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‘Il Maratoneta’ di John Schlesinger

Utilizzando il genere thriller, il regista inglese mette in scena la banalità del Male in un film che rappresenta a pieno titolo l'affermazione della New Hollywood nel cinema americano degli anni Settanta

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Il Maratoneta (Marathon Man, 1976) del regista inglese John Schlesinger, affermatosi con Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy, 1969), entra a pieno titolo nel periodo denominato New Hollywood. La pellicola, prodotta dalla Paramount, è interpretato da Dustin Hoffman, giovane attore in ascesa, e da un genio del teatro come Laurence Olivier. Il film lo si può vedere sulle piattaforme streaming di Amazon, Chili, Paramount Plus e Apple Tv.

Gli anni Settanta sono caratterizzati da una serie di registi laureati in cinema nelle Università americane, dall’innesto di autori indipendenti provenienti dalla televisione e da altre esperienze e paesi, e dalla crisi delle grandi majors. Ma, oltre a ciò, il decennio in questione affronta la crisi della società civile e politica, la paranoia del complotto, con antieroi liminali e dalla personalità debole e contraddittoria.

La trama de Il Maratoneta

Nel film s’intrecciano i danni del maccartismo e la fuga dei criminali nazisti. Il maratoneta è un thriller politico, sceneggiato da William Goldman e tratto dal suo omonimo romanzo.

Lo studente di storia Thomas Babington “Babe” Levy (Hoffman) si dedica a una tesi sul “totalitarismo in America” con la quale intende riabilitare il padre, famoso professore della Columbia University, morto suicida, perseguitato dalla commissione del senatore Joseph McCarthy. Nei primi anni Cinquanta, McCarthy pratica una politica contro individui sospettati di attività antiamericane e comunismo.

La vicenda di Babe s’incrocia con quella del criminale nazista Christian Szell (Olivier), ex dentista nei campi di sterminio, che ha accumulato ingenti ricchezze strappando letteralmente l’oro dalla bocca delle vittime. Esiliatosi in Uruguay, protetto da un ufficio segreto della CIA, Szell gestisce il tesoro tramutato in diamanti e custoditi in una cassetta di sicurezza in una banca di New York tramite il fratello Klaus, proprio nel distretto della comunità ebraica. La morte di quest’ultimo per un banale incidente d’auto, scatenato da un litigio per alcune frasi razziste rivolte contro un ebreo, spinge Szell a lasciare il rifugio per recuperare i diamanti e uccidere tutti i corrieri.

Babe e Christian s’incontrano a causa del fratello maggiore del primo, Henry David detto Doc, agente segreto e corriere del criminale nazista. Henry è ucciso da Christian nell’appartamento di Babe. Christian, ossessionato dalla segretezza e dalla paura che Henry possa aver rivelato il nascondiglio dei diamanti, rapisce Babe e lo tortura per sapere se conosce il suo segreto.

Oltre il meccanismo di genere: la Storia che assiste alla banalità del Male

Al di là dei meccanismi del genere, Il maratoneta mette in scena, a un primo livello di lettura, due tragedie storiche come il delirio nazista e il maccartismo.

Il primo rappresentato da Szell e dal fatto di essere riconosciuto da alcuni sopravvissuti ai campi di sterminio durante la permanenza a New York; il secondo da Babe, testimone del suicidio del padre, anche lui vittima indiretta del maccartismo, traumatizzato e insicuro, per il quale la corsa affannosa per gli allenamenti alla maratona diviene metafora di un’asfissiante fuga dalla storia familiare e dagli eventi della Storia.

Una corsa in fuga da quella società americana ipocrita prima e dagli strascichi del Male nazista poi, rappresentato da Szell che continua imperterrito nell’opera persecutoria.

In entrambi i casi c’è una presenza continua della banalità del male – riprendendo il titolo di un importante saggio della filosofa ebrea Hannah Arendt – nella raffigurazione di Szell, vecchio anonimo che riassume in sé l’apparente “normalità” indistinguibile nella massa.

