Conteurs d’images. Un viaggio affascinante nel mondo della scrittura cinematografica

Nella seconda giornata di France Odeon l’attenzione degli addetti ai lavori si è concentrata su Conteurs d’images, interessantissimo documentario presentato a settembre al Lido nella sezione Venezia Classici.

Il film è un affascinante viaggio nel mondo della scrittura cinematografica compiuto dalla regista Noelle Deschamps, presente in sala assieme alla produttrice Dominique Marzotto, attraverso una serie d’interviste ad autori di primo piano della Settima Arte. Si tratta di undici sceneggiatori, nella maggior parte dei casi anche registi, di età e nazionalità diverse che parlano davanti alla macchina da presa del loro approccio alla scrittura e del processo creativo a partire dall’idea alla base di ciò che diverrà, tramite un faticoso e travagliato sviluppo, una sceneggiatura vera e propria pronta ad essere tradotta per immagini.

Spesso non viene dato il giusto peso al lavoro di scrittura che sta alla base di ogni film e si pensa di poter sopperire alle carenze di sceneggiatura ricorrendo ad attori di grido o a registi di talento. Ovviamente non è assolutamente così perché, come afferma James Gray – uno degli intervistati, autore di un’opera matura e dolente come Two Lovers –  i punti deboli di un film derivano quasi sempre dallo script. Il regista e sceneggiatore statunitense sa bene che le cose che non funzionano in un film sono causate da problemi o carenze di sceneggiatura. Per esperienza personale Gray è consapevole che ci si può nascondere ma non si può certo scappare da queste problematiche e che l’unica soluzione possibile è lavorare al massimo e nel miglior modo possibile. Per il regista newyorkese, a differenza dei suoi illustri colleghi, il dono della creazione non esiste ma è frutto di ore e ore di duro, meticoloso ed estenuante lavoro.

Sostiene il contrario Frank Pierson, scomparso lo scorso luglio a 87 anni, sceneggiatore di pellicole come Nick mano fredda e Quel pomeriggio di un giorno da cani, secondo cui, ad esser credenti, il dono della scrittura deriva direttamente da Dio. Maïwenn, la giovane autrice del film Polisse, dice di sentirsi in uno stato di forte fibrillazione durante il processo di scrittura e di provare sensazioni simili a quelle dell’innamoramento. La regista francese rivela di non avere un metodo preciso e di essere molto caotica e confusa nelle fasi di scrittura di un nuovo soggetto, probabilmente, a suo dire, a causa del suo essere in pratica un’autodidatta e di non avere studiato a fondo prima d’intraprendere questo mestiere. Per l’affermato e pluripremiato regista francese Jacques Audiard la fase di scrittura è lunga e talmente travagliata da sfociare quasi in uno stato di depressione. Assai diverso è invece l’approccio di Guillermo Arriaga, storico sceneggiatore per i primi film di Alejandro González Iñárritu che ha poi esordito nel lungometraggio con The Burning Plain – Il confine della solitudine, che non fa ricerche preparatorie ma si siede alla sua scrivania e lascia che la scrittura fluisca rapida e immediata traendo sempre ispirazione dal suo vissuto. Per John Boorman, leggendario regista di film come Duello nel Pacifico e Un tranquillo week-end di paura, è essenziale per il suo processo creativo la vicinanza alla natura e ad un elemento come l’acqua che ricorre infatti in quasi tutta la sua filmografia.

Come abbiamo visto ogni autore ha un suo stile diverso ed un suo modo di affrontare il processo creativo ma esiste un punto che li avvicina e accomuna tutti. Ovvero, come recita un vecchio adagio che si sente dire dagli stessi intervistati nel documentario, che un autore gira sempre lo stesso film. Nelle opere di ogni regista infatti ci sono temi ricorrenti legati al proprio vissuto che riaffiorano, spesso in maniera inconscia e non studiata a tavolino, da un film a un altro fino a creare un filo conduttore nella propria filmografia. Encomiabile il lavoro della Deschamps che, supportata dall’ottimo montaggio realizzato dal marito Yves Deschamps, ha realizzato un ispiratissimo documentario sull’importanza della sceneggiatura, fondamenta senza cui è impossibile arrivare alla costruzione di un buon film.

Boris Schumacher



Condividi