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Master Blaster al Fantafestival

Incursioni nella cultura metropolitana. Rubrica a cura di MASTER BLASTER…

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La camera delle bestemmie, la prima vera, domenica estiva.

Colonna sonora: PoisonAlice Cooper.

Il caldo comincia a farsi sentire e l’anticiclone Ade, appena arrivato, comincia già a picchiare duro. A fatica aderisco alla poltrona cercando, come al solito senza riuscirci, di darmi un contegno.

Al cambio di stagione riprendiamo alcune vecchie sane abitudini, tra cui quella di consegnare gli articoli in ritardo, ma per il resto anche questo mese infrango la tradizione e parlo per la seconda volta esclusivamente di cinema.

Stavolta però posso dire di non andare nemmeno troppo fuori tema rispetto alla mia rubrica e provo un sottile, sadico divertimento all’idea dell’imbarazzo che creerò al grande capo, quando dovrà scegliere se lasciare questo pezzo nel mio solito spazio, oppure collocarlo nella sezione festival.

Già già, perchè questo mese la onnipresente redazione di Taxidrivers ha deciso di spedirmi ad una storica kermesse che ha dell’unico sia dal punto di vista cinematografico, che da quello antropologico.

Nientemeno che il celeberrimo Fantafestival.

Più che inviato, in effetti, sarebbe più corretto dire che mi sono attaccato alla giugulare del grande capo supplicandolo di mandarmici e lui, dopo avermici mandato, passa la patata bollente alla nostra sofistica responsabile dell’ufficio stampa a cui è restato l’ingrato compito di dipanare la selva di richieste per l’evento.

Per i pochi blasfemi che non lo conoscessero, mi basterà dire che a tutt’oggi è il più accreditato e, a quel che ne so, anche il più antico appuntamento in Italia dedicato al cinema Horror, fantastico e di genere,  di produzione sia grande che piccola o indipendente.

Oltre che un punto di riferimento per gli appassionati, il Fantafestival si connota anche un punto fermo della vita del sottoscritto. Nel lontano 1990, appena prepubescente, fui testimone della spettacolare rissa:” Al Festa versus resto del mondo”. Da allora decisi che quello sarebbe stato il mio festival, l’appuntamento che avrebbe scandito lo scorrere del tempo nella mia vita.

Infatti il festival, oltre ad essere noto per la varietà dell’offerta, presentando lavori che altresì sarebbe impossibile vedere su grande schermo, acquistò notevole fama per la “veracità” del suo pubblico: una variegata massa di disadattati di cui mi sono sempre considerato tra i primissimi capofila, che una volta l’anno si riunisce accomunata da un’unica passione per stabulare ore e ore, sbattuti tra una sala e l’altra, sorbendo fino a cinque proiezioni consecutive, con tenacia e resistenza, stordendosi fino a perdere orientamento e senso del tempo e non risparmia applausi e critiche brutali, fuse in un contesto di mito e rito, tipico di alcune antiche cerimonie pagane, essenziali per creare  il senso di comunità ed appartenenza che forse è uno degli ingredienti segreti della longevità dell’evento che quest’anno pianta la sua trentatreesima bandierina.

Quelli del Fantafestival per me sono i giorni dell’anno in cui chiudere fuori gli affanni, le angosce del lavoro, le delusioni amorose, i vicini di casa insopportabili, e trovare la mia vera dimensione, dando libero sfogo al mio “io-dionisiaco”.

Ricordo, che da imberbe sedicenne, una volta stetti una settimana senza fumare, pur di risparmiare gli spicci per pagarmi l’ingresso. La mia costanza non potè che essere premiata e Loris Curci, alla fine, mi arruolò a bordo dello staff per un paio di edizioni.

Mansioni di bassa manovalanza ovviamente, ma per me fu come toccare il cielo con un dito nel sentirmi parte di qualcosa che amavo così visceralmente.

Finchè ho abitato nella capitale, posso dire di non aver mancato ad un solo appuntamento; purtroppo da quando mi sono trasferito la partecipazione si è fatta più difficile ed ormai saranno almeno quattro anni che non registro la mia presenza.

Non nego che rientrare dalla porta principale, sotto le insegne di Taxidrivers, è una cosa che un poco mi ha inorgoglito e infatti mi presento un’ora prima dell’apertura dei cancelli.

Quest’anno il festival si articola su più sale coprendo un lasso di tempo che ci porterà fino a Settembre ed io per una questione di compatibilità di turni al negozio mi becco la prima tranche di film, ospitata alla Casa del Cinema di Villa borghese.

