia, nel tentativo di fermare il movimento e ristabilire un ordine umano.

L’altra faccia del progresso: lo sradicamento

Il documentario di Pietsch e Piekarski ha come protagonisti gli abitanti del villaggio di Hasankeyf, ma non sono gli unici. C’è anche la ruspa, strumento che agisce il progresso, gli dà forma e lo circoscrive; mossa – idealmente e in parte concretamente – da una certa parte politica. La ruspa è sempre presente: di giorno, di notte, mentre gli abitanti lavorano, mangiano, dormono. É presente anche quando la cinepresa non la inquadra, perché se ne può comunque sentire l’incessante rumore.

La ruspa e chi lì l’ha posizionata infierisce le prime ferite al paesaggio, prima così puro, incontaminato. La natura cambia forma, viene deturpata e quindi desacralizzata. Viene toccata, raggiunta e inesorabilmente trasformata: agli occhi degli abitanti questo cambiamento è mortale. Non a caso, un vecchio pastore del villaggio, costretto a lasciare la propria casa, si ammala di Alzheimer, e riacquisisce un po’ di lucidità solo quando il figlio lo porta al fiume, e gli ricorda di quando insieme, lì, erano soliti dedicarsi alla pesca. I luoghi del cuore, gli affetti che riempiono una vita, e la connessione con la natura sono tre dimensioni – è chiaro – che la tecnologia non può sostituire, né ricreare.

The town that drove away ci parla di un progresso illusorio, figlio dell’interesse, che niente ha a che fare con il benessere delle persone. É un progresso malato, che inquina e destabilizza equilibri di vita semplici, quasi primordiali. Una scena in questo senso fondamentale è quella in cui la ruspa – ancora una volta protagonista assoluta (tanto da “invadere” spesso tutto il campo) scava nel terreno, fino a raggiungere gli interni di un market, già devastato all’esterno. Con un gesto poco affine anche solo alla sua mole, la ruspa solleva – quasi con delicatezza – una sedia, per spostarla fuori campo. L’antitesi tra la violenza della ruspa, la caducità del market e la fragilità di una sedia sbilenca crea la vividezza emotiva della scena. E insieme fissa con pochi elementi tutta la tragicità di ciò che sta avvenendo.

É l’atto finale di uno sradicamento emotivo e affettivo, oltre che fisico, che gli abitanti di Hasankeyf tutti subiscono inevitabilmente. Sollevati come piccole sedie inermi dai loro luoghi sicuri, e spostati altrove.

Lo sguardo sulla propria terra: da vicino e da lontano

The town that drove away fa propria un’idea narrativa particolare: quella dello sguardo su di sé, sugli altri e sul paesaggio, da parte dei protagonisti. Gli abitanti di Hasankeyf, cioè, hanno sempre come riferimento principale i propri simili, che può essere la famiglia di appartenenza o gli amici. E dalle finestre di case e attività possono sempre guardare il paesaggio che li circonda. Quello stesso paesaggio che poco prima dell’annuncio della costruzione di una diga, era vivo, e dunque aveva degli occhi, per osservare chi lo abitava, se si segue quel processo di personificazione della Natura, che è evidente in tutto il film.

La Natura soffre, sotto i colpi della ruspa, ma è anche di conforto per gli abitanti del villaggio, che ne ricercano costantemente le tracce, per quanto sia difficile. Lo sguardo sulla Natura e dalla Natura permette alla regia di costruire il significato profondo del documentario: sradicare un popolo dal luogo natìo con l’imposizione, è un atto violento, perché significa non lasciare ad essi la libera scelta. Scegliere un luogo dove vivere, dove trovare riparo, gioia e creare la propria famiglia, è un diritto di cui ogni essere umano dovrebbe godere. Echi di politica raggiungono dunque il microcosmo di Hasankeyf, sotto forma di ordini su come muoversi e dove dirigersi per lasciare in sicurezza il villaggio. Ed anche attraverso l’irruzione di notizie di attualità in radio, che parlano, ad esempio, della gravità della situazione umanitaria a Gaza.

Città vecchia e città nuova

Gli abitanti di Hasankeyf hanno perso il contatto privilegiato con la Natura di cui per millenni hanno goduto, e si sentono ora persi. Essi approdano in una nuova terra, pre-progettata e pre-costruita per loro: un ammasso di case, per quanto belle e nuove, tutte spaventosamente uguali. Un campo lungo sulle abitazioni mostra allo spettatore questa realtà, utile a descrivere senza dialoghi, ma solo con la forza dell’immagine, un’apparente situazione idillica. Invero, una prigione (dorata), dalla quale una volta entrati è difficile uscire.

Dal proprio balcone, nota una donna, non si può più vedere il minareto, anima del popolo e baricentro religioso personale. Ancora, luogo di protezione e di aggregazione sociale. Lo sradicamento è stato soprattutto di tipo identitario per questi uomini e queste donne, che non sono nemmeno più liberi di possedere una casa. Quella dove ora vivono è di proprietà del governo e dunque è proibito apporvi modifiche all’esterno.

The town that drove away

  • Anno: 2025
  • Durata: 70'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Polonia
  • Regia: Natalia Pietsch, Grzegorz Piekarski