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ALICE NELLA CITTA

#AliceNellaCittà: Il mio corpo, ritratto di due anime prigioniere

Ad Alice nella Città, Il mio corpo di Michele Pennetta , poetico racconto di due diverse ma simili anime prigioniere di un contesto che non hanno scelto di vivere.

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Fuori concorso ad Alice nella città, Il mio corpo è un docu film di Michele Pennetta, . La pellicola è un quadro intenso di solitudine e impotenza di due personaggi in cerca di sè stessi.

Il docu film, in competizione internazionale a Visions du réel nel 2020, mostra un lato oscuro di una terra che, se da un lato mostra tutta la sua arida ma folgorante bellezza, dall’altra evidenzia anche una  Sicilia nascosta e crudele.

Terzo film di Pennetta girato in Sicilia, Il mio corpo – spiega l’autore – “si concentra sulla situazione di abbandono in cui si trovavano gli abitanti della parte centrale dell’isola. Stando nella regione ho avuto come la sensazione di vagare tra i luoghi di un disastro atomico: tutto sembrava in disuso, come se una bomba nucleare fosse esplosa e tutto dovesse essere ricostruito da zero. Con Il mio corpo ho voluto raccontare le stimmate dopo la catastrofe: la fine di un’attività economica, la disoccupazione endemica, la lenta degradazione dell’ambiente, l’impossibile integrazione e la precarietà di giovani senza futuro e senza prospettive. Il  centro della Sicilia è diventato una sorta di zona franca che sembra dimenticata dalle istituzioni. La gente ha imparato ad arrangiarsi come può.

Trama

Oscar – poco più che bambino – recupera la ferraglia per suo padre che si occupa di rivenderla. Passa la sua vita tra le discariche abusive dove i rottami sedimentano. Ogni metallo ha il suo valore e la famiglia di Oscar sopravvive trasformando i rifiuti altrui in una nuova merce di scambio. I due fratelli sono legati da una storia comune ma il maggiore si sottrae al ruolo di alleato, lasciando Oscar da solo.  Agli antipodi, ma giusto accanto, c’è Stanley. Ha il permesso di soggiorno per l’Italia a differenza del suo amico a cui concede ospitalità. Potrebbe lasciare la Sicilia e tentare la fortuna in un paese che gli dia una vera possibilità, ma qualcosa lo trattiene in questo limbo.  Fa le pulizie nella chiesa del villaggio in cambio di qualche aiuto e di un po’ di cibo. Coglie la frutta nei campi e trascorre il tempo libero a giocare a basket con gli amci di infanzia emigrati. Un lavoro stagionale lo porta nell’entroterra profondo, in terre di vecchie miniere abbandonate e pascoli. Tra Oscar, il piccolo siciliano, e Stanley, il nigeriano, nessuna similitudine apparente, salvo il sentimento di essere stati buttati in pasto al mondo, di subire lo stesso rifiuto, la stessa ondata soffocante di scelte fatte dagli altri. In questo luogo dimenticato, tra detriti e ferraglia, le solitudini di Oscar e di Stanley si sfioreranno per un breve momento.

Tra Stanley e Oscar c’era qualcosa che li accomunava; lo stesso sentimento di essere stati gettati in pasto al mondo senza preavviso, usando i propri corpi come unico strumento di sopravvivenza. (Michele Pennetta)

Due solitudini a confronto

Sono due sognatori Oscar e Stanley, due anime sole arrese dinanzi ad un presente difficile da cambiare. Oscar trascorre le sue giornate nella discarica, intorno alle miniere di zolfo, insieme al fratello e al padre . Soggetto ai continui rimproveri del genitore, Oscar mostra spesso con gesti di stizza tutta la sua rabbia verso un tipo di vita che disprezza. Il regista indugia nei suoi silenzi e negli sguardi persi nel vuoto, nella sua perenne espressione di tristezza e di impazienza , nella sua solitudine se pur immerso in una dimensione familiare caotica e disordinata. Tanti i fratelli attorno a lui, in una casa con la tv accesa su una stanza da letto buia e una coperta di raso bianca che stona con la povertà del resto dell’ambiente. I dialoghi, in un dialetto stretto, sono concentrati sulla necessità del guadagno giornaliero, frammezzati da cinici e aspri rimproveri paterni ad Oscar sulla sua indolenza lavorativa. Sembra non esserci spazio per nessun sentimento in questo mondo arido e silenzioso, dove anche il ricordo delle violenze subite dai ragazzi viene appena accennato. Non c’è pietismo nella descrizione di Pennetta, nè nessun desiderio di presentare vittime . Oscar viene mostrato come un vinto non come una vittima. La sua infanzia appena conclusa si mostra ancora a sprazzi nelle corse in bicicletta ma si affaccia poi di colpo ad un’adolescenza non pronta, non voluta perchè inadeguata ai sogni attesi.

Dall’altro lato c’è Stanley, emigrato dalla Nigeria, col permesso di soggiorno per due anni e in attesa di capire cosa farne. Ancorato a quella terra da tanti mesi non riesce a fare il salto, a dare una svolta alla sua esistenza “assistenzialista”. “Gli italiani ci credono miserabili” , confida all’amico d’infanzia, guardando il mare. “Non sanno cosa abbiamo passato per arrivare qui”. La sua rabbia è potente ma non sa dire basta ai lavoretti in parrocchia, alla raccolta di frutta sotto il sole cocente, al pascolo solitario nell’arida campagna arsa dai fuochi. Sospira e si stringe la testa fra le gambe, strofina il suo corpo per lavarne via la delusione, si tuffa nell’acqua pe purificarsi dalla sensazione di schiavitù ma non sa ribellarsi e dire  :”Sono molto più di Questo”. Troppo grande il timore di ritornare indietro , di essere rifiutato più di quanto non lo sia già.

Un incontro fugace

Oscar e Stan non si incontrano mai veramente, tranne che per un attimo. Li avvolge la notte, silenziosa e arida come la terra. Il buio li confonde e li dissimula l’uno all’altro e per un attimo temiamo quasi che accada qualcosa di tragico. Oscar perduto ( o forse no?)  ad esplorare quelle abitazioni diroccate intravede la luce di Stanley e  le loro esistenze si incrociano, ma forse solo nel sogno. E anche questa volta non c’è commento perchè Il mio corpo è un film dove i silenzi e gli sguardi contano più delle parole, dove il finale non da happy end consolatori , ma si limita a chiudere con un nuovo viaggio in camion e una nuova giornata uguale alle altre.

Il mio corpo Trailer

Il mio corpo è prodotto dalla ginevrina Close Up Films insieme all’italiana Kino Produzioni, RAI Cinema e la RSI Radiotelevisione svizzera. Sweet Spot Docs si occupa delle vendite all’internazionale ed è distribuito da Antani ditribuzione con Kio Film e Rai Cinema.

SCENEGGIATURA / SCREENPLAY

Michele Pennetta, Arthur Brugger, Pietro Passarini

FOTOGRAFIA / CINEMATOGRAPHY

Paolo Ferrari

MONTAGGIO / EDITING

Damian Plandolit, Orsola Valenti

CAST

Oscar Prestifilippo, Roberto Prestifilippo, Marco Prestifilippo, Stanley Abhulimen, Blessed Idahosa

Il mio corpo

  • Anno: 2020
  • Durata: 82'
  • Distribuzione: Antani distribuzione con Kio film
  • Genere: documentario
  • Nazionalita: italia svizzera
  • Regia: Michele Pennetta