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Silent Land di Aga Woszczyńska: in sala l’ottimo esordio della cineasta polacca

Dal Biografilm alle sale: esce il 29 giugno anche in Italia l’intenso lungometraggio d’esordio di Aga Woszczyńska, presentato durante il festival bolognese

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Facciamo pure qualche passo indietro. In realtà un film come Silent Land, co-produzione internazionale le cui riprese erano avvenute in Sardegna durante mesi difficili, ancora contrassegnati dall’emergenza pandemica, ci era già noto grazie a una precedente, ricca edizione di CiakPolska organizzata a Roma. Ma il 19° Biografilm Festival ha rappresentato comunque per noi e per gli altri addetti ai lavori l’occasione di approfondire meglio, assieme all’autrice, lo stile e i temi di questo riuscitissimo lungometraggio d’esordio, che dal 29 giugno 2023 sarà regolarmente distribuito in sala. Ecco, per iniziare, un sunto dell’attività stampa svoltasi proprio a Bologna, con la presentazione del film da parte della regista Aga Woszczyńska, che, dopo aver chiarito la non facilissima questione della pronuncia del nome, ha risposto volentieri alle prime domande.

LA GENESI DEL FILM

Lieti di averla ospite qui al Biografilm. Prima domanda: qual è stata l’idea dietro la realizzazione del film? Aga Woszczyńska: A dire il vero, due idee. Ho realizzato il mio corto di diploma alla scuola di cinema con gli stessi attori e identici personaggi. Ma era solo un cortometraggio e mi era parso troppo breve, per ciò che avevo in mente di mostrare sullo schermo. Così ho deciso di andare avanti con stessi attori e personaggi, ma in un lungo, perché volevo non necessariamente comprenderli di più, ma semplicemente trascorrere un tempo maggiore con loro. Nel frattempo era accaduta una tragedia gravissima a Lampedusa e ho voluto usare tali personaggi per mostrare, in una maniera poco convenzionale, quanto l’Europa fosse cieca di fronte alla catastrofe dei migranti. Riguardo alla scrittura del film, invece, cosa può dirci? Quanto tempo ha preso? Aga Woszczyńska: Oh, in realtà ho avuto un co-sceneggiatore, Piotr Litwin, amico e collega della scuola di cinema da me frequentata. Ma ci conosciamo da molto prima. Forse addirittura 20 anni! Abbiamo cominciato a collaborare per la sceneggiatura intorno al 2016. Essendo poi una co-produzione internazionale ci abbiamo messo parecchio a terminare tutto. Erano coinvolti nell’impresa il Polish Film Institute, assieme al suo equivalente italiano, alla Sardegna Film Commission, alla film commission di Lodz in Polonia e ad altri soggetti ancora. Così c’è voluto un po’ di tempo per raccogliere ogni risorsa.

TRASFERTA SARDA

Perché proprio la Sardegna? E che dire del tono che assume lì il film, con una bella vacanza che si trasforma all’improvviso in un dramma? Aga Woszczyńska: In realtà non conoscevo ancora la Sardegna e avevo impostato lo script pensando inizialmente alla Calabria, dove avevo già trascorso un po’ di tempo. Ma il co-produttore italiano Giovanni Pompili ci ha suggerito di andare e controllare se la Sardegna avrebbe fatto al caso nostro, perché lì avremmo girato il film più velocemente, grazie anche ai finanziamenti locali. La prima volta che ci sono andata mi sono subito innamorata del posto! Riguardo invece allo stile del film, volevo che tendesse verso una sorta di “suspense”, quasi da thriller. Un thriller potrebbe essere il mio prossimo film! Intendevo così sublimare una situazione iniziale, data dal gradimento che i polacchi come gli italiani hanno per le vacanze, per i posti belli, per le situazioni goderecce e che portano al sorriso. Ecco, volevo ribaltare tutto questo. Cosa puoi dirci del punto di vista femminile e di coppia nel film? Aga Woszczyńska: A dire il vero, per me questo film è incentrato sull’uomo, è lui il personaggio principale. Perché alla fine del film è lui a comprendere cosa sia realmente successo, capisce infatti d’aver preso la decisione sbagliata e soprattutto è costretto a portare il peso della colpa. Lei non lo fa. Pure la donna vorrebbe poter tornare indietro, ma si rapporta a ciò in una maniera diversa. L’attenzione quindi è più su di lui, sebbene in fondo la loro condizione sia eguale, come ho voluto esprimere nella scena più importante, quando entrambi osservano la tragedia in atto e non reagiscono. Come è stato cercare le location e approntare ogni altra cosa, inerente all’inizio delle riprese? Aga Woszczyńska: Se mi si vuole chiedere quale sia stata la circostanza più difficile da affrontare, per il mio film di debutto, risponderei senz’altro il Covid, lo stress legato alla pandemia. Poiché dovevamo cominciare a girare entro pochi mesi ma con le regole vigenti in Italia nel 2020 siamo stati costretti a rimandare, rimandare, rimandare… Siamo riusciti infine a partire. Ma avevamo interpreti e maestranze provenienti da tutta Europa e da differenti parti d’Italia, così ogni giorno c’era tensione dovuta al non sapere se tutti sarebbero riusciti ad arrivare o a superare i test. Tutti i giorni test anti-covid, è stato stressante. D’altro canto, vista la situazione, eravamo tutti raggruppati presso lo stesso hotel, un bel posto a pochi metri dal mare, il che ha aiutato a creare sul set una sorta di famiglia allargata.

