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Sole Luna Doc Film Festival

‘The Soil and The Sea’, or The Quiet Sound Of The Terror

Stasera al Sole Luna Doc Film Festival 2024 l’incredibile e spaventosa opera seconda scritta, diretta e prodotta dal nostro compaesano Daniele Rugo che mischia immagini e voci in un modo originale e inedito. La recensione.

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The Soil and The Sea

In questa nuova serata dedicata al Sole Luna Doc Film Festival 2024 gli spettatore dovranno prepararsi a un evento inaspettato e forte. Stasera è il turno di Daniele Rugo, che torna alla regia dopo gli splendidi The Olympic Side of London (2012) e About a War (2019), quest’ultimo co-diretto insieme a Abi Weaver. Si intitola The Soil and The Sea e non è il classico documentario che ti aspetteresti. È uno scandaloso viaggio metaforico nella città di Beirut e del Libano, vittima della Guerra Civile Libanese (svoltasi tra il 1975 e il 1990 – ben 15 anni). Si rifà molto a recenti capolavori quali La Zona di Interesse (di Jonathan Glazer) e Povere Creature (di Yorgos Lanthimos), entrambi usciti nel 2023. Ma al tempo stesso, si appresta a narrare una nuova silenziosa Shoah, in cui il regista si affida a diverse voci narranti. Prodotto da Iterations Film.

The Soil and The Sea

The Soil and The Sea, breve sinossi

“I’ll tell you a story that I didn’t want tot tell you.”

In Libano ci sono più di 100 fosse comuni intatte risalenti alla Guerra Civile e migliaia di famiglie aspettano un osso da seppellire. The Soil and the Sea svela la violenza che si nasconde sotto un giardino, una scuola, un bar, un hotel e altri paesaggi insignificanti. Mentre la telecamera interroga questi spazi quotidiani, le voci li riempiono di storie cancellate.

The Soil and The Sea: Il Cinema Documentario ha un nuovo volto

“Loot at the sea. What do you see?”

Daniele Rugo, qui anche produttore e direttore della fotografia, porta in ‘scena’ una storia di grande valore storico, rifacendosi alla video arte. La guerra e le tematiche sociali sono grandi stilemi per Rugo, ma in questo caso sfida le barriere e le regole del cinema stesso, mettendo molto coraggio. Si ispira molto al documentario Shoah (1985), diretto dal compianto Claude Lanzmann, ma non si ferma qui. Il regista ci spinge dentro il racconto, facendoci vivere in prima persona quello che hanno passato le vittime senza nome e identità. Si lascia guidare da paesaggi misteriosi che dipingono di grigio sia Beirut che i paesi e le steppe circostanti.

Si inizia dal Mare bianco (o White Sea), simbolo di nascita, che però, se lo si guarda da una prospettiva diversa, sotto il suo manto si nasconde un cimitero di tombe nere clandestine. E ancora oggi continua a mietere nuove ‘vittime’. In seguito si fanno avanti i grandi grattacieli di Beirut, alle piazze vuote, alle scuole e università, ai campi, ad abitazioni vuote, fino a monasteri e tombe di roccia. Il suo stile di regia e di narrazione è molto semplice e geometrico, si sale e si scende come un’ascensore e il punto di vista della MDP sembra invisibile. Sembra di vedere un film di Wes Anderson senza Wes Anderson. Si ha l’impressione di vedere i fantasmi delle vittime che non hanno avuto via di fuga durante l’Impero Oscuro.

Tra Passato e Presente

Le atmosfere neutrali della città lasciano spazio a noi spettatori di immaginare il dramma, le violenze subite e le mille bombe cadute dal cielo rosso come il sangue. C’è molta paura nel vedere le avversità accadute e il solo pensiero mette la pelle d’oca. E questo è solo uno dei tanti obiettivi che Rugo ha voluto riprendere, centrando perfettamente l’obiettivo. 

