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2020

Con Gli anni più belli Gabriele Muccino guarda all’Ettore Scola di C’eravamo tanto amati

Gabriele Muccino porta avanti il suo percorso di ricongiungimento con il cinema dei padri e, dopo l’omaggio a La terrazza di A casa tutti bene, torna a guardare a Scola, confrontandosi addirittura con il capolavoro C’eravamo tanto amati, del quale, con tutte le differenze del caso, questo Gli anni più belli sembra a tratti quasi un remake

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Gabriele Muccino è bravo, il problema è che lo sa

Gli anni più belli si apre con la scena, bellissima, di uno scontro di piazza tra forze dell’ordine e manifestanti, luogo di incontro dei tre protagonisti maschili del film nella loro versione sedicenne. Il che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, come Gabriele Muccino sia, dal punto di vista tecnico, uno dei migliori registi attivi nel panorama italiano.

Al suo livello ci sono giusto Matteo Rovere e il Paolo Sorrentino meno vittima di certe sue derive estetizzanti. Non stupisce affatto, in quest’ottica, che il regista romano sia riuscito a girare ben quattro film a Hollywood – dai risultati altalenanti, certo – uscendone pressoché illeso.

Il fatto che, oltre a essere bravo, sia anche pienamente consapevole di tale bravura, lo porta a confrontarsi, per la seconda volta in tre anni, con uno dei massimi maestri del nostro cinema: Ettore Scola.

Da La terrazza a C’eravamo tanto amati

Sì, perché se A casa tutti bene poteva essere considerato un po’ come il suo personalissimo – sebbene, a parere di chi scrive, assai poco riuscito – La terrazza, con Gli anni più belli, Muccino si confronta niente meno che con C’eravamo tanto amati, dal quale mutua la narrazione diacronica tendente all’epico, così come la volontà di raccontare un pezzo piuttosto consistente di Storia del nostro Paese attraverso le vite di quattro amici che, lungo l’arco della narrazione, diventano adulti.

Ed è singolare che un autore come Scola, che ha costruito tutta la sua filmografia sui mezzi toni e sulle sfumature, sia preso a modello da un regista il cui stile è dominato da sempre dalla totale assenza sia degli uni che delle altre.

La mancanza di sfumature nel cinema di Muccino

Perché nei film di Muccino, si sa, la mezza misura non è contemplata, per cui o si urla o si sussurra, o si corre o si è immobili. Ma, anche quando si corre, si tratta di corse motivate più dalla ricerca di uno sfoggio di maestria nel seguire quelle stesse corse con la macchina da presa che non di una reale propensione allo spostamento veloce o, come dovrebbe essere in un affresco corale che copre quarantanni, molto più semplicemente al cambiamento.

C’è un immobilismo alla base dei personaggi che, di fatto, li porta a diventare, nel tempo del racconto, versioni adulte di ciò che già erano, ovvero un proletario con manie di arrivismo (Pierfrancesco Favino), un idealista romantico (Kim Rossi Stuart), un artistoide di sinistra destinato al fallimento (Claudio Santamaria) e una donna (Micaela Ramazzotti) che definire problematica non rende appieno l’idea.

Personaggi che restano inesorabilmente uguali a se stessi

Ora, sia ben chiaro. Che i quattro protagonisti de Gli anni più belli restino, anche a distanza di decenni, inesorabilmente uguali a se stessi, non è per forza di cose un difetto, anzi.

Se lo scopo recondito di Muccino è infatti quello di sottolineare come l’Italia, in maniera assai gattopardiana, non si sia spostata di un solo millimetro dagli anni ’80 ad oggi, la strada giusta forse è proprio questa.

Spiace, semmai, che alcuni eventi epocali come il crollo del muro di Berlino, Mani Pulite o l’11 Settembre vengano ridotti nel racconto a meri elementi di contorno da mostrare sullo schermo di una TV di scena solo per aiutare il pubblico a scandire il passaggio cinematografico degli anni, anziché come pietre angolari del nostro tempo.

Un vero e proprio marchio di fabbrica

Ma chiunque, a questo punto, stesse pensando a una stroncatura tra le righe, commetterebbe un errore. Perché Gli anni più belli è un film potente e pieno di cuore, i cui numerosi difetti trovano quasi sempre un bilanciamento nella profonda conoscenza del mezzo cinematografico che Gabriele Muccino indubbiamente possiede e maneggia con maturità e maestria.

Così, pur volendo considerare una sceneggiatura – opera dello stesso Muccino insieme a Paolo Costella – che, nel suo voler giustapporre dramma e commedia, finisce sempre con il porre l’accento sul primo elemento, come un vero e proprio marchio di fabbrica (chissà quanto volontario) dell’autore fin dai tempi de L’ultimo bacio, le reali problematiche del film, che in ogni caso rappresenta un riuscito tentativo di  affresco nazionalpopolare della nostra storia recente, si riducono a due.

Il problema del ringiovanimento fisico del cast

La prima è l’eccessivo ricorso al ringiovanimento fisico dei protagonisti, che rende oltremodo arduo il processo di sospensione dell’incredulità, soprattutto di fronte alla scena nella quale i due (splendidi, per carità) cinquantenni Favino e Rossi Stuart discutono le rispettive tesi di laurea come se di anni ne avessero la metà.

Il senso di fastidio è, per intenderci, più o meno lo stesso provato di fronte ai De Niro e Joe Pesci ringiovaniti in CGI nell’immenso The Irishman di Martin Scorsese, sebbene in questo caso il risultato sia perseguito con tecniche che immaginiamo più economicamente analogiche.

Forse sarebbe stato il caso di rivolgersi ad attori più giovani per quella fase del racconto, ma comprendiamo che si sia voluto garantire una permanenza quanto più lunga possibile in scena a un cast comunque di tale importanza.

Le donne secondo Gabriele Muccino

Ma il problema principale de Gli anni più belli risiede sostanzialmente altrove, in una caratterizzazione dei personaggi fin troppo grossolana e netta. Tornando alla mancanza di sfumature di cui sopra, l’universo umano di Muccino sembra dividersi in maniera eccessivamente manichea in una perenne dicotomia tra buoni e cattivi, laddove a popolare questa seconda categoria ci sono quasi sempre le donne.

Non può essere un caso che i tre personaggi femminili del film – la Ramazzotti, Nicoletta Romanoff ed Emma Marrone (qui al suo debutto nelle vesti di attrice) – siano descritte, nell’ordine, come una vaiassa disastrata con seri problemi ad approcciarsi alla monogamia, una figlia di papà anch’essa adultera e una ex-moglie eccessivamente astiosa e interessata quasi solo all’assegno di mantenimento.

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  • Anno: 2020
  • Durata: 129'
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Gabriele Muccino
  • Data di uscita: 13-February-2020