Oltre lo sguardo: conversazione con Gianmarco Chieregato

Il 4 Aprile è uscito il libro Oltre lo sguardo, una raccolta di 200 ritratti realizzati da Gianmarco Chieregato, uno dei fotografi più amati e conosciuti nel mondo del cinema e della moda. Il volume, edito da Crowdbooks, è un’antologia di ritratti di personaggi famosi. I proventi della vendita del libro saranno devoluti alla Lega Italiana Lotta Tumori

Ho letto che sei laureato in architettura e successivamente hai iniziato a lavorare nella fotografia. È così?

In realtà, ho sempre fatto fotografie e quando mi sono laureato avevo già fatto la gavetta da fotografo e non ancora quella da architetto, perché non ero figlio d’arte e non avevo uno studio. Mi piacevano entrambi i mestieri, ma avendo già un minimo di esperienza e di guadagno con il primo ho scelto l’altro senza rimpianti.

Come si fa a trasformare una passione come la tua in un mestiere che ti consente di vivere?

Ci vuole una grande dose di fortuna. È vero che la tenacia, la speranza e la voglia della gioventù hanno una loro importanza, perché se non trovi le occasioni, o se non sai coglierle quando ti arrivano, non concludi niente. Io, quando ero ancora ragazzetto, cioè a ventitré anni, ho avuto la fortuna di avere una serie di incontri che mi hanno aiutato a crescere. Il primo è nato dalla frequentazione di un salone di barbiere del centro dove andavamo perché, conoscendo una lavorante, ci facevano lo sconto. Un giorno organizzarono una sfilata di moda in cui conobbi i titolari delle maggiori sartorie – tra cui Brioni – che mi chiese di mostrargli cosa sapevo fare. Mettici che uno dei modelli voleva smettere per occuparsi di altre cose, così ho finito per collaborare con una specie di società in cui lui si occupava di trovare i clienti e io di scattare le foto. Da qui ho cominciato a pensare che con la fotografia avrei potuto guadagnare qualcosa. In seguito, tramite riviste di settore che mi fecero fare il fotografo di sfilata, entrai nella maison di Lancetti a cui piacquero le foto, al punto che sono rimasto con loro per quattordici anni. Lavorare con le modelle più importanti, i migliori truccatori e i vestiti più belli agevola il lavoro. Per cui è vero che si dice aiutati, che Dio ti aiuta, però per far partire la mia carriera c’è voluta questo tipo di fortuna.

Questa apertura all’insegna dell’umiltà e della modestia ti rende onore.

Non posso dire che non abbia avuto dentro di me un minimo di esaltazione giovanile. Non più di tanto, comunque, perché la mia educazione mi ha sempre portato a non vantarmi più di tanto. Ho poi un rapporto molto privato con la fotografia, per cui quando ti ritrovi a parlarne con i colleghi c’è sempre qualcuno che, come nel tennis, traduce tutto in una sorta di sfida e questa cosa mi dà fastidio e mi porta pure a parlarne da solo (ride,ndr).

Ad un certo punto dalla moda sei passato al cinema.

Si è trattato di un passaggio consequenziale. Lavoravo per Gioia e il nuovo direttore, Vera Montanari, cominciò a farci fare fotografie di moda utilizzando gli attori. Devo dire che vent’anni fa eravamo i primi a fare una cosa del genere. A me quella cosa mi piacque molto e forse la facevo bene perché sono stato sempre più chiamato dagli attori. Come ti ho detto prima, per fare una bella foto hai bisogno di grandi ingredienti. In questo caso, uno si attacca alla fama di un attore importante. Se il lavoro va bene e lui è soddisfatto e vuole sempre te, tu diventi il fotografo di Gassman, quindi ti arrivano dei benefit che con la stessa bravura comunque non avresti.

Come il cinema anche la fotografia è una questione di sguardo. Il tuo come lo definiresti?

