29 FESCAAL: Induced labor di Khaleb Diab (MIWorld Young Festival)

Con Induced labor il regista Khaleb Diab parla dei diritti negati ai cittadini egiziani e del mondo, in maniera leggera e divertita, con momenti di commozione

  • Anno: 2018
  • Durata: 90'
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Egitto
  • Regia: Khaleb Diab

Il viso della zebra stilizzata, simbolo del FESCAAL (Festival del Cinema Africano, Asiatico e dell’America Latina), quest’anno ha messo su gli occhiali da sole. Si è fatto sbarazzino per rivolgersi ai duemila studenti delle scuole medie e superiori che, tutte le mattine, dal 25 al 29 marzo, visionano e votano tra dodici film (quattro lungometraggi e otto cortometraggi) quasi tutti seguiti dagli incontri con i registi. Noi abbiamo avuto la fortuna di vederne uno veramente bello, divertente e drammatico insieme: Induced labor di Khaleb Diab, regista egiziano, presente in sala ad accogliere le domande dei ragazzi, parlare di sé e del suo film, soddisfare tutte le curiosità.

Al centro della vicenda, il parto indotto che è il titolo del film. L’ambientazione, sempre uguale, riproduce l’interno dell’ambasciata americana, dove vari personaggi, in coda per chiedere di poter lasciare l’Egitto, sono uno più credibile dell’altro, nelle loro manie e nelle loro bugie. Khaleb Diab sembra divertirsi a costruire lui stesso il pregiudizio, per poi smontarlo via via, mettendolo in bocca all’impiegato americano più carogna, il quale dice che tutti gli egiziani mentono. Ci sono la coppia di finti omosessuali che si presenta come malata e incompresa, il cattolico convertito, il furbetto che ha manomesso il passaporto spacciandosi per medico. E poi ci sono loro, i nostri protagonisti, che vogliono far nascere i due figli gemelli tra quelle mura, convinti che così saranno automaticamente cittadini americani. Le cose non vanno per il verso giusto e il marito si troverà costretto a tenere a bada la moglie sofferente, mentre prende in ostaggio egiziani disperati e impiegati americani che metteranno da parte la spavalderia per mostrarsi nelle loro debolezze.

Da qui il ritmo si fa sempre più incalzante e la disperazione delle persone dentro l’ambasciata si alterna al conflitto, fuori di lì, tra il console americano, un signore tutto dedito alla soluzione pacifica, e il capo della polizia egiziana, violento, rabbioso e sbruffone, che conosce solo le maniere forti. Ovviamente, la contrapposizione sarà solo di facciata, perché non ci sono americani buoni ed egiziani cattivi. E non è di certo cattivo il sequestratore, come non lo è la squadra della serie spagnola La casa di carta, che urla sempre più forte per darsi coraggio e convincersi di intimorire gli ostaggi. Ci si sente trascinati da un tensione che non ha cedimenti, perché quando sta per sciogliersi, interviene qualcosa di nuovo che la alimenta. Le simpatie vanno tutte al marito, delinquente improvvisato, che si atteggia a esperto di sequestri, mentre le autorità del posto e quelle statunitensi ostentano competenze che non possiedono, e i ruoli vengono ridicolizzati nel loro ribaltamento, risultando però, come si diceva, verosimili.

Khaleb Diab spiega al pubblico di aver scelto un registro tra il comico e l’ironico, un po’ per sfuggire alla censura, un po’ per comunicare con leggerezza un messaggio in realtà molto serio: quello dei diritti negati di uscire dal proprio paese e di cittadinanza per i minori. Problemi universali, se si pensa alle frontiere degli Stati Uniti o ai tanti muri in altre parti del mondo. Oltre a voler denunciare il potere, inefficace e indifferente al gesto disperato di chi rivendica un minimo di giustizia. Il dramma delle situazioni individuali non viene mai dimenticato, con momenti di commozione che vengono inseriti sapientemente nella levità del racconto. Il regista egiziano ha ammesso senza problemi che la commedia in Egitto ha più probabilità di successo, insieme al genere d’azione. E in patria il film deve aver avuto la sua risonanza, viste le migliaia di mail che hanno inondato l’ambasciata per chiedere se è vero o no che i figli nati lì saranno cittadini americani. In fondo, un sistema più semplice del nostro, a meno che il partorire non sia equiparato al gesto eroico necessario per essere riconosciuti italiani.

Auguriamo al MIWorld Young Festival (questo il nome del festival rivolto ai giovani; MiWY il suo acronimo) di diventare un’istituzione, come quello del Cinema Africano, Asiatico e dell’America Latina da cui è nato. Ne siamo quasi certi, visto come è cresciuto e si è consolidato nell’esperienza trentennale dello spazio scuola, all’interno del FESCAAL, curato da  Manuela Pursumal, che ha promosso questa iniziativa ora più complessa e strutturata.

Il professor Fabio Mantegazza, coinvolto nella giuria selezionatrice e nella presentazione delle pellicole in sala, dice: “Ho sempre proposto ai miei studenti film africani, asiatici e dell’America Latina con un’idea ben precisa: l’importanza di aprire finestre sul mondo, di far capire l’esistenza di realtà molto lontane da quelle che vivono loro, sia dal punto di vista della vita dei loro coetanei, di ragazzi che affrontano situazioni diversissime da quelle italiane, milanesi, sia proprio per farli viaggiare con la mente. Il cinema è uno strumento importantissimo perché attraverso l’abbinamento di suoni e immagini riesce a raccontare storie che coinvolgono i ragazzi, a passare dei contenuti che non arriverebbero attraverso libri di testo o racconti degli insegnanti. L’impatto del cinema su di loro è sempre fortissimo”. Gli studenti sono stati attentissimi, durante l’incontro con il regista e durante la visione, tanto che li si è sentiti agitarsi sulla poltrona nell’attimo, un attimo soltanto, in cui sono scomparsi i sottotitoli.

Utlima modifica: 29 marzo, 2019



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