LA SCELTA DELLO STILE

Venendo a questioni tecniche, stilistiche, che accorgimenti avete usato sul set? Si ha come l’impressione che la videocamera segua a distanza il racconto, i personaggi… Aga Woszczyńska: Penso anch’io che la macchina da presa crei una certa distanza. E ci sono altri aspetti che abbiamo trattato con cura, sia a livello di immagini che di sonoro, in post-produzione. C’è un giorno di lavorazione del film che ricorda particolarmente bene, in quanto ha rappresentato qualcosa di bello, motivante o magari una sfida? Aga Woszczyńska: Sì, la sequenza più impegnativa che abbiamo girato era quella d’apertura, anche la più lunga, con diverse comparse in paese… ma poi l’ho tagliata! Non è uscita fuori come volevo, in più mi sono accorta che non serviva. Amo l’inizio del film come l’abbiamo poi realizzato, quelle inquadrature più semplici. Ogni tanto però il produttore ancora mi ricorda di quel taglio, quale monito per i prossimi film! Come sono state le vostre interazioni sul set? Ci sono contributi tecnici e artistici, ad esempio la fotografia, che sono piaciuti molto… Aga Woszczyńska: Vero, la qualità delle immagini è notevole! Riferirò i vostri complimenti al nostro direttore della fotografia. Più in generale ha contato la mia formazione a una scuola di cinema, è chiaro, ma ancora di più poter fare affidamento su un gran bel team. Sono veramente grata a tutti gli elementi della troupe, a partire dai produttori che mi hanno sostenuta sin dall’inizio, passando per il già citato direttore della fotografia, per gli attori che sono anche amici, per il mio assistente… ogni elemento della crew è stato meraviglioso, nel darmi fiducia per questo progetto. Cosa dire del montaggio, che immaginiamo sia stato ugualmente impegnativo? Aga Woszczyńska: Intanto anche il montatore è un docente della mia scuola di cinema, col quale è nato un bel rapporto di amicizia. Lui è lo stesso che ha montato il film vincitoreper la Polonia di un Oscar, Ida, come anche Cold War dello stesso autore. Ed è senz’altro uno dei migliori montatori in circolazione, non soltanto polacchi. In ogni caso non abbiamo speso un tempo eccessivo per il montaggio di questo film. Questo perché la costruzione è rimasta molto simile a quello che c’era in sceneggiatura.

PRESTO IN SALA

Il film lo abbiamo visto finora ai festival, ma avrà anche una distribuzione in sala con I Wonder Pictures. Che sensazioni ha a riguardo? Aga Woszczyńska: Beh, naturalmente sto un po’ in apprensione per la distribuzione italiana, così come lo sono stata per quella in Polonia! Si tratta per me di gestire le aspettative legate al vedere il mio lavoro sullo schermo. Quasi lo stesso stato d’animo che emerge durante un Q&A come questo. Riguardo alla distribuzione internazionale, il film sarà presente in 6 paesi. Una piccola distribuzione è già attiva in Polonia, ovviamente, poi Repubblica Ceca, Spagna, Regno Unito, qui in Italia e prossimamente in Francia. Ma lì non so ancora le date. Un ultimo appello per il pubblico che vedrà Silent Land? Aga Woszczyńska: Non saprei… forse semplicemente questo, venite a vedere il mio film, possibilmente… in silenzio (sorridendo per la battuta)