Io mi dico che quando mi riesce un foto ho guardato bene, ho scrutato bene, perché quando mi trovo una persona davanti mi piacerebbe valorizzarla al meglio, in maniera che riguardandola piaccia a entrambi. Per cui ho cambiato proprio gusto in fatto di foto. Da giovanissimo a prevalere era il fatto estetico, nel senso che la messa a fuoco e tutti gli altri elementi dovevano esprimersi al meglio. Con il passare del tempo ho iniziato a ricorrere a una tecnica più semplice, usando magari meno luci, scegliendole guardando gli occhi. Quella che mi parlava di più era la foto selezionata. Dunque, questo criterio di scelta, meno asettico e più di sensazione, ha finito per influenzare anche la maniera di fare fotografie.

A registi e attori italiani e internazionali hai dedicato un’ampia serie di ritratti. Questi ultimi possono essere commissionati per diverse ragioni: come atto celebrativo, per sconfiggere il tempo e rivedersi per sempre giovani e belli o, ancora, per motivi promozionali. Per quanto ti riguarda, cosa ti spinge a farli e, in genere, qual è la ragione che induce i tuoi ospiti a posare per te?

Faccio questo per campare, però quando faccio le foto è come fare una collezione di figurine. Ogni personaggio che ritraggo è come un tassello in più in questa galleria di personaggi. Chi se lo fa fare o lo fa per lavoro, come i modelli, o perché gli serve per lavoro, ed è il caso del cinema, perché un attore quando va a un incontro con un regista deve comunque lasciare qualcosa, oppure quando si tratta di corredare con un’immagine un’intervista. C’è anche una componente di vanità dal momento che c’è chi si vuole ricordare di quando era giovane e bella attraverso una scatto fatto negli anni migliori. Se si guarda una foto la memoria fa tornare indietro pensieri ed emozioni. A me succede anche con quelle di lavoro e non solo con quelle personali. Ti ricordi di quella persona che ti piaceva, di quello con cui ti sei divertito, chi ti ha trattato male e così via. Mi dico sempre che le fotografie servono anche per riempire la mia vita di ricordi. altrimenti del lavoro non ti rimane nulla.

A differenza del cinema, attori e registi si propongono nella veste di se stessi. Ciononostante, nel momento dello scatto subentra un certo grado di interpretazioni sia da parte tua che di quella dei tuoi interlocutori. In che dose esiste da parte tua e degli attori durante le sessioni fotografiche?

Quello c’è. Per esempio, se un attore sta interpretando un determinato personaggio e le foto devo rimandare a un determinato film, allora è normale che se quello fa il cattivo tu gli faccia fare espressioni da cattivo. Questo succede e sono le foto che mi piacciono di meno, perché quando il signore che ho davanti finisce il servizio si leva la parrucca e non esiste più. Uscendo da questo tipo di situazioni, tu fai il personaggio per come lo senti in quel momento, anzi per come vi sentite in quel momento. Più volte mi è capitato che abbia detto a qualcuno di mettersi in una certa posa e lui abbia rifiutato, però succede spesso che se non lo dirigi rischi che non si piacciano. Per cui cerco sempre di mediare tra quello che vogliono fare loro e ciò che piace a me.

Con te l’attore si toglie la maschera: immagino che tanto più lo faccia, maggiore è il livello di complicità.

Quello quando succede è bello, perché è quello a cui dovresti ambire. Dovresti creare un rapporto di complicità e di fiducia raccontando una piccola storia, perché la fotografia è fatta anche di questo. Ciò succede quando ti rapporti con persone sane. C’è anche a chi non interessa per nulla e quindi sta lì senza partecipare. Succede di rado ma, quando ti ci trovi, un po’ ti fa arrabbiare.

Sul set come decidi di utilizzare il colore o il bianco e nero?

Oggi è facile, perché mentre una volta comportava un acquisto a monte ora, con il digitale – che io adoro -, puoi scattare a colori e poi virare tutto al bianco e nero. Io partivo sempre con i colori ma mi portavo con me rullini in bianco e nero per fare delle foto che mi dessero la sensazione di avere qualcosa che mi appagasse di più.

