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Il Cinema Ritrovato

‘I sette samurai’, capolavoro seminale che ha solcato feudalesimo, Far West e Sci-Fi

Una delle opere fondamentali della storia del cinema, che sebbene ormai ha settant'anni, resiste nel tempo, conservando la sua forza e la sua bellezza. Un film che ha generato remake, parodie e scopiazzature.

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Alla XXXVIII edizione de Il Cinema Ritrovato, è stato proiettato, in versione originale e nella sua lunghezza originale, I sette samurai (Shichinin no samurai, 1954) di Akira Kurosawa. A distanza di 70 anni, la pellicola resta tutt’oggi un caposaldo del cinema giapponese, una pietra miliare del genere Jidai-geki (letteralmente “rappresentazione del periodo), e un capolavoro della filmografia di Kurosawa.

Con Rashomon (Rashōmon, 1950) il cineasta aveva fatto conoscere la grandezza e la perizia tecnica del cinema giapponese all’Occidente, vincendo il Leone d’oro al Festival di Venezia e ottenendo il Premio Oscar per il miglior film straniero.

I sette samurai, kolossal storico e combattivo film d’avventure, lo impose definitivamente tra i grandi autori. Kurosawa (1910-1998) è stato il primo regista giapponese capace di conservare le radici della propria cultura unendola a una  rivolta verso l’Occidente. Diverse sue opere sono tratte da autori russi  e Kurosawa ha fatto anche due stupende riletture/trasposizioni di opere di William Shakespeare.

Senza dimenticare che il suo stile registico si avvicina molto a quello fisico americano.

Ed è stato autore da cui molti altri registi hanno attinto (o rubacchiato) per creare i propri film. Già lo stesso Rashomon fu fonte d’ispirazione per diverse pellicole. Bernardo Bertolucci strutturò narrativamente La commare secca (1962) basandosi sul film di Kurosawa. L’oltraggio (The Outrage, 1964) di Martin Ritt, ne è una rilettura in chiave western. Anche Ridley Scott ha rielaborato quella struttura narrativa per il suo The Last Duel (2021).

E a queste riletture si aggiungono le parodie: il comico-erotico Quante volte… quella notte (1969) di Mario Bava e il cartoon Cappuccetto rosso e gli insoliti sospetti (Hoodwinked!, 2006) di Cory Edwards.

Diverso il caso, che in ogni modo conferma come il cinema di Kurosawa affascinasse gli autori occidentali, La sfida del samurai (Yojimbo, 1961). Opera “minore” del cineasta giapponese, l’idea sarà ripresa, senza pagare royalties a Kurosawa, in Per un pugno di dollari (1964) di Sergio Leone. Anche in questo caso, una rilettura western con il samurai tramutato in “cavaliere solitario” che si fa “angelo vendicatore”.

Una “scopiazzatura” che costò alquanto a Leone, perché il 15% degli incassi del suo film sul suolo orientale andarono direttamente alla Toho. Non bastò la furbizia italica di far credere che La sfida del samurai non fosse opera originale, ma una rilettura giapponese del testo di Carlo Goldoni Arlecchino servitore di due padroni.

I sette samurai, essendo un film epico e corale, non poteva che essere un ottimo spunto da cui poter partire e creare delle variazioni di genere.

Le 2 variazioni de I sette samurai

La pellicola di Akira Kurosawa è un kolossal nella durata e per il folto gruppo di personaggi che vi sono all’interno, ed epico nella narrazione, ma nel suo svolgimento descrittivo dei personaggi, ha l’andamento di una storia intima. Ognuno dei 7 samurai rappresenta un aspetto dell’uomo. Vizi e virtù.

Ambientato alla fine del XVI secolo, per il regista è un ritorno al passato, dopo due pellicole d’ambientazione contemporanea. E alle figure dei samurai, ossia militari operanti durante il periodo feudale. Quando non avevano più un padrone, diventavano dei Ronin (“uomo onda”), ossia dei mercenari prezzolati.

I sette protagonisti sono tutti dei ronin, samurai ormai decaduti che cercano ingaggi per poter sopravvivere. E il loro accettare l’offerta di questi inermi contadini è dettato inizialmente dalla necessità di ricavare denaro o almeno cibo. Non c’è un sentimento di pietas, che si palesa soltanto successivamente, quando la loro battaglia non è soltanto per onorare il patto, ma anche ribellione contro una società feudale dove il più forte schiaccia i deboli, ovvero il popolo.

La pellicola è una disamina di quel mondo arcaico e i contadini rappresentano la fascia più debole. Looser su cui Kurosawa, durante la sua carriera, ha incentrato diverse storie, come ad esempio con lo sfortunato Dodes’ka-den (Dodesukaden, 1970).

Uno spunto del genere, cavalieri che aiutano degli inermi, era pertanto troppo ghiotto, e avrebbe coinvolto gli spettatori. In America non è esistita un’epoca feudale, il Far West è molto simile. Quindi, ecco il cambio di epoca, di armi e di tipologia di cavalieri. E finanche l’etnia dei contadini.

I magnifici sette (The Magnificent Seven, 1960) di John Sturges coglie soltanto gli aspetti spettacolari ed emozionali, tralasciando tutta la ricchezza narrativa e storica della pellicola d’origine. I contadini sono messicani, mentre i cavalieri sono dei pistoleri che si vendono al miglior offerente. Ogni pistolero ha caratteristiche come i samurai originali, soltanto declinati qui alla mentalità yankee.

Ma al netto di questo “depauperamento”, I magnifici sette resta un cult del genere, che fu un grosso successo. Ebbe tre seguiti; lanciò diversi attori, tra cui Steve McQueen (1930-1980) vero samurai del cinema; ne fu realizzato un serial di breve respiro I magnifici sette (The Magnificent Seven, 1998-2000); ed ebbe anche un remake: I magnifici 7 (The Magnificent Seven, 2016) di Antoine Fuqua. Una nuova versione che accoglie la cultura woke, infatti tra i pistoleri ci sono anche uomini di altre etnie.

E I sette samurai tornano utilissimi quando sul finire degli anni Settanta esplode il fenomeno di Guerre stellari (Star Wars, 1977) di George Lucas. Battaglie intergalattiche tra buoni e cattivi. Tra potenti e inermi. E quindi ecco il genio produttivo di Roger Corman (1926-2024). Traslare l’idea di 7 ronin nello spazio. I magnifici sette nello spazio (Battle Beyond the Stars, 1980) di Jimmy T. Murakami e Roger Corman non accreditato.

Soltanto la distribuzione italiana mette in evidenza la filiazione con la pellicola di Kurosawa, mentre intelligentemente il titolo originale riprende, con l’arricchimento di un vocabolo, quello di Lucas. Come ogni film prodotto da Corman, la realizzazione è stata fatta con pochi soldi e il risultato si vede.

Ma più che remake, si potrebbe definire quasi una parodia, con la squadra di cavalieri composta da umani e alieni. Sostanzialmente rimane alla memoria come uno dei primi lavori da “ronin” di James Cameron, che si è occupato dei modellini.

 

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