Un momento di vero amarcord che provo nel vedere i miei vecchissimi amici, instancabili compagni di estenuanti maratone audiovisive, però non è sufficiente a farmi ignorare due piccole pecche che subito mi saltano agli occhi.

La prima, meramente sentimentale, riguarda il pubblico: mancano le orde di barbari estatici e caotici che erano l’anima del Fantafestival. Il pubblico è serio, fin troppo serio, silenzioso, appartato, così educato da risultare formale.

Magari qualcuno, credo la minoranza, proverà il sollievo di vedere un film, anche un brutto film, senza i lazzi, le urla e persino  gli oggetti volanti in sala.

Ma così, la grande idea, bella perchè selvaggia, unica per il suo anarchismo, partecipata perché sentita viva, rischia di trasformarsi in un’istituzione, tanto per citare “il Corvo”.

Una reliquia, un rito vuoto, una formalità da osservare con compassato distacco.

Magari Il festival, dopo tanto tempo punta ad accreditarsi presso i salotti buoni, o magari sono semplicemente gli anni che passano anche per me, vecchio guerriero che rimpiange sempre più spesso la ribellione giovanile.

Al di la delle questioni affettive, la seconda tirata d’orecchi che devo fare agli organizzatori per quest’anno riguarda una certa rigidità logistica.

Nelle passate edizioni, quelle a pagamento, i cinema venivano svuotati una volta sola, a metà giornata e nel frattempo chi aveva il biglietto per quella fascia oraria, era libero di circolare per le varie sale , riuscendo ad incastrare le proiezioni che riteneva più interessanti o magari semplicemente per abbandonare un film che si sia rivelato una soporifera boiata.

E’ francamente incomprensibile perché quest’anno, in un’edizione totalmente gratuita perdipiù, il personale della Casa del Cinema fosse inflessibile nel voler svuotare il cinema al termine di ogni proiezione  e nel voler vietare le migrazioni tra una sala e l’altra, costringendo chi magari, come il sottoscritto, aveva interesse a vedere un cortometraggio piazzato  tra due film  normali a dover scegliere tra l’uno o l’altro.

Oppure anche, come mi è capitato, non poter cambiare sala, una volta capito che ciò che si sta vedendo è un’indigeribile cazzata.

E ora passiamo ai film.

Per correttezza professionale dovrei cominciare le mie recensioni dal principio, ma io, non mi stancherò mai di ripeterlo con orgoglio, non sono affatto un professionista e fedele all’aforisma di Wilde che recita “non si è mai abbastanza diversi”, comincerò dall’ultima pellicola che ho visionato per Taxidrivers.

The Ghostmaker, per la regia di Sergio Borrelli, in realtà è il film su cui sento di aver meno da scrivere.

In effetti è il classico horror-college, sulla falsariga di “linea mortale” e “final destination”, in cui studenti americani annoiati – non si sa da cosa, forse dagli studi – decidono di dare un brivido alle loro vite provando l’ebrezza della morte.

Scelta quantomeno discutibile, perché come al solito la loro imprudenza e impudenza scoperchierà il vaso di Pandora, costringendo i vitelloni in salsa yankee a confrontarsi nientemeno che con la triste mietitrice in persona, anticipando per qualche giovanotto il giorno della dipartita.

In realtà il film è un onesto prodotto di mestiere, anzi per gli amanti del genere, lo si potrebbe anche definire un buon lavoro, curato nelle sceneggiature e negli effetti speciali, con una fotografia oggettivamente accattivante.

Peccato che io non sia un amante del genere.

Chiariamo subito che non ne sono nemmeno un detrattore a tutti i costi, semplicemente non ci vado pazzo e trovo difficile aspettarmi sorprese da un tema così sfruttato da rendere utopica qualsiasi variazione.

dottor whoDecisamente più entusiasta mi trova la proiezione dell’episodio speciale del Doctor Who, di cui sono un fan accanito sin dai tempi della mia infanzia e su cui quindi non ho la benché minima pretesa di imparzialità.

Pupazzi di neve” vede il solito entusiasmante armamentario di mostroni desiderosi di sovvertire l’ordine spazio/temporale dell’universo messi in riga dall’undicesima incarnazione del Dottore (scopro con ansia che ne sono state previste solo tredici, fin dall’inizio) , dalla variegata sfilza di alleati che è andata ad ingrossarsi nel corso dei decenni  comprendendo nani guerrieri e donne salamandra e dalla nuova affascinante compagna dell’ultimo Signore del Tempo.