Mi chiedevo come ti regoli con la luce e se prima di scattare fai dei preamboli. Non so, parli con il tuo “modello”, cercando di metterlo a suo agio, o ragioni su determinate pose che dovrà assumere?

La mia luce è abbastanza cinematografica, fatta con i proiettori. Se c’è un gruppo metto il flash, perché dovendo metterli tutti a fuoco la mia luce non ti dà molta profondità di campo. Preferisco di più le lampade, per cui ho le mie e me lo porto per quello faccio. Mi potresti dire se ne parlo prima con la luce, e io ti dico no, perché se io ti racconto una fotografia tu chiudi gli occhi e la vedi diversamente da me. Se ci sono delle esigenze esterne mi attengo a quelle, altrimenti uso la luce che mi è più congeniale, che è poi quella naturale o quella delle lampade. Però con l’attore non ne parlo molto. Se poi la luce del proiettore gli dà fastidio cerco di renderla meno dolorosa (ride, ndr).

Hai fotografato personaggi importanti tra cui ben diciassette premi Oscar. Tra le tante, mi ha colpito la foto di Kim Rossi Stuart, nella quale, rispetto al suo carattere schivo e riservato, lo ritrai in un’esplosione di energia e vitalità.

Quella foto la ricordo bene. Lui aveva dei tatuaggi che gli servivano al ruolo. per cui doveva essere a torso nudo. Non riusciva a capire perché dovesse farle cosi e continuava a chiedermelo. Così, portandomi dietro l’esperienza della moda, non facemmo un’unica fotografia e in alcune di queste lui saltava. Ciò che mi ha portato fortuna all’inizio è stato il fatto di fare ritratti di moda avendo maturato un’esperienza e la moda con quella dei ritratti, per cui cercavo di tirare fuori dalle modelle un’espressone, quindi di dare agli attori la leggerezza delle prime. Mi ricordo di Rossi Stuart che si vedeva troppo bello per cui rimasi un po’ stupito. Gli dissi: “Avrai tempo per essere brutto e comunque se vado davanti alle scuole con queste divento ricco!”.

Un’altra da ricordare per la riservatezza del personaggio è quella a Daniel Day Lewis.

Quella è un po’ più rubata. Ero stato chiamato dalla Fox per seguire lui e Spielberg e poi ho avuto modo di averli in posa per cinque minuti, anche perché loro presentavano il film su Lincoln per cui avevano tutto l’interesse che ci fosse un ritorno di immagine con una foto fatta all’interno del Senato della Repubblica Italiana. Però, mentre il regista si stupiva di tutto, Lewis era molto silenzioso, seguiva il gruppo limitandosi a ciò che gli veniva chiesto, per cui lì devi essere attento e veloce a rubare il più possibile perché, comunque, c’è un attimo dove tu li becchi.

Ci sono poi delle foto più audaci in cui qualche attrice osa un poco di più, accentuando la sensualità del corpo..

Se c’è un merito che ho è quello di aver ritratto le donne sempre in maniera sensuale, mentre gli uomini in modo interessante. Nei ritratti capita di rado che un’attrice si faccia ritrarre con una parte del corpo scoperta, perché oggi la pensa così, mentre domani no. Poi c’è anche il fatto che alcuni fotografi una volta che il personaggio diventa famoso tirano fuori scatti degli inizi cercando scoop scandalistici per cui le attrici sono molto diffidenti in questo senso. Io non l’ho mai fatto, ma è successo, Per quanto mi riguarda, ho tolto di mezzo anche foto che a me piacevano ma che loro non volevano fossero pubblicate. Nella moda non succede, perché se la modella viene per fare le foto di nudo non ci può ripensare il giorno dopo e, se lo fa, è un problema della sua agenzia, non per me.

Tra le più belle di questa categoria c’è sicuramente il lavoro fatto con Valeria Solarino.

