Connect with us

PANORAMA

I migliori film d’animazione per adulti

Una breve lista di film d'animazione che non hanno come pubblico solo ed esclusivamente quello bambino, ma anche quello adulto.

Publicato

il

film d'animazione

Sfatiamo fin da subito uno dei più grandi tabù di sempre: il cinema d’animazione non è riservato solo ed esclusivamente ad un pubblico giovane o giovanissimo. Ci sono tanti prodotti più che validi in grado di concorrere con film non d’animazione ed essere posti al loro stesso livello.

Tra i tanti titoli presenti, e dopo una difficile selezione, ne sono stati estrapolati 5 (con un titolo bonus) che incarnano perfettamente lo spirito del cinema d’animazione non esclusivo per i più giovani.

Persepolis (Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, 2007)

film d'animazione

Il film, autobiografico e basato sull’omonima graphic novel, è la storia di Marjane (Satrapi) che racconta la sua vita e quella del proprio paese, l’Iran. Si tratta di un vero e proprio romanzo di formazione, che segue le orme della regista protagonista che, all’età di nove anni, ha a che fare con l’inizio della rivoluzione iraniana che, poi, sfocia nella presa di potere da parte dei fondamentalisti islamici che riducono drasticamente la libertà della popolazione, imponendo alle donne di coprire la testa.

La storia contemporanea vista attraverso lo sguardo di una giovane che la vive sulla propria pelle e che cerca di trasmettere paure e dubbi nello spettatore che al termine della visione non può che porsi degli interrogativi. Un modo alternativo e molto efficace di raccontare la storia a chiunque, nonostante le critiche e le proteste soprattutto del governo iraniano. Candidato all’Oscar come miglior film d’animazione, ha, però, ricevuto il premio della giuria al Festival di Cannes 2007.

Akira (Katsuhiro Ōtomo, 1988)

Anche questo film si basa su un’opera scritta, in questo caso l’omonimo manga dello stesso autore, Katsuhiro Ōtomo, che ha permesso, grazie al grande successo e ai temi trattati, di far conoscere l’animazione giapponese in Occidente ancora di più.

La storia è ambientata in un futuro distopico, un 2019 in cui Tokyo, distrutta dalla terza guerra mondiale, è stata sostituita da Neo Tokyo ed è preda del caos con un gruppo di motociclisti che si sfidano continuamente. Tra queste bande ce n’è una, il cui leader è Kaneda, un giovane saggio e altruista, sempre pronto ad aiutare gli altri membri del gruppo, tra cui anche Tetsuo, il più giovane. Questi considera Kaneda come un modello da seguire. E’ il suo idolo, ma, allo stesso tempo, ne è anche geloso perché vorrebbe essere come lui. Una notte, dopo uno scontro tra bande, Tetsuo rimane indietro e si scontra con uno strano “bambino”. E da quel momento entrerà in scena il famigerato progetto “Akira” che dà il nome al film.

Un po’ per la tecnica utilizzata, per la prima volta con un uso interessante di CGI nei film d’animazione, e un po’ per le tematiche affrontate, Akira rappresenta sicuramente un caposaldo del genere, sia per gli appassionati del mondo orientale che non.

(Disponibile su Netflix)

Your name (Makoto Shinkai, 2016)

 

Restiamo nel territorio del Sol Levante con un’altra produzione interessante: Your name di Makoto Shinkai (5 cm al secondo, Weathering with you) che ha riscosso un grandissimo successo di pubblico, fin da subito.

Tutto ha inizio con uno scambio di corpi. Da una parte c’è Mitsuha Miyamizu, una studentessa delle superiori che vive in una piccola cittadina di montagna. Dall’altra parte c’è Taki Tachibana, un liceale che vive invece nel centro di Tokyo e che lavora in un ristorante italiano. I due un giorno, stufi delle proprie vite e desiderosi di cambiarle, si svegliano ognuno nel corpo dell’altro, senza essersi mai conosciuti e senza sapere chi sia l’altro. Dopo aver capito quanto accaduto i due iniziano a comunicare tra loro e ad interferire ognuno nella vita dell’altro finché un giorno Taki non riesce più a contattare Mitsuha. Con mille interrogativi il ragazzo decide di partire alla volta del paese della ragazza per saperne di più e scopre qualcosa di apparentemente più grande di lui.

Un film sul destino, sul coraggio, sull’amore e su tanti altri temi nascosti tra le righe e che, come ha affermato più volte il regista, hanno reso il prodotto mai del tutto completo e soddisfacente ai suoi occhi. Cosa che non si può dire per il pubblico che, invece, ha accolto molto positivamente il lungometraggio e l’impatto emotivo che ha suscitato fin dal primo istante in ogni spettatore. Si tratta comunque di un film che nasconde in sé tanti elementi e tanti spunti di riflessione che uno spettatore troppo piccolo non può naturalmente cogliere. Si limiterà, però, a gustare le atmosfere e gli scenari più che realistici nati dalla mano di un regista che sembra avere ancora molto da raccontare.

