Venezia 76: Joker di Todd Phillips, con un monumentale Joaquin Phoenix (Concorso)

Nel Joker di Todd Philipps giganteggia un Joaquin Phoenix monumentale, enorme, una stella che brucia lentamente e poi esplode per diventare un buco nero che, nell'oscurità del suo sorriso spaventoso, ingloba tutto e tutti

  • Anno: 2019
  • Durata: 122'
  • Distribuzione: Warner Bros Italia
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Todd Phillips

C’erano due matti in manicomio, e una notte decisero di scappare…”: è questo l’incipit del graphic novel pluricelebrato The Killing Joke, di Alan Moore e Dave Gibbons, sorta di storia definitiva per il villain principale dell’universo DC batmaniano, il Joker. Definitiva perché delinea in maniera assoluta e imprescindibile per chi vorrà scrivere i due personaggi, da lì in poi, e soprattutto del cosiddetto pagliaccio del crimine: inizialmente un semplice criminale grottesco, via via personaggio sempre più sfaccettato e tridimensionale.

Seppur con pochissimi punti in comune (qualche suggestione della trama), The Killing Joke fa il paio con Joker sul grande schermo: da qui in poi, niente sarà più lo stesso per questo carachter più volte portato sullo schermo, ma che con il film di Todd Phillips, presentato in concorso a Venezia 76, assume forse le sue fattezze psicologiche definitive. E non per il film in sé per sé: Phillips è un regista discreto, un buon artigiano che si è creato la sua fortuna con la trilogia di Hangover (Una Notte Da Leoni) e che poco o niente ha avuto a che fare con storie drammatiche, se non per qualche trascurabile parentesi. Emerge quindi la sua impreparazione alla costruzione drammaturgica e al sottinteso psicologico, con l’attesissimo Joker, che ricostruisce in maniera efficace ma mai sorprendente l’evoluzione (o involuzione, dipende dal punto di vista) di un ragazzo cresciuto male nell’immaginaria Gotham – una New York sotto mentite spoglie, qui più che nel fumetto – tra una mamma delirante e un mondo che non sa offrirgli altro che soprusi e calci in faccia, anche letterali, fino all’esplosione di follia e violenza che coincide con il culmine del percorso interiore, ma apre infinite nuove strade narrative. Se non fosse per il protagonista, Joaquin Phoenix.

Così come il titolo (l’enorme Joker che sembra voler uscire dallo schermo, facendo coincidere le sue dimensioni con l’inquadratura), Phoenix riempie la scena, letteralmente: presente dall’inizio alla fine, l’attore semplicemente è il film, incarna tutto il meglio che un trattatello sulla psicopatologia quotidiana può offrire e riversa sulla scena un magistero interpretativo mostruoso. Passando con disinvoltura in diversi stati emotivi, apre l’opera di Phillips definendo il verso del Joker batmaniano, un misto indistricabile di risata e pianto, riecheggiando suggestioni lontane – dal melodramma dei Pagliacci alla malinconia tradizionale dell’arte circense, dalla coulrofobia (la paura dei clown) al più disperato ritratto dell’America delle grandi metropoli che il cinema possa offrire – e vestendo panni e trucco di un personaggio che si fa subito gigantesco.

Joaquin Phoenix prende allora possesso del film, lo demonizza e lo esorcizza continuamente, ne incarna i pregi e porta avanti la trama con una vigoria rarissima, rimastica ogni rimando all’universo fumettistico (che non resta centrale nell’economia del film, ma viene insospettabilmente rispettato fino all’ultimo, migliorandone addirittura alcuni irrisolti nodi narrativi) e restituisce un ritratto tout-court di una follia vicina e metropolitana, attualissima, dolorosa e lacerante. Cortocircuitando anche la presenza di un Robert De Niro che non si vedeva così in forma almeno dal 2008 di What Just Happened? (Disastro Ad Hollywood), dopo fin troppi ruoli alimentari: sarà l’aria urbana, sarà la suggestione dello scorsesiano The King OF Comedy (Re Per Una Notte), ma in quel colpo di pistola nel prefinale risuona come un passaggio di consegne da un taxi driver ad un altro, come se in quel preciso momento Phoenix incarnasse la paranoia suburbana dagli Anni Zero in poi, come De Niro ha fatto dai Settanta ai Novanta o giù di lì.

In tanti, già prima dell’uscita in sala o a Venezia, hanno salutato l’interpretazione dell’ex Commodo di Ridley Scott come da Oscar: e nonostante ci siano realmente i presupposti di tutto ciò che potrebbe accontentare gli stanchi e vetusti stilemi dell’Academy (la trasformazione fisica, il disagio), Phoenix è in effetti monumentale, enorme, una stella che brucia lentamente e poi esplode per diventare un buco nero che, nell’oscurità del suo sorriso spaventoso, ingloba tutto e tutti, mentre con un calcio e un ballo grottesco sputa fuori tutto l’orrore e il disgusto sepolti dentro ognuno di noi per un mondo che non sa rispettare più nulla, né saper vedere e curare il dolore. Una risata ci seppellirà.

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Utlima modifica: 3 Ottobre, 2019



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