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Bellaria Film Festival

Intervista a Alessandro Pugno, regista di Animale Umano

In occasione dell'anteprima del suo film, "Animale Umano", abbiamo incontrato il regista Alessandro Pugno. Lo scontro in un arena tra un toro e un ragazzo è il punto di arrivo di due racconti esistenziali e paralleli, funzionali a una lettura trasversale del maschile

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Animale umano

Animale Umano di Alessandro Pugno è in concorso al Bellaria Film Festival per il premio Casa Rossa, che sarà assegnato al miglior film italiano indipendente dell’anno.

Avevi già una conoscenza pregressa sul mondo della tauromachia?

Nessuna. Ho dovuto documentarmi. Da una parte ho fatto colloqui con aspiranti toreri. Dal confronto con loro mi sono reso conto che sono mossi da qualcosa di spirituale e questo mi ha colpito molto. Ho inserito nel film un’espressione rubata da loro, “Il torero è Dio”. Dall’altra parte, ho frequentato gli allevamenti di tori. Da questa esperienza ho capito che si potevano fare dei parallelismi con la vita umana.

Un tema centrale del film è quello della morte, a partire dalla scena vista in tv da Matteo bambino al lavoro svolto dalla sua famiglia.

Nella mia infanzia ho avuto modo di entrare in contatto con un ambiente simile a quello in cui vive il personaggio di Matteo; dunque, c’è alla base un motivo autobiografico. Quello che vede alla televisione è una morte spettacolare, mentre intorno a lui c’è una continua banalizzazione della morte. La tauromachia è dopotutto legata alla morte. Leggendo varie biografie di toreri si evince che la morte è sempre qualcosa che loro hanno vissuto in un modo o nell’altro sulla loro pelle.

Animale umano

L’ultima inquadratura dell’attore che interpreta Matteo, con i colori caldi dell’arena sullo sfondo ricorda un affresco michelangiolesco. C’è stata una ricerca particolare per l’attore?

Con il direttore della fotografia abbiamo optato per una scelta anomala, quella di usare il grandangolo per i primi piani. Ciò ha donato all’immagine una certa plasticità e fa s^ che venissero messi in risalto i tratti del volto marcati dell’attore. La pittura per me è sempre stata un riferimento importante. L’attore che interpreta Matteo da ragazzo, Guillermo Bedward, ha fatto un casting video. È per metà spagnolo e metà inglese. Ha subito colto la rabbia del protagonista nel provino. In un secondo momento abbiamo trovato Ian, l’attore che interpreta il protagonista bambino, che ha gli stessi tratti del volto marcato.

Un aspetto originale del film è l’unione del linguaggio documentaristico per la linea narrativa che segue il toro Fandango e quello di finzione per la linea narrativa che riguarda Matteo. Da dove sei partito per arrivare a questa scelta?

Non ho ragionato in termini di differenziazione dei due linguaggi; mi interessava capire se si poteva convertire un animale dallo stato brado in protagonista senza umanizzarlo. Il film non cerca mai di antropomorfizzare l’animale. A me interessava far captare cosa può sentire l’animale nel rispetto della distanza. Abbiamo cercato di raggiungere questo obiettivo attraverso la sceneggiatura, dando una storia all’animale. Il passo successivo è stato quello di legare le fasi più importanti nella sua vita con quelle dell’uomo (svezzamento, lotta per la sopravvivenza, paura). Tutte le scene sono state scritte, cambia solo il dispositivo.

Anche se solo accennata, nel tuo film è presente la dimensione di una collegialità maschile. Avresti voluto approfondirla?

Mi interessava esplorare una forma di omoerotismo che fa parte dell’esplorazione dell’adolescenza. Per me è stato anche il pretesto per una riflessione di un punto di vista maschile sul maschile che manca nel cinema contemporaneo. Ogni personaggio del film incarna una tendenza diversa della mascolinità.

 

 

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