Le premesse sono ottime, perché oltre alla fedeltà alla serie originale, a mio giudizio trait  d’union  tra le nuove e le vecchie generazioni di fan e segreto del successo delle innumerevoli stagioni della serie – che quest’anno festeggia le cinquanta candeline -, ci sono parecchie novità, sia a livello di contenuti, con un Dottore decisamente più maturo e disilluso e una ricezione delle problematiche della società che dal primo, lontanissimo episodio ad oggi è profondamente mutata.

A seguire un breve documentario in mainstream che ci rivela aneddoti, curiosità ed evoluzioni della combriccola del Tardis.

In sala è poi  presente anche  Sabina Lugetti , una delle due animatrici di “proiezioni mentali “che oltre ad essere un negozietto che fornisce merchandising a prezzi contenuti, per fans irriducibili di serie cult (chi vi scrive è stato tentato tutta la sera da un modellino gonfiabile di Dalek parlante) , per usare le testuali parole della diretta interessata “si vorrebbe rivolgere alle varie case di produzione/distribuzione organizzando degli incontri periodici che vedessero la presenza di 1 attore e 1 scrittore per discutere della nuova era della narrazione televisiva, questo in una sola mezza giornata e possibilmente ad un costo abbordabile per tutti. Si voleva partire con i prodotti della BBC che hanno avuto un certo riscontro e poi dirigersi verso altro.”

In questo caso sono impegnate da tempo nel tentativo di portare uno degli avatar del Dottor Who in Italia, tramite petizioni, flash mob e videoappelli.

Diciamo che questo gli dà parecchi punti nel mio indice di gradimento personale, ed essendo, come forse avrete capito, un fan di vecchia… anzi, antica data della serie, volendo collaborare anche io alla riuscita dell’impresa, per la prima volta romperò una mia personale e rigidissima regola circa la pubblicità e posterò il link dei video-appelli pro dottore, affinchè chiunque voglia potrà dare il suo personalissimo contributo a questo indirizzo http://www.proiezionimentali.com/news/geek-sunday-flash-mob-doctor-who-roma.aspx#inizio_news

E adesso, fatta un po’ di sana propaganda, con il solo fine di sollazzare il mio complesso di Peter Pan, passiamo alle dolenti note.

undead-men-a-pezzi-la-commedia-western-horror-tutta-italiana

Per Undead men – “a pezzi” di Daniele Statella avevo pensato ad una stroncatura epocale e senza appello.

Un brutto film, anzi più che brutto, noioso.

Col mitico “Il bosco 1” di Andrea Marfori, passato alla storia, con l’illustre avvallo di Ghezzi, come il più brutto film della storia del cinema Italiano, sicuramente ci si è fatti delle grasse risate e più di una serata tra amici è stata allietata dal finto accento americano dei due protagonisti.

Il lavoro di Statella invece, lo dico senza cattiveria, ha una struttura narrativa a dir poco flebile.

Quasi due ore di lungometraggio fanno scricchiolare da tutte le parti una sceneggiatura concepita per un corto di quindici minuti o, a voler essere particolarmente generosi, un medio di non più di quaranta.

Il ritmo lento è aggravato dal gigioneggiare delle attrici che coprono, anzi subissano la pur buona prova di Marco Silvestri.

Di più, il voler ammiccare ad un certo onirismo felliniano rende snervanti persino le citazioni.

Capisco che buona parte dei professionisti che hanno prestato la loro opera, da StivalettiManuel De sica, lo abbiano fatto a titolo di gratuita amicizia, ma quello che come occasione di crescita, vorrei far capire all’autore, è che avere un carnet costellato di nomi che pesano non è di per se una garanzia di successo se le fondamenta del testo filmico sono deboli e il voler fare a tutti i costi il passo più lungo della gamba non migliora affatto le cose, anzi…..

Tuttavia considerando le attenuanti, come l’inesperienza e il primo cimento con un lungometraggio, vanno anche notate alcune idee positive, come la fotografia e le scelte grafiche importate dallo stile fumettistico.

In più la miscela di animazione grafica ed effettacci grandguignoleschi alla vecchia maniera dona momenti di piacevole ripresa a qualche sequenza.

Credo quindi che al regista debba essere concessa almeno la visione di una seconda prova d’appello.

Altra gatta da pelare, a costo di rendermi antipatico, arriva da “Space Metropoliz” del duo Fabrizio boni Giorgio de Finis.