Sono emblematiche le sequenze dell’arrivo in aeroporto del medico nazista e del suo muoversi nel quartiere dei diamanti newyorchese: colpisce l’indifferenza della folla intorno a lui, la sua capacità di mimetizzarsi nella massa, essere un tumore incistato nel corpo sociale, dormiente e pronto ad agire indisturbato.

Il maccartismo, invece, apparentemente finito storicamente, è espresso in un evento radicato, un sentire comune alla società americana, disposta a scendere a patti con il Male pur di difendere una way of life in cui i valori di patria, famiglia e capitalismo sono e restano indiscutibili e che Babe cerca di denunciare con i suoi studi velleitari.

Le fotografie come collezione della Storia ne Il Maratoneta

Elemento formale d’interesse ne Il maratoneta è l’uso della fotografia quale oggetto di una memoria storica all’interno dello spazio filmico: abbiamo le inquadrature delle foto di famiglia di Babe nel suo monolocale, in particolare le immagini del padre morto, e quelle della famiglia Szell visionate da Babe nel villino di Klaus, in cui si può osservare un giovane Christian in divisa da SS. Un parallelismo tra memoria e immagine del Male: costante presenza di martiri e carnefici. Parafrasando Susan Sontag, la collezione delle fotografie di famiglia è come collezionare la Storia.

Il mascheramento dei personaggi ne Il Maratoneta

A un livello più profondo, Il maratoneta è rivelatorio del mascheramento dei personaggi che non sono mai quello che realmente appaiono.

Tutti indossano una maschera dietro cui nascondere il vero volto: il falso occulta il vero, la patina della superficialità del Bene copre la profondità del Male. Se il camuffamento di Szell è il più posticcio, rozzo e utilitaristico, quello degli altri personaggi è più articolato e complesso.

Doc (Roy Scheider) appare un uomo d’affari dedito all’import-export, nascondendo la vera attività di agente segreto impegnato a proteggere un criminale nazista e a uccidere in nome della difesa del suo paese.

Peter Janeway (William Devane) è amico fraterno di Doc e suo capo: prima lo aiuta e poi soccorre Babe dopo la morte del collega. Arriva a liberarlo dalla prigione di Szell, ma si rivela un traditore il cui unico scopo è difendere Szell, ingannando Babe fino a tentare di assassinarlo per impedirgli di vendicarsi.

Anche Elsa Opel (Marthe Keller) finge di essere una studentessa svizzera in trasferta che s’innamora di Babe dopo un incontro casuale nella biblioteca della Columbia. Nella realtà è al soldo di Szell e messa alle costole di Babe per controllarlo e manipolarlo.

In tutti e tre i personaggi, però, la pratica del Male non è così manichea, ma spinta da una perversa difesa di un Bene superiore, cioè di valori patriottici, che nel momento della resa dei conti e di scelte definitive provocano la rottura della maschera e la morte del personaggio.

La trasformazione da vittima a giustiziere

Infine, pure Babe si occulta: da ragazzo ingenuo e turbato si trasforma in uno strumento di vendetta. Ma lo squarcio della sua dissimulazione ha un valore diverso rispetto agli altri personaggi: da vittima predestinata si rivela dispensatore di giustizia e chiude i conti con la Storia, uccidendo Szell con la stessa arma con cui si è suicidato il padre.

L’ultima inquadratura è la metafora psicologica del personaggio: dal percorso d’allenamento alla maratona in Central Park, Babe getta l’arma nel lago al di là della rete che cinge la pista. Da fermo osserva in lontananza lo skyline di Manhattan, massa urbana pullulante di vita.

La corsa di Babe in mezzo al sangue dei cadaveri, iniziata da bambino, è arrivata al termine.

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Il Maratoneta

  • Anno: 1976
  • Durata: 125
  • Genere: thriller
  • Nazionalita: Usa
  • Regia: John Schlesinger