
Nella mini-sala del Shortwave cinema nella neo-trendy Bermondsey c’è la prima di un film e sembra di stare ad un party. C’è gente dappertutto e un gran vociare. Urletti e risate accompagnano eccitati andirivieni tra una poltrona e l’altra. Mi guardo intorno: sono l’unica senza un drink e anche l’unica lady around. Si spengono le luci e sul grande schermo appare un ragazzone dai tratti mediterranei. Seduto in cima al letto, lo sguardo fisso verso la finestra come in contemplazione, mentre pesanti gocce di pioggia cadono insistenti sui tetti di Londra. Poi tutto diventa bianco e luce. Dopo alcuni secondi una massa di carne giovane e nuda comincia a colorare il bianco, in slow motion. Segue un montaggio di close-up estremi su un corpo inebriante. La camera lentamente insegue le sensuali forme maschili e la texture dell’immagine è grainy. Quando la ripresa taglia sul viso, Pete sorride malizioso, sussurrando con gli occhi oscenità e dolcezze.
Il film è l’intimo resoconto di 12 mesi londinesi della vita di Pete Pittaros, un ventiquattrenne di Birmingham, ma di origine cipriota, disposto a tutto pur di “fare più soldi possibile”, come lui stesso ripete svariate volte nel film.
Per la prima volta anche il cinema inglese posa il suo sguardo su una subculture per lo più sconosciuta a molti: quella della prostituzione maschile. Il film è stato girato in un anno, con un budget di appena 5000 sterline e una crew composta solamente da due persone. Greek Pete rientra nel genere definito docu-drama, dove i confini tra finzione e realtà si fondono.
Osserviamo Pete reclutare clienti sul sito Gaydar sotto il nome di ‘londonboypete‘ e, a volte, assistiamo a questi incontri, ripresi da una telecamera fissa sistemata a una certa distanza dal centro dell’azione. Tuttavia Greek Pete non si esaurisce nella investigazione della vita professionale del suo protagonista, il film, infatti, si addentra soprattutto nel privato: gli amici e la vita di coppia. Qui facciamo la conoscenza di giovani gay e transessuali: a volte allegri e spensierati, altre volte piuttosto alienati e tragicomici. Seguiamo Pete e i suoi colleghi in varie situazioni: in una serata in discoteca o in una cena in casa con cocaina come dessert.
Greek Pete è un film che non vittimizza la prostituzione come scelta di vita, ma allo stesso tempo neanche la glamorizza. È un film esplicito, che, grazie all’utilizzo di una cinematografia sapiente e a performance naturalistiche, riesce a dipingere in maniera artistica la vita di tutti i giorni di questi rentboys.
Alla fine della proiezione il pubblico scoppia in un applauso caloroso, finchè non spunta il regista Andrew Haigh e allora si applaude ancora di più.
Andrew Haigh vanta una solida esperienza nel mondo del cinema come assistente al montaggio. Ha lavorato in film del calibro di Gladiator e Mister Lonely, per citarne alcuni. Greek Pete è il suo debutto alla regia di un lungometraggio.
Lui stesso ci racconta:
Ogni volta che alla fine di certe riviste vedevo tutti questi annunci provocanti e smaliziati mi dicevo questa è la superficie… ma chissà veramente queste persone come sono, cosa fanno…Io non sapevo nulla di questa realtà. Allora ho messo un annuncio e mi hanno risposto in venti, e ho scelto Pete. Ed è risultata una scelta vincente, perchè Pete si presta naturalmente alla camera. A parte la sua ossessione per i soldi, sono riuscito ad andare più a fondo e a mostrare un suo lato più umano e sensibile.
Greek Pete non è un vero documentario, cioè non è completamente vero, ma è veritiero: le relazioni, le amicizie e i luoghi sono reali, è la cornice che è costruita…Per esempio la cena di Natale è stata girata a Giugno! Ho detto facciamo finta che è Natale…certo che c’è una regia alle spalle, ma le conversazioni sono sempre improvvisate, e per questo, secondo me, Greek Pete è un film autentico.
Il pubblico applaude ancora, poi qualcuno chiede: che fine ha fatto Pete? È in una fase riflessiva – risponde Haigh con un sorriso – ora lavora come cameriere in un fish & chips.
Ant-Bi