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VISTI AI FESTIVAL

70 Berlinale: Palazzo di giustizia di Chiara Bellosi (Generation)

Palazzo di Giustizia di Chiara Bellosi lavora sul genere, quello procedurale, con una serie di cortocircuiti narrativi che in qualche modo ne violano le regole. Ottimi Andrea Lattanzi e Daphne Scoccia. Produce Carlo Cresto-Dina

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Per formazione artistica e modalità produttive l’esordio di Chiara Bellosi, inserita nella sezione Generation della 70esima Berlinale con il suo Palazzo di giustizia, è di quelli a cui il cinema italiano da un po’ di tempo a questa parte ci ha abituato. Bellosi, infatti, non solo si è formata nel documentario ma a questo aveva pensato e non a quello che poi sarebbe diventato un lungometraggio di finzione quando aveva messo in cantiere la possibilità di raccontare cosa succede nei palazzi della giustizia italiana. Va da sé, dunque, che una delle caratteristiche del film, quella più intrinseca alla natura di chi lo ha diretto, consisteva nella capacità di restituire la realtà, alterandone solo in parte la fenomenologia. Meno scontata era, invece, la possibilità che l’autrice riuscisse a lavorare sulla drammaturgia senza spettacolarizzare le tensioni interne alla storia.

La possibilità non era da scartare perché a fare da sfondo agli eventi raccontanti in Palazzo di Giustizia erano alcuni degli argomenti più caldi del dibattito pubblico e politico, quello relativo al tema della sicurezza e alle misure da prendere a tutela dei cittadini. In questo senso, il film di Bellosi presentava un caso esemplare, proponendo un dibattimento istruito per decidere se condannare o no il benzinaio reo di avere ucciso nel corso di una rapina e per legittima difesa uno dei due malviventi. Al rischio di realizzare un film a tesi si aggiungeva quello di stampo ideologico, derivato dalla tentazione di schierarsi da una parte o dall’altra, favorendo identificazioni politiche che avrebbero fatto perdere potenza all’obiettivo dell’operazione, che era quello di entrare nella vita dei famigliari degli imputati, esplorandone sentimenti e condizione umana.

Palazzo di Giustizia lavora sul genere, quello procedurale, con una serie di cortocircuiti narrativi che in qualche modo ne violano le regole

Scongiurato il pericolo, però, Palazzo di Giustizia fa qualcosa di più, lavorando sul genere, quello procedurale, con una serie di cortocircuiti narrativi che in qualche modo ne violano le regole. A cominciare dal fare dei protagonisti non tanto le persone presenti all’interno del Tribunale quanto quelle che qui, come altrove, rimangono fuori campo e all’esterno dell’aula, di cui il film racconta la solitudine ma anche la capacità, delle nuove generazioni, di andare oltre il contingente, aspirando – più o meno consapevolmente- a una solidarietà e a una condivisione del dolore degno de La ginestra leopardiana.

Tra una deposizione e l’altra, a spiccare è l’alternanza degli umori di mogli e figli, così come di chi, pensiamo per esempio all’elettricista interpretato da Andrea Lattanzi, si trova per diversi motivi a condividerne le ore. In questo modo a rubare la scena non è la scientificità giurisprudenziale e le schermaglie tra le opposte avvocature (queste ultime escluse o quasi dalla storia), bensì l’insieme delle nevrosi e delle piccole diatribe che fanno da premessa all’inaspettata alleanza delle parti in causa.

A prestare volto e anima ai vari protagonisti un cast formato da attori professionisti e non, in cui si distinguono nuovi talenti, come lo sono senza alcun dubbio Andrea Lattanzi, già protagonista di Manuel, e Daphne Scoccia, vista in Fiore di Claudio Giovannesi

A prestare volto e anima ai vari protagonisti un cast formato da attori professionisti e non, in cui si distinguono nuovi talenti, come lo sono senza alcun dubbio Andrea Lattanzi, già protagonista di Manuel, e Daphne Scoccia, sorprendente per come per ogni ruolo riesce a reinventarsi senza smarrire la profondità delle sue performance e, tra gli esordienti, Sarah Short, impegnata con un personaggio non facile – quello della figlia dell’imputato -, in cui espressioni e silenzi sono più importanti delle parole. A presiedere il tutto un produttore, Carlo Cresto-Dina e la sua Tempesta, a cui si devono alcuni dei film più importanti degli ultimi anni del cinema italiano, tra cui quelli di Alice Rohrwacher e Leonardo di Costanzo.

  • Anno: 2020
  • Durata: 84'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia, Svizzera
  • Regia: Chiara Bellosi