QUALCHE NOTAZIONE CRITICA

Già dopo la prima proiezione di Silent Land cui avevamo assistito a Roma, presso la Casa del Cinema, forte era stata l’impressione destata dal film. Con il passaggio bolognese e l’ormai imminente uscita in sala vogliamo perciò ripercorrere gli aspetti salienti di questo lungometraggio molto atteso, in quanto co-prodotto da Polonia, Repubblica Ceca e Italia, le cui riprese hanno trovato casa in un angolo della costa sarda decisamente suggestivo; anche per via di quelle rocce a picco su un mare indubbiamente da favola, nelle giornate più serene, descritto però come burrascoso e dall’aria minacciosa (pure per merito di una post-produzione assai curata) in certe notti di tregenda. Vi sono del resto Paradisi sempre pronti a trasformarsi in Inferni. Ed è proprio il “dark side” dell’animo umano, nonché di una società occidentale alla cui opulenza quasi mai corrispondono valori etici altrettanto saldi, il tema più forte dell’opera. Un’opera prima, dicevamo. E la giovane Aga Woszczyńska ha dimostrato qui di avere una visione molto matura sia a livello estetico, che per quanto concerne le ricadute socio-politiche del proprio registro narrativo.

MODELLI IMPORTANTI

In qualche occasione la cineasta non ha esitato, del resto, a scomodare modelli come Antonioni o Haneke (sebbene a noialtri sia venuto in mente anche il non menzionato François Ozon), per la sua ricerca espressiva. La poetica del Maestro del cinema italiano a lei più caro fa breccia in Silent Land (eloquente in tal senso anche la scelta del titolo) non soltanto per quelle dinamiche di coppia improntate a incomunicabilità e diffidenza reciproca, ma anche per le particolari relazioni spaziali che vanno ad instaurarsi tra i protagonisti e i luoghi da loro attraversati durante la vacanza, siano essi gli interni così freddi, estranei e respingenti della grande villa in affitto oppure un paesaggio circostante tanto bello quanto osservato distrattamente, con ostentata noncuranza. Mentre agli implacabili e lucidissimi teoremi cinematografici di Michael Haneke riconducono diversi elementi, non ultime l’evidente mancanza di empatia e l’anaffettività di fondo riscontrate nell’altera coppia borghese, in particolare dopo la drammatica scomparsa di un lavoratore straniero percepito sin dall’inizio come un corpo estraneo. Corpo sacrificabile e spogliato della propria umanità (non soltanto dai biondissimi, algidi protagonisti, ma anche dalle svogliate forze dell’ordine intervenute sul posto) pure da morto.

IL DRAMMA DI UN BORGHESE PICCOLO PICCOLO

Dramma di una borghesia immersa in un grigio materialismo e complice così del proprio spaesamento, thriller psicologico sottotraccia, Silent Land prende a modello il cinismo e la debolezza caratteriale dei due facoltosi turisti polacchi sbarcati in Sardegna, per allargare con sottigliezza il discorso alla profonda crisi morale di un Occidente globalizzato che ha totalmente perso l’equilibrio; e che preferisce girarsi dall’altra parte o infilare la testa nella sabbia come gli struzzi, al minimo accenno di dramma. Forte di tale consapevolezza, l’autrice Aga Woszczyńska pare aver già trovato le forme rappresentative maggiormente idonee a trasferirne, sul grande schermo, le coordinate essenziali: da un utilizzo appropriato e oltremodo significativo del fuori campo, alla gestione sottilmente ansiogena del sonoro. Ben calibrate anche le scelte di casting. E se nell’impersonare la giovane coppia sposata i due attori polacchi Agnieszka Żulewska e Dobromir Dymecki (coi quali la regista ha lavorato in precedenza e si vede) sono perfetti, dignitosa seppur un po’ stereotipata appare la partecipazione del cast italiano (comprendente anche lo sfortunato lavoratore di fuori); mentre un piccolo tocco di classe, almeno a nostro avviso, è aver coinvolto nel progetto tramite un personaggio apparentemente marginale ma a suo modo rivelatore il francese naturalizzato statunitense Jean-Marc Barr, del quale sarebbe riduttivo sintetizzare qui una carriera internazionale di tutto rispetto, che l’ha visto lavorare assieme a cineasti del calibro di Luc Besson, James Ivory e Lars von Trier.  

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