C’è anche un salto nel passato: in alcuni punti, oltre a riscoprire alcune delle date che hanno segnato la guerra civile libanese, sembra di vedere le rovine dell’Antica Roma. Non perdono tempo a scrutare lo spettatore, e invitano a toccarli e sentire sensazioni ‘fredde’ e distaccate, quasi chiedendoti aiuto. Una sensazione che oggi è più attuale che mai, complice quanto sta succedendo ora a Gaza. La guerra si riconferma quindi la torre nera più profonda e inquietante che sia mai stata costruita, e che sembra non avere fine. Ma allora dove sta la verità?

Quando la Voce Resta L’Unica ‘Arma’ dell’Uomo

“C’è sempre una Tragedia Sociale”

Ogni documentario racchiude in se tante testimonianze, spesso già vista, altre volte inedite. Nel caso di The Soil and The Sea il regista lascia spazio al sonoro. La colonna sonora di Yara Asmar, seppur semplice, richiama molto le pietre e le atmosfere primitive di 2001: Odissea nello Spazio (del grande Stanley Kubrick), con tanto di omaggio alla cultura orientale. Ma la vera novità sta nelle interviste stesse: non le vediamo fisicamente in carne e ossa, ma le sentiamo solo attraverso le loro voci tristi e spezzate, consumate dalla tragedia e dal loro pianto ormai consumato.

A rendere il tutto più fluido e interessante è la gestione del tempo. Ogni ‘intervista’ ha la sua sequenza panoramica (e capitolo, attraverso stacchi e dissolvenze in nero) e i suoi tempi. Perdere una persona della propria famiglia o amici lungo la strada, soprattutto quando si è giovani, non è facile. Questo il regista e la sua squadra lo sanno bene. C’è infatti un momento in cui una voce, mentre racconta si ‘spegne’, lasciando spazio al silenzio. Sono persone che hanno perso tutto, anche i diritti, ma non la volontà di raccontare quanto vissuto.

L’importanza del Montaggio e di una Scenografia Easy

Il montaggio ritmico e graduale, realizzato dal regista stesso, si alterna perfettamente alle voci. In questo campo, prevale spesso il linguaggio delle avanguardie artistiche. Ad esempio, nelle vie della città di Beirut, si vedono macchine e gente che va e viene, senza mai voltarsi indietro, come a prendere le distanze. Lo sguardo della MDP però si rivolge al suo interno, nelle case abbandonate: si sentono respirare le melodie malinconiche di The Empty Chair, canzone scritta da Sting nel 2016 per il docufilm Jim: The James Foley Story (per la regia di Brian Oakes).

Colpiscono molto dettagli scenografici come le sedie vuote, i pavimenti di rocce, le grandi finestre, eccetera. Posso sembrare piccolezze, ma sta proprio in questo lo specchio e l’anima del documentario di Rugo. C’è però ancora molto mistero: tante le domande ancora senza risposta, genitori che aspettano il ritorno dei figli e su quanto successo negli anni del Terrore. Siamo dunque invitati a prendere posizione e la nostra voce sembra essere l’unica nostra arma rimasta a noi Umani per combattere.

Conclusioni e considerazioni

“Quale è il mio crimine?”

“Tu sei innocente. Non c’è niente in te che non va.”

“Tutte queste torture e io sono innocente?”

Con le sue immagini spietate e le sue tematiche crude e spaventose, Rugo ha creato un vero e proprio manifesto sociale e di denuncia. Si pone come insegnante di storia e ha saputo spiegare con sguardo attento e analitico una pagina di storia che rischiavamo di dimenticare e di non venirne a conoscenza. The Soil and The Sea non è solo una splendida testimonianza passata, ma è in primis un avvertimento a tutta l’umanità. Quante vite spezzate nel nulla, soprattutto quelle giovanili. E il silenzio non è sempre la soluzione migliore. Cerchiamo di ascoltarci e sostenerci a vicenda, ma soprattutto che la pace e il dialogo prendano il sopravvento. Che sia l’inizio di un nuovo modello di riferimento per il cinema e per la nostra società moderna? Al pubblico la parola finale.

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The Soil and The Sea

  • Anno: 2023
  • Durata: 74'
  • Distribuzione: Iterations Film
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Libano, UK
  • Regia: Daniele Rugo
  • Data di uscita: 03-May-2023