Quello di Valeria doveva essere la copertina di Max, più un servizio interno, di cui però loro non hanno capito niente perché lei di lì a poco è esplosa. Il direttore gli ha preferito la foto di una signora di colore vestita di marrone, colore poco adatto per il numero di Agosto. In ogni caso, lui ha perso una grande occasione e dopo pochi mesi so che è stato sostituito. Con Valeria ci conoscevamo già prima, quindi sul set è accaduto tutto in maniera semplice.

Per concludere con la galleria dei personaggi parliamo degli scatti alla coppia Moretti/Buy e a Luca Marinelli.

Con Nanni ho più confidenza, perché era socio di Angelo Barbagallo, che è un amico d’infanzia, per cui il primo approccio è stato agevolato. La prima volta che lavorammo insieme mi disse di fare attenzione al suo naso perché faceva una curva a destra e una a sinistra. Io feci delle polaroid e lui seguitava a dirmi: “eh, però si vede che è storto”. A parte questo, lui è un personaggio, perché quando uno è un uomo, è interessante, è più fico di uno bello. Nanni mi intriga e lo stimo, per cui questo giova al mio mestiere. Poi, io farei metà foto e metà parlerei, però non lo posso fare. Con la Buy, che ora conosco da molti anni, penso che ho un rapporto sereno. Non mi scorderò mai le prime foto che le feci, con lei che entra nello studio senza guardare in faccia nessuno per timidezza e, vedendomi, mi dice: “E lei chi è?”. Anche sul set era molto scettica sul fatto di saper posare davanti alla macchina fotografica. Adesso con Margherita è tutto molto più facile. Si scherza e si ride con grande confidenza. Marinelli lo fotografai per la copertina di Ciak ed è stato molto gentile. In quella occasione fotografai anche Borghi, con cui ho avuto modo di lavorare altre volte, e posso dire che è di una signorilità e gentilezza fuori dal comune. In generale, i nuovi attori italiani mi sembrano tutti più tranquilli.

Giovedì 4 aprile è uscito il libro Oltre lo sguardo, una raccolta di 200 ritratti realizzati da Gianmarco Chieregato, uno dei fotografi più amati e conosciuti nel mondo del cinema e della moda. I proventi della vendita del libro saranno devoluti alla LILT, Lega Italiana Lotta Tumori.  Parliamone.

Quando fai le fotografie la voglia di fare un libro per raccontarti è sempre dentro di te, ma io ti giuro che l’ho fatto più per me che per gli altri. L’idea di fare una cosa dove ci fossero tutte le mie foto mi sembrava carina. Ne avevo fatto altri due, ma erano più che altro cataloghi di mostre che avevo fatto. Peraltro, una molto importante a Palazzo Venezia promossa da Sant’Egidio a favore dei bambini che non esistono all’anagrafe e vengono utilizzati per lo scambio di organi. Fare questo tipo di attività è lodevole, ma per me c’era anche la voglia di vedere tutte le mie creature messe là, esposte. Tutto nacque da una visita privata al Cenacolo insieme a un amico molto importante: eravamo solo in tre, e io raccontai che lì avevo fatto un servizio a Clooney e ad altri premi Oscar, soffermandomi sull’aneddoto che mi aveva permesso di farlo. La persona che era con noi mi ha chiesto se queste storie le avessi per ogni foto proponendomi di fare insieme un libro come sottotesto di ogni scatto. In realtà, poi, non avevo uno scatto per ogni foto perché non tutte erano pubblicabili o interessanti. Alcune le ho messe altre no. Sono battute più che racconti. Il libro avrà una piattaforma su Crowdbooks, in cui si potrà comperare, ma l’editore mi ha detto che molte librerie lo stanno chiedendo. A Roma di certo si troverà a Emporio 16 in Via della Scrofa, dove, oltre a oggetti di diverso tipo, c’è anche libreria. Così è un modo comodo per mandarci tutti i miei amici.

Utlima modifica: 9 aprile, 2019



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