(Disponibile su Netflix)

La tartaruga rossa (Michaël Dudok de Wit, 2016)

Torniamo in Europa per un film molto particolare, frutto di una coproduzione tra varie società in Francia, Belgio, ma anche in Giappone e la cui caratteristica principale è quella di essere privo di dialoghi.

Dopo il naufragio su un’isola tropicale un uomo tenta invano di fuggire, ma viene continuamente ostacolato da un’enorme tartaruga rossa. L’uomo decide, quindi, di combattere per la propria sopravvivenza e si convince a vivere per sempre sull’isola. Continua, però, lo scontro con il grande animale, dal quale l’uomo sembra uscire vittorioso, con la tartaruga che si abbandona sulla spiaggia a morire. Parallelamente a questo fatto arriva all’improvviso una donna misteriosa sull’isola, con la quale il protagonista si decide a trascorrere la propria vita in tranquillità, creando una famiglia. Ma che ne è stato della tartaruga?

Delicatezza e dolcezza sono alla base di un film che, pur essendo privo di dialoghi, riesce ad arrivare dritto al cuore dello spettatore che osserva, ogni minimo particolare, senza essere distratto.

Anche questo titolo, come uno di quelli già citati, è stato candidato all’Oscar come miglior film d’animazione ed ha ricevuto il premio speciale nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes.

L’isola dei cani (Wes Anderson, 2018)

film d'animazione

Dopo un primo tentativo nel mondo dell’animazione con Fantastic Mr. Fox, Wes Anderson ha deciso di tornare ad affrontare lo stesso genere con L’isola degli animali, film, appunto, d’animazione in stop motion. Un film, a posteriori, molto attuale che ben si adatta alla situazione che stiamo vivendo a causa della pandemia.

La storia è ambientata nel futuro, più precisamente nel 2038, in Giappone, bersagliato da un’epidemia di “influenza canina” che ha colpito tutti i cani. Per evitare che essa si propaghi e arrivi anche gli esseri umani, il sindaco della città di Megasaki, Kobayashi, firma un decreto per far sì che tutti i cani vengano messi in quarantena su un’isola di rifiuti. Il primo cane ad essere inviato sull’isola è Spot, il cui proprietario è il nipote adottivo orfano di Kobayashi. Il bambino, dopo sei mesi, curioso di ritrovare il proprio cane, si reca sull’isola e, con l’aiuto di altri cani, si mette in viaggio alla ricerca del suo fido compagno. Nel frattempo le cose sulla terraferma sono tutt’altro che semplici. Riuscirà, quindi, il piccolo Atari a ritrovare Spot? E si riuscirà a trovare un antidoto a questa epidemia?

Lo scopo principale del regista in questo film è quello di mostrare allo spettatore, letteralmente preso per mano da Atari in questa grande avventura, la società e la cultura giapponese. In un continuo divenire, Wes Anderson mostra, come ormai sa fare alla perfezione, uno spaccato di vita denso di personaggi, eventi e situazioni, senza mai strafare.

Tre le innumerevoli candidature che ha giustamente ottenuto meritano di essere menzionate le due nomination al premio Oscar e ai Golden Globe, sia come miglior film d’animazione che come miglior colonna sonora e la vittoria dell’Orso d’argento per il miglior regista al Festival di Berlino.

BONUS: Inside Out (Pete Docter, 2015)

Ecco forse l’esempio più lampante di come un film d’animazione sia un prodotto più che valido sia per un pubblico di bambini che di adulti. E anche di come possa arrivare, in maniera diversa, a toccare entrambe le parti.

All’interno della mente dell’undicenne Riley ci sono le cinque emozioni primarie: Gioia, Tristezza, Disgusto, Paura e Rabbia. Queste emozioni, dal centro di controllo, gestiscono la vita della protagonista, intervenendo ognuna nel momento necessario e formando delle sfere che simboleggiano i ricordi, sia quelli base che influiscono sulla personalità, sia quelli che formano la memoria a lungo termine. Tutto sembra andare bene fino al trasferimento di Riley e dei genitori che mette a dura prova le cinque emozioni, soprattutto Gioia, che vorrebbe portare felicità nella protagonista, e in Tristezza, che invece sente il dovere di portare, appunto, tristezza in ogni ricordo della giovane. Inizierà, quindi, un vero e proprio viaggio all’interno della mente di Riley per rimettere a posto le cose. E sarà attraverso questo viaggio che sia le emozioni che il pubblico entreranno in contatto con tante realtà, tutte ugualmente importanti.

Nato dall’idea del regista di rappresentare sullo schermo la mente umana e tutti i suoi meccanismi, Inside out può essere gustato sia dai più piccoli che dai più grandi. E può essere visto sia come un semplice viaggio (elemento ricorrente nelle fiabe e nei classici film d’animazione), sia come un’analisi più approfondita della psiche che mostra, in maniera divertente, tutto quello che esiste in ogni essere umano.

Vincitore del premio Oscar e del Golden Globe come miglior film d’animazione nel 2016, è stato anche candidato alla miglior sceneggiatura originale.

(Disponibile su Disney +)

Leggi qui gli altri articoli di Veronica