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CANNES

R.M.N. un gelido inverno della ragione si aggira per l’Europa, allegoria del mondo di Cristian Mungiu

Globalizzazione, angoscia per il futuro, paure e speranze: il regista rumeno descrive con grande efficacia eventi e personaggi, confermando la sua profonda capacità di analisi sociale.

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r.m.n.

Indubbiamente uno dei film più interessanti ed evocativi in competizione al 75° Festival di Cannes, quello del regista rumeno Cristian Mungiu dall’enigmatico titolo R.M.N., acronimo di ‘Rezonanta Magnetica Nucleara’, l’esame strumentale in Italia più semplicemente chiamato ‘risonanza magnetica’. Questa diagnostica radiologica, cui si sottoporrà l’anziano padre del protagonista per capire le cause dei suoi disturbi, tra cui la narcolessia, non serve solo a scopi medici, ma diviene nel film metafora di altre malattie, di un cancro sociale e culturale, di un malessere profondo legato all’ignoranza e al razzismo, di pregiudizi arcaici mai sradicati e, anzi, sempre vivi.

Cristian Mungiu, classe 1968, narratore di storie complesse dai molti livelli di lettura, che ha al suo attivo una Palma d’Oro vinta nel 2007 con il film 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, oltre ad una candidatura in Concorso a Cannes, nel 2016, con Bacalaureat, si conferma con R.M.N., il suo ultimo lungometraggio, autore dal talento indiscusso e originale.

R.M.N.: un film corale

Questa volta il film di Mungiu, pur focalizzandosi sulle vicende alterne dei protagonisti, disegna un racconto corale, spaziando dalle storie personali dei singoli fino all’assemblea cittadina, in un continuum ove gli eventi individuali e collettivi si intrecciano: il regista vuole descrivere e coinvolgere un’intera comunità di cui evidenzia, apparentemente senza dare giudizi, la mentalità ristretta, simboleggiata dagli abitanti di un piccolo villaggio della Transilvania ma, in realtà, con un chiaro riferimento all’intera Europa e forse al mondo che non sembra in grado di evolversi e aprirsi al nuovo, né accetta realmente le diversità o tantomeno le integra. L’apice di questa coralità è l’assemblea del villaggio, una scena già cult, in cui saranno espressi i punti di vista delle varie fazioni, pro e contro la permanenza, nella fabbrica del villaggio, dei due nuovi lavoranti panettieri cingalesi. I contro avranno la prevalenza con motivazioni pretestuose che attingono a quelle del razzismo più bieco e ignorante quali: “sono musulmani, fondamentalisti e pericolosi” (in realtà sono di religione cristiana), o “già vedere le loro mani nere e sicuramente sporche sul nostro pane mi disgusta, non comprerò più quel pane”. L’Europa, unita che sia, e il mondo respingono immigrati e diversi, it’s the same old story, ed alza barriere inesistenti.

Natale in Transilvania

Mancano pochi giorni a Natale e Matthias, un rumeno di mezza età che lavora in una macelleria in Germania, perde il controllo e dà una testata a un collega che gli si rivolge con l’appellativo di ‘zingaro’: costretto a fuggire dalla polizia che lo cerca, torna nel suo villaggio in Transilvania con mezzi di fortuna (autostop e taxi collettivi). A casa ha una moglie, con la quale non ha più un rapporto affettivo ma solo di convenienza e un figlio di otto anni, Rudi. Spaventato dalla vista di qualcosa o di qualcuno nel bosco mentre andava a scuola, in mezzo alla neve (in scene che fanno pensare alle fiabe russe) il bambino non parla più, ha un’afasia da trauma. Già la presentazione di Matthias (nel ruolo il bravo Marin Grigore) ci dà una serie di indicazioni sulla vita locale e sul personaggio: le distanze e le difficoltà di trovare un buon lavoro in patria, la solitudine e la frustrazione di chi è straniero ma non vuole confondersi con lo ‘zingaro’, il paria per eccellenza, la rabbia e l’inquietudine di chi non trova un posto nel mondo, l’uso della violenza e l’applicazione di stereotipi ‘maschili’ come risposta immediata ai problemi o agli ostacoli. Preoccupato per il figlio, infatti, Matthias insiste a farlo andare nel bosco da solo, perché così deve fare un vero uomo per vincere la paura e gli insegna a cacciare mettendo trappole per piccoli animali, in contrasto con la madre Ana (l’attrice Macrina Barladeanu), che lo vuole accompagnare per stargli vicino finché non si senta pronto ad affrontare di nuovo il ‘bosco’ da solo.

