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Personaggi

Alda Merini, la poetessa dei Navigli: genio e sregolatezza

Unghie laccate, voce roca e sigaretta sempre accesa. Classe 1931, avrebbe compiuto 93 anni il prossimo 21 marzo 2023. Lei è Alda Merini: la star intellettuale che viveva come una nomade.

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film alda merini

 “Non si sentiva tanto il tempo in manicomio anche perché non facevamo niente e non aspettavamo nessuno. Eravamo entrati per morire. E ritrovarsi ogni giorno vivi era una grande sorpresa”.

A dirlo è Alda Merini. Unghie laccate, capelli grigi, voce roca e sigaretta sempre accesa. Totale assenza di vanità e inquietudine di fondo. Questa è la poetessa dei Navigli, classe 1931, che avrebbe compiuto 93 anni il prossimo 21 marzo 2023. Una vita divisa tra genio e follia, un talento senza eguali che l’ha portata, di diritto, nell’apollo dei luminari.

Carattere malinconico a tratti mutevole, circondata da uomini poco inclini a comprendere i turbamenti che un’anima fragile e dedita alla poesia potesse generare. Una donna che perseguiva i sogni, nonostante tutto. Nonostante le bombe le avessero distrutto la casa in cui viveva da bambina, malgrado la povertà e la fame. Una vita intensa, fatta di versi e dolori. L’esordio nel mondo della poesia a soli 15 anni, quando si mette in luce con le prime poesie. La scrittura febbrile che la porta al cospetto dei grandi maestri italiani del periodo: Quasimodo, Manganelli e Montale. È il periodo delle trasformazioni, ma anche del grande amore. Dal matrimonio con Ettore Carniti alla nascita delle quattro figlie. L’amore che la nutre e divora al contempo. Sarà proprio il marito a farla internare a seguito di una violenta lite, dopo il rientro a casa di lui ubriaco. E poi quelle ombre nella mente che la costringono a passare gran tempo della sua vita tra manicomio e istituti psichiatrici.

Il manicomio

È il 1947 quando Alda Merini ha la sua prima crisi nervosa e viene ricoverata nella clinica psichiatrica di Villa Turro per un mese. Le diagnosticano un disturbo bipolare e quelli che seguono sono anni bui. È internata la seconda volta nell’istituto Paolo Pini di Milano, dal 1964 al 1972, e la terza a Taranto nel 1986.  L’esperienza del manicomio è devastante. Niente più versi, niente scrittura, tutto svanisce e il male diventa un “vestito incandescente”. «Io l’ho incontrato il demonio, era al manicomio. Però anche il demonio si è commosso e mi ha lasciato uscire», racconterà poi. Il periodo dal 1961 al 1979 rimane quello delle lunghe crisi. In 14 anni di ricovero Alda Merini ha subito 47 elettroshock e sperimenta sulla propria pelle torture orribili: dall’elettroshock senza anestesia alle pubbliche umiliazioni. È la poesia a salvarla e nel 1979 riprende a scrivere, dando vita al suo testo più intenso, La terra santa, che le vale il Premio Librex Montale nel 1993 e che racconta proprio la sua sconvolgente esperienza nell’ospedale psichiatrico.

La rinascita e le opere di Alda Merini

È solo dopo aver lasciato il manicomio che inizia la rinascita della poetessa. Rimasta vedova, si risposa con un uomo più grande di lei, Michele Pierri, e la sua attività letteraria fiorisce. Dai suoi versi traspare una nuova, profonda spiritualità. È un crescendo. Le vengono attribuiti diversi premi, tra cui la candidatura al Nobel nel 1996. Tra le sue tante raccolte ricordiamo Terra santa, Superba è la notte, Ballate non pagate. Nel 2004 le sue parole si trasformano in musica nell’album “Milva canta Merini”.

Il film Folle d’amore su Alda Merini

La vita di Alda Merini è stata di recente raccontata in Folle d’amore di Roberto Faenza, film liberamente ispirato al libro Perché ti ho perduto di Vincenza Alfano che narra la vita della poetessa. A vestire i panni della protagonista, ritratta in tre momenti diversi della sua vita, sono tre attrici: Sofia D’Elia (l’adolescente), Rosa Diletta Rossi (la giovane donna) e Laura Morante (la donna matura). Dall’adolescenza, al manicomio, all’amore per la scrittura, sono queste le tre fasi in cui si sviluppa il biopic prodotto da Jean Vigò Italia con Rai Fiction e andato in onda lo scorso 14 marzo su Rai uno. Il film esplora l’anima della poetessa ripercorrendo i momenti più intensi della sua vita e ne offre un ritratto inedito: quello di donna e madre. Il lato umano che primeggi su quello artistico. E Laura Morante riesce proprio a restituire sullo schermo quello spessore e grandezza che la poetessa dei navigli merita.

Alda Merini: ritratto inedito, gli ultimi anni e la morte

Donna colta, perbene, Alda Merini è stata capace di coinvolgere con la sua intelligenza e passione letteraria i grandi letterati del periodo. Pasolini ne aveva riconosciuto il talento premiandola a un concorso quando era ancora un’adolescente. Eppure, la poetessa dei navigli ha sempre condotto una vita quasi da clochard. Le piaceva vivere da sola, mangiare sul letto, dormire con le scarpe. Amava la vita da nomade, inseguiva la solitudine. È stata una star.

Si è spenta il 1° novembre del 2009 all’Ospedale San Paolo di Milano, in seguito ad un tumore. Ha sempre continuato a fumare le sue immancabili e amatissime sigarette. La sua casa sui Navigli, piena di macchine da scrivere, dipinti e tappi di sughero spari qua e là, è diventata un museo oggi visitabile. Di lei rimangono le poesie e l’aver vissuto a pieno la vita.

«Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno. Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara».

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Alda Merini: ritratto della poetessa dei Navigli