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Ping Pong The Animation: recensione dell’anime di Masaaki Yuasa

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Ping Pong The Animation è tratto dal manga seinen di Taiyou Matsumoto e ha avuto diverse trasposizioni: film nel 2002 e anime nel 2014. La serie tv, prodotta dallo studio Tatsunoko Production e diretta da Masaaki Yuasa, vince nel 2015 il premio Animazione dell’anno ai Tokyo Anime Awards.

L’anime si fa ben presto apprezzare dai fan grazie a Masaaki Yuasa, con un personalissimo stile registico all’insegna dello sperimentalismo, e anche al chara design di Nobutake Itō, ben distante dal tratto più moderno, caratterizzato piuttosto da personaggi con occhi grandi e con un naso inesistente, che hanno determinano un prodotto estremamente innovativo. Ping Pong The Animation nasce così nel 1996 e si contraddistingue per il tratto deforme, graffiante e grottesco del mangaka di culto Taiyō Matsumoto.

La storia ruota attorno a due amici d’infanzia Smile e Peco. Il primo è un ragazzo impassibile con gli occhiali, dallo sguardo glaciale, che non lascia trasparire alcuna emozione e, per questo motivo, ritenuto da tutti quasi un robot. A causa del suo carattere, da piccolo era spesso presa di mira dai bulli e tendeva a isolarsi, ma un giorno arrivò Peco. Quest’ultimo è un narcisista che ama stare al centro dell’attenzione, con una ferma volontà di vincere a tutti i costi. Il legame fra i due amici, anche se percepito fra loro in modo differente, sarà proprio lo sport del ping pong.

Matsumoto già con le sue precedenti opere (The Tatami Galaxy, Kaiba e Mind Game) ci ha mostrato come, sotto le vesti di un anime apparentemente spokon, si celi molto di più. Il regista, nonostante un irrisorio budget a disposizione e un basso valore artistico del soggetto, dimostra tutta la sua bravura e una grande padronanza del mezzo. Ping Pong The Animation con un tratto grezzo e minimalista non fa dello sport il cuore della vicenda ma, piuttosto, il ping pong diventa un pretesto per intrecciare vicende, destini e psicologie dei suoi personaggi. Quest’ultimi diventano la forza dell’opera i quali, compresi anche quelli secondari, vengono magnificamente descritti, caratterizzati e sviluppati. L’opera va oltre e abolisce il concetto che nello sport, o in generale nella vita, basti l’impegno per arrivare alla vittoria, bensì disegna un mondo competitivo e estremamente feroce nel quale c’è spazio solo per i primi posti. Lo sport diventa così una lezione di vita per i suoi personaggi: mettersi in gioco fino al game finale, tentando di tutto per poter raggiungere lo scopo prefissato.

The Ping Pong The Animation è un’opera simbolica in cui quest’ultimo aspetto, fortemente impiegato, permette di parlare di vita e formazione. Una colonna sonora parzialmente anonima fa da sottofondo a ogni partita, in cui ogni gesto ed espressione dei personaggi viene minuziosamente passata al microscopio per carpirne le sfumature emotive. Per i personaggi ogni match diventa una seduta psicoanalitica attraverso cui maturare, analizzare, superare e affrontare nuove esperienze: una vera catarsi fra una pallina di ping pong e un’altra.

Il racconto sportivo-formativo usuale prende vita da uno svolgimento non canonico che, grazie a un’impronta estetica magnifica di Kevin Aymeric e una regia dinamica e concitata di Yuasa, si mette in scena con un magma di soluzioni avanguardistiche-surrealiste. Si vedano, quindi, le frammentazioni dello schermo in split screen per dare velocità e movimento a un’animazione ristretta, metafore visive, inquadrature quasi psicologiche, fusioni fra diegetico e extra-diegetico: un racconto che non ha precedenti nella storia spokon. Apoteosi in questo senso sono le partite in cui ogni elemento è amplificato grazie a uno stile psichedelico che vede i personaggi manifestarsi in un’esplosione di colori, gesti, sensazioni e liberazione dell’inconscio; sarà così che grazie al ping pong tutti potranno avviare un percorso di vita giungendo a spiccare il volo.