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Stanotte su Cielo alle 02,35 Gruppo di famiglia in un interno di Luchino Visconti

Penultimo film di Visconti, è un’opera della maturità che viene ad acquisire i connotati di un testamento spirituale. C’è tutto il viscontismo necessario, quello più algidamente viscerale e disperatamente crudo. Con una sola via d’uscita: la morte. Con Burt Lancaster, Silvana Mangano, Helmut Berger, Claudia Cardinale e Romolo Valli

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  • Anno: 1974
  • Durata: 120'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia, Francia
  • Regia: Luchino Visconti

Stanotte su Cielo alle 02,35 Gruppo di famiglia in un interno, un film del 1974, diretto da Luchino Visconti. Sceneggiato da Suso Cecchi D’Amico, Enrico Medioli e Luchino Visconti, con la fotografia di Pasqualino De Santis, il montaggio di Ruggero Mastroianni, i costumi di Piero Tosi, le scenografie di Mario Garbuglia e le musiche di Franco Mannino, Gruppo di famiglia in un interno è interpretato da Burt Lancaster, Silvana Mangano, Helmut Berger, Claudia Marsani, Stefano Patrizi, Claudia Cardinale e Romolo Valli. Il personaggio del professore interpretato da Burt Lancaster è dichiaratamente ispirato alla figura di Mario Praz. Il film vinse due David di Donatello (Miglior film a Luchino Visconti, Miglior attore straniero a Burt Lancaster) e cinque Nastri d’Argento (Regista del miglior film a Luchino Visconti, Migliore produzione a Rusconi Film, Miglior attrice debuttante a Claudia Marsani, Migliore fotografia a Pasqualino De Santis, Migliore scenografia a Mario Garbuglia).

Sinossi
Un professore statunitense sessantenne decide di ritirarsi tra libri e quadri nella sua casa in un antico palazzo di Roma, ereditato dalla madre italiana. Un giorno la sua quiete viene turbata dall’insistenza della marchesa Bianca Brumonti, che riesce a farsi affittare dal professore l’appartamento al piano di sopra per darlo al suo giovane amante e mantenuto Konrad. Tra la marchesa, sua figlia Lietta e il suo compagno Stefano e Konrad, viene a formarsi un singolare gruppo di famiglia, nel quale l’anziano gentiluomo viene forzato a entrare, salvo poi accorgersi alla fine che quest’intrusione ha significato per lui un ritorno alla vita e alle relazioni umane. Il tragico suicidio di Konrad riporterà l’ordine iniziale nella vita del professore, allontanando la burrascosa famiglia, ma lasciandolo anche più consapevole della morte che s’avvicina.

Ci sono alcuni casi in cui i luoghi parlano. Non è semplicemente un uso intelligente dell’ambiente scenografico, ma proprio una cura estrema nel dare voce alla polvere che si addensa invisibile su ogni elemento di quel luogo. È polvere anche metaforica, visibile solo agli occhi di una cameriera umile ed arguta, che non fa respirare per precisi motivi. L’interno di Gruppo di famiglia è un involucro in cui (poter/dover) morire. Non è un caso che la sensazione che trasmette sia di estrema decadenza, dopotutto lo stesso Visconti si percepisce come uomo e artista decadente. Dall’alto del suo pulpito d’aristocratica eleganza umana, il regista milanese fotografa con impietosa classe una situazione esemplare per raccontare il malessere non di un Paese (Visconti è il regista italiano più trasversale, universale e aperto), ma di una corrente di pensiero (l’alta borghesia illuminata, colta, sanamente conservatrice, lontana dai moti sessantottini).

Racchiuso in una massima (“Gli intellettuali della mia generazione hanno cercato molto un equilibrio tra la politica e la morale: la ricerca dell’impossibile”) pronunciata da un Burt Lancaster a dir poco alter ego dell’autore – nonché ispirato al critico Mario Praz, che dopo la pensione si trincerò nella sua splendida casa-museo (forse è addirittura riduttivo apostrofarlo così: Lancaster è Visconti stesso nei suoi turbamenti e con i suoi dubbi, nelle sue convinzioni e con le sue paure, che a sua volta si riflette in Praz) – questo tragico teatro abitato da figure speculari (Lancaster contro la famiglia di Silvana Mangano – confronto impari, perso spiritualmente già in partenza) è vissuto da sentimenti contrastanti e conflittuali (terrore della solitudine e rifiuto della compagnia, tutela dell’ambiente e declino inarrestabile, raffinatezza e volgarità), illuminato dal cupo buio che passa tra le piccole fessure delle finestre chiuse, attraversato da un pessimismo (micro)cosmico sul concetto di esistenza.

Perfino il curioso inserimento in un contesto sessuale di Testarda io di Iva Zanicchi va letto in un’ottica di disperata ricerca di un qualcosa di etereo. Interessantissimo il discorso sul cast e la simbiosi col titolo: il gruppo d’attori scelto da Visconti ha più di una valenza metaforica se consideriamo Gruppo di famiglia in un interno il vero passo d’addio del maestro milanese. Lancaster era già stato pressoché alter ego del regista come Principe di Salina ne Il gattopardo; Helmut Berger era l’amante del conte Luchino; Silvana Mangano, al principio della crisi, ormai si poteva considerare un’affezionata viscontiana; Romolo Valli, anima essenziale del cinema del conte; il cammeo della gattopardiana Claudia Cardinale. È un film-testamento nel senso più nobile del termine: c’è tutto il viscontismo necessario, quello più algidamente viscerale e disperatamente crudo. Con una sola via d’uscita: la morte.