Trattasi di un documentario di buona produzione (Argentero) su uno squot Romano, infilato per i capelli nel programma del festival.

Intendiamoci, il soggetto non mi trova prevenuto, anzi, nella mia vita privata sono spesso legato ad ambienti di lotta antagonista vicino alle tematiche sociali affrontate nel documentario e trovo moltissime delle istanze proposte dal film più che sacrosante.

Intendiamoci pure sul fatto che il girato non è affatto male e che anche in questo caso i “grossi nomi” si sprecano.

Diciamo pure che in un’altra situazione, non solo avrei gradito il film, ma lo avrei addirittura supportato.

Quello che mi ha disturbato è stata la totale decontestualizzazione del lavoro rispetto al Fantafestival.

Il fatto che ci sia una surreale astronave nel narrato non è un motivo sufficiente per renderlo adatto ad un appuntamento di Cinema fantastico.

Il fatto poi, di essermelo trovato, a mio giudizio, molto forzosamente inserito nelle proposte di quest’anno mi ha irritato oltremodo verso un prodotto che meritava un’altra visione in un’altra situazione.

A dirla tutta l’ho vissuta come una sorta di latente imposizione.

E l’irritazione, quando si lavora nell’audiovisivo, specie se di impegno sociale non è poco, se pensiamo che proprio a causa dell’irritazione ho fatto una cosa che un buon critico non dovrebbe mai fare.

Abbandonare la sala prima della fine della proiezione.

Il suggerimento che con molta simpatia vorrei dare ai registi è di stare molto attenti a come e dove proporre il loro lavoro.

Ciò che in un certo contesto può essere un successo, se inserito a forza in una situazione avulsa, non ci mette niente a trasformarsi in un flop.

extreme jukeboxE adesso, dulcis in fundo, parliamo di “Extreme juke box” di Bogo/Lionetti.

Che dire?

Bravi, bravi, bravi!

Applausi a scena aperta tra cui anche quelli del  sottoscritto suggellano il trionfo di questa azzeccatissima formula in very low budget da quindicimila euro!

Un frullato di citazioni che più che un film da l’idea di star sfogliando uno dei primissimi albi di Dylan Dog.

L’ambientazione è quella della musica maledetta con tanto di serial killer in costume, mi ricorda molto Murderock del mai troppo compianto Fulci, ma poi sprizzano, è proprio il caso di dirlo, pezzi di Shining, It, Il fantasma del palcoscenico e Non aprite quella porta.

Una carrellata ironica e dissacrante sulle sottoculture dalla seconda metà degli anni 80 ad oggi.

Geniale nell’architettura dei personaggi.

Ad un certo punto, nel ruolo del musicista satanico che incide dischi maledetti, spunta anche il Mago G della pubblicità dei frollini Galbusera.

Una menzione a parte poi, merita il mitico Alex Lucchesi.

Attore uscito non si sa da dove, ma diretto come un fuso a diventare il nuovo David Warbeck del cinema di genere italiano.

Dopo l’indimenticabile interpretazione in “Rise of the dead” che solo dei bastardi incompetenti e indegni di leggere queste righe non hanno amato alla follia, Alex ritorna più scorbutico e burbero che mai.

Con il suo stile caricato fino all’eccesso, anzi così eccedente da non bastare mai.

Un uomo, un mito, una bandiera, canterebbero i Disciplinatha e io non posso che sperare che questa bandiera continui a sventolare sempre più greve e oltraggiosa.

Non nascondo anzi, che mi piacerebbe riservare prima o poi a tutti quelli che hanno la pazienza di leggermi – e non credo siano molti  – uno speciale faccia a faccia con il mio nuovo eroe.

Extreme jukebox è un film che colpisce dai font iniziali rubati nella grafica ai titoli di testa de “Il mostro della laguna nera” a quelli di coda, la cui lunghezza fa pensare ad un cast delle dimensioni di quello di Ben Hur.

E invece, scopro ad una domanda diretta che si tratta praticamente di amici, messi lì con la prospettiva del cazzeggio selvaggio e tanta voglia di divertirsi.

La prova definitiva che quando le idee ci sono e incontrano la passione i risultati spaccano.

Colonna sonora : I want to destroy you dei Circle Jerks.

Questo articolo è dedicato alla memoria di Massimo Lavagnini, amico e colonna portante del Fantafestival, della cui scomparsa ho saputo proprio in questi giorni, anche se in ritardo.

Addio rude guerriero, la terra ti sia lieve.

lavagnini

Master Blaster

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