Donne emancipate e assemblea cittadina

A due donne, in particolare alla protagonista Csilla (la brava Judith State) e in parte alla padrona della fabbrica dove Csilla lavora come suo braccio destro, Mungiu affida l’evoluzione della ‘specie’, l’apertura mentale, la capacità di accoglienza, l’intelligenza e la prossimità all’altro. In passato Csilla ha avuto una storia con Matthias – che col ritorno di lui riprende senza grande convinzione – ma fondamentalmente lei vive per il suo lavoro, la fabbrica di pane che manda avanti con grande capacità gestionale, anche avvalendosi della progettazione europea per chiedere fondi, e per la sua musica, dato che suona il violoncello e promuove una piccola orchestra nella chiesa locale. Csilla è il personaggio forte, sicuro delle sue scelte etiche, capace di empatia e gentilezza verso gli altri, nonostante le sue fragilità. Quando la fabbrica assumerà due panettieri cingalesi, dopo che l’annuncio di lavoro per un progetto europeo è andato a vuoto presso i lavoratori locali, il paese entrerà in rivolta e sarà indetta l’assemblea cittadina, sostenuta dal prete della comunità, per cacciare gli stranieri, i neri, ai quali viene anche mandato un avvertimento con il lancio di una molotov. Qui la proprietaria della fabbrica, pur controvoglia, cerca di mediare  (“porteranno i guanti”, “hanno fatto tutti i controlli sanitari”), senza risultato, per mantenere in vita l’impresa cui le due donne lavorano giorno e notte. La paura prevale su tutto.

La minaccia degli orsi

Tra alterne vicende, denunce, intrecci familiari, passioni, conflitti e la malattia del nonno di Rudi – la cui risonanza magnetica Matthias guarda e riguarda alla ricerca di una risposta e di un senso – i destini di ciascuno si compiono, non tutti nelle direzioni sperate. Ma la scena finale, surreale e simbolica, mette in campo una minaccia tangibile o immaginata, la presenza di un animale pericolosissimo e temuto sulle montagne, l’orso, anzi un gruppo consistente di orsi, che circondano il protagonista e lo osservano. L’Europa e il mondo sono sotto la minaccia di orsi e la paura è il sentimento che prevale in molte scelte e comportamenti.

Nel film abbiamo cercato di mettere insieme il reale e realistico con qualcosa di apparentemente surreale – ha raccontato Mungiu – ma tutto contribuisce allo stesso disegno: la nostra intenzione era che lo spettatore in ogni momento, in ogni passaggio seguisse da vicino i protagonisti, entrando sempre più nelle loro storie e potendo notare sempre nuovi dettagli, così da immaginare anche ciò che ‘non esiste’ o non viene detto nel film e ciascuno potesse riempire questi vuoti, queste mancanze. I personaggi non sono sempre coerenti, come non lo siamo noi. Cerco nei film di trovare l’equivalente della vita, anche per evocare qualcosa che non è completamente definito. Ci sono personaggi enigmatici e altri più aperti, che pensano ai bisogni degli altri e sono capaci d’amore, altri invece sono muti. I temi sono quelli che ci coinvolgono tutti ovunque nel mondo e che ci danno angoscia a volte: tutti abbiamo un sentimento sulla fine del mondo, sappiamo che il pianeta si surriscalda, che i giovani migrano e sono inquieti, abbiamo il problema di come educare le prossime generazioni. Questa angoscia si deve sentire nel film”.

La musica accompagna i momenti del film con scelte precise: dalle danze ungheresi di Brahms (in Romania sono molti gli ungheresi e il mélange culturale viene spesso dimenticato) alla colonna sonora di In the Mood for Love. “La musica esiste perché qualcuno la senta – conclude il regista – per non sentirsi soli, i protagonisti prendono decisioni a volte per caso o per il contesto o secondo l’emotività: la musica comunica, di volta in volta il messaggio che volevo rappresentare in questo film.”

 

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  • Anno: 2022
  • Durata: 125'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Francia, Romania, Svezia
  • Regia: Cristian Mungiu