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INTERVIEWS

‘Il muto di Gallura’. Fatto di sangue tra antieroi ritrovati. Intervista al regista Matteo Fresi

L’unico film italiano in concorso a Torino è l’eccellente interpretazione della faida tra due famiglie criminali sarde di metà Ottocento. La sua scrittura comincia con la ricerca storica ed etnologica, viene contaminata da suggestioni western, sfiora toni epici. La sperimentazione dei generi è ritmata da una colonna sonora strepitosa e incorniciata da una mirabile scenografia.

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Il muto di Gallura

Il muto di Gallura è l’opera prima di Matteo Fresi, scritta dal regista e da Carlo Orlando, prodotta da Fandango, Domenico Procacci e Laura Paolucci con Rai Cinema e Sardegna Film Commission. Il film, ispirandosi a eventi storici, e interamente recitato in dialetto gallurese, riscrive la vicenda di Bastiano Tansu, bandito sardo di metà Ottocento. È un racconto ambizioso, esteticamente possente e con un cast artistico votato alla messinscena. La promozione è di Fandango Distribuzione. L’opera è in competizione al Torino Film Festival.

Gallura, Sardegna, anni 1849-1857

Nella regione infuria la faida tra le famiglie Vasa e Mamia. Bastiano Tansu (Andrea Arcangeli), sordomuto, è vicino a Pietro (Marco Bullitta), capo della prima fazione. Dopo l’omicidio del fratello Michele (Fulvio Accogli), una sorta di Mercuzio ottocentesco, il «muto della Gallura» si trasforma in un angelo della morte, uccidendo per conto dei Vasa, partecipando e alimentando la spirale di sangue. Bastiano è il demonio, il cecchino che non sbaglia un colpo. A poco servono i tentativi di mediazione di padre Augusto (Nicola Pannelli) e del capitano delle guardie del re: familiari e alleati di Vasa e Mamia cadono uno dopo l’altro, per anni. Poi Bastiano incontra Gavina (Syama Rayner), se ne innamora.

Sarà sufficiente a fermare il suo grilletto? E, cessate infine le ostilità tra le due famiglie, quale sarà il prezzo di questa pace?

 

«È il muto della Gallura. Il terrore di tutti. Non lo tocca il piombo, non lo tocca il ferro».

L’intervista al regista

Matteo Fresi è nato nel 1982 e ha la stessa età del Torino Film Festival. Laureato in storia dell’arte, ex allievo e docente della Scuola Holden, è socio fondatore della casa di distribuzione Epica Film. Il muto di Gallura è la sua prima opera.

 

Tra tante storie possibili, perché raccontare proprio questa?

Be’, perché è una storia archetipica; già nel suo impianto originale aveva questo miscuglio di tragedia greca e shakespeariana, e abbiamo cercato di favorire questa direzione; volevamo una storia – sì – in costume e che parlasse di un’epoca, di una leggenda, di fatti realmente accaduti… Son tanti gli elementi, però quello che c’interessava di più era star vicino a questo personaggio, così emarginato, e cogliere la delicatezza… di un mostro.

Hai detto, durante la prima ufficiale, di aver perso i contorni tra storia vera e storia ricostruita, e che alla fine ciò che conta è il film. Però è interessante conoscere quale ricerca storica, e in fondo etnologica, sia stata condotta. Tra le fonti hai citato il romanzo di Enrico Costa (Il muto di Gallura. Racconto storico sardo, Il Maestrale, 2019, ndr); quali sono le altre fonti?

Il lavoro di ricerca lo abbiamo fatto insieme, io e Riccardo Mura (linguista, consulente linguistico del film e traduttore dal gallurese all’italiano, ndr), e credo di poter parlare a nome di entrambi. Siamo stati tanto tempo in Sardegna, a scrivere; oltre al romanzo di Enrico Costa, che è la guida, abbiamo ascoltato tanti racconti orali, partecipato a feste popolari come la raccolta del grano o il momento della trebbiatura; siamo stati in mezzo a gente che vive ancora eventi cristallizzati nel tempo e ci siamo avvicinati a quell’atmosfera.

Altre ricerche le abbiamo poi svolte su autori come – non siamo parenti… – Franco Fresi, il quale ha scritto molto sul muto e sui banditi in Sardegna. Poi abbiamo tentato d’incrociare questa ricerca, osservando cosa stesse succedendo nel resto del mondo, negli stessi anni, per comprendere quanto la Gallura fosse un mondo a sé, un mondo a parte, e quanto invece rappresentasse un’epoca. Ci siamo accorti che, in molti casi, il modus vivendi coincideva con altri luoghi; per esempio, una delle liaison era proprio con il far west: gli Stati Uniti erano un territorio simile a quello della Sardegna negli stessi anni.

Altri elementi erano estremamente caratterizzanti, come per esempio il codice di questi banditi, un sistema strutturato di regole – spero che questo nel film venga fuori – e imprescindibile, portato avanti da queste figure che si chiamavano «ragionanti», elette a furor di popolo perché tra i più saggi e importanti dei paesi […]. Ma loro stessi si rifacevano a quel tipo di codice e la scintilla di violenza, una volta innescata, era impossibile spegnerla, assopirla, non finché una delle due fazioni non fosse rasa al suolo. Ogni nuovo delitto va vendicato; la vendetta sulla vendetta costruisce un castello di carte che crolla solo quando non c’è più nessuno da uccidere.

Recita padre Augusto, nel film: «Questo è il loro codice. Quello che per voi è omicidio, per loro ha il nome di giusta vendetta. È una legge antica».

Esatto.

Ora, queste ricerche che avete svolto, sui libri e in loco, come si combinano invece con l’impianto western, molto evidente? È un’idea che esisteva in partenza o si è sviluppata durante la scrittura…?

Era già in partenza… però direi che si tratta più di un sapore o condimento, perché se per un attimo ti fermi a guardare la drammaturgia, il western ha regole molto precise. C’è un eroe definito, spesso un eroe solitario, il quale, alla fine, spesso abbandona le persone che ha salvato, così da restare un’icona… in più c’è una parte di morale del western: ci suggerisce che il destino è nelle proprie mani; un’anticipazione del sogno americano, se vuoi.

Tutto questo nel film non c’è, anzi. La storia è spesso affidata al fato, a un sistema a incastro nel quale – mi piacerebbe fosse chiaro – non c’è un reale spazio di manovra. Tutto non può che andare in una direzione e non ci si può fare niente. Abbiamo pensato, allora, che l’atmosfera western potesse aiutare lo spettatore a calarsi in quella situazione. E, onestamente, guardando foto d’epoca, disegni ma anche la stessa scrittura del Costa, questa atmosfera di duelli, di natura che compenetra l’azione… questi elementi western già c’erano.

Nel cast, molti esordienti. Gli attori raccontavano che c’è stato un gran lavoro di squadra e che tu li hai messi molto a loro agio. Un commento sulla direzione degli attori?

Guarda, mi sono trovato bene con tutti gli attori. È stata una lunga selezione, abbiamo fatto lunghi provini […]. Anche per i piccolissimi ruoli, come quello di Staffa, l’uomo che corteggia Gavina, la ragazza innamorata di Bastiano; lui è un attore giovanissimo, diciannove anni… Ma io li devo ringraziare, per la fiducia eccetera eccetera… credo però che sia reciproco, anche loro si son fidati di me: per loro ero un perfetto sconosciuto e questa cosa non era scontata. Si è creato un ottimo clima, e non solo con il cast artistico – devo dire – ma anche con il cast tecnico. La sola idea di montare un carrello in mezzo alle rocce, eccetera eccetera […]. Si è adoperato moltissimo, lavorando in condizioni impervie, certe volte.

Quanti mezzi di ripresa avete utilizzato?

Avevamo due camere. C’era tanto da raccontare e poco tempo per farlo. Ma, grazie a Gherardo Gossi (fotografia, ndr) e alla sua squadra, abbiamo fatto di necessità virtù, facendo le cose più belle con poco.

Le scene di violenza, le ammazzatine in particolare, sono immagini nette, folgoranti. Hanno richiesto molti tentativi?

[Ride, sollevando l’indice sinistro] Guarda, sono stati i momenti di maggiore stress. In realtà avevamo a disposizione poche chance, perché quando spari – nel film – a una persona e la camicia si macchia di sangue, nel ciak successivo devi utilizzare un’altra carica esplosiva e un’altra camicia. Avevamo a disposizione tre camicie [risata]… mai più di tre ciak in quel caso. In un caso, nella scena dell’omicidio di […] avevamo solo una carica a disposizione… e per fortuna è andata bene!

Per quanto gli omicidi avvengano uno dopo l’altro, e lo spettatore se li aspetti, ogni nuovo assassinio sorprende, è un piccolo colpo di scena…

Ecco, questa era una sfida più registica che drammaturgica, perché in drammaturgia poteva risultare un elemento ripetitivo – questo delle morti – è l’idea era renderlo un po’ sorprendente con le immagini.

La colonna sonora di Paolo Baldini Dubfiles (con la collaborazione di Alfredo Puglia e Filippo Buresta, ndr), bellissima, è un elemento portante del film. Nei momenti in cui la musica viene a mancare, se ne soffre, si sente la mancanza di questa potenza ritmica così determinante e costante nei primi trenta minuti.

Me ne rendo conto. Ho pensato, in fase di montaggio in particolare (Valeria Sapienza e Giogiò Franchini, ndr), che potessero essere utili alcuni momenti di stasi: quando non c’è la musica, lo spettatore riprende fiato, riorganizza le idee, si prepara ad affrontare l’ultimo quarto di film.

La bambina, questo personaggio occasionale… promette al padre che imparerà a leggere e scrivere, e sarà la prima della famiglia, e scapperà dalla Gallura e dalle sue morti… Sembra quasi una possibile, futura protagonista. È l’indizio di un sequel?

Mi hai dato un’idea [ride]. No, in drammaturgia quella scena era pensata per suggerire quanto Bastiano fosse spietato; non volevamo lasciar credere che gli autori provassero empatia per il protagonista. Ma la bambina ha già un background molto forte, potrebbe essere la protagonista di uno spin-off.

A questo proposito, hai altri progetti in cantiere?

Sì, ma adesso è difficile capire quale scegliere. Ho appena fatto il mio primo film, vorrei capire anzitutto come viene recepito per poi ragionare su ciò che verrà dopo.

 

Matteo Fresi

Il regista, Matteo Fresi.

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Il muto di Gallura

  • Anno: 2021
  • Durata: 103 minuti
  • Distribuzione: Fandango Distribuzione
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Matteo Fresi