Trieste Film Festival 2019: Okupácia 1968 di AA. VV.

Un film collettivo per raccontare da angolazioni inedite la tragica, deprecabile repressione militare della Primavera di Praga.

  • Anno: 2018
  • Durata: 130'
  • Distribuzione: Slingshot Film
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Bulgaria, Ungheria
  • Regia: Evdokia Moskvina, Linda Dombrovszsky, Magdalena Szymkow, Marie Elisa Scheidt, Stephan Komandarev

Son come falchi quei carri appostati, corron parole sui visi arrossati, corre il dolore bruciando ogni strada e lancia grida ogni muro di Praga”. La Primavera di Praga è rimasta scolpita anche lì, nei versi della bellissima canzone di Francesco Guccini. Diversi film sono stati girati per ricordare il dramma cui andò incontro il popolo cecoslovacco, compreso il recente e bellissimo Jan Palach di Robert Sedláček. Ma ci si è mai chiesti veramente chi fossero gli uomini rintanati all’interno di quei carri armati? E se condividessero o meno le posizioni dei governi che li avevano spediti lì a reprimere la libera scelta di una nazione considerata fino ad allora “sorella”? A queste legittime domande viene incontro Okupácia 1968, uno dei più bei documentari in concorso all’ultima edizione del Trieste Film Festival.

Insomma, una storia che abbiamo già ascoltato diverse volte, esposta però in questa occasione dal punto di vista degli aggressori. La produzione, con in testa lo slovacco Peter Kerekes, ha infatti contattato cinque diversi registi in rappresentanza degli stati aderenti al Patto di Varsavia che parteciparono all’invasione (per inciso, non tutti i governi risposero positivamente all’appello di Brèžnev: fece scalpore all’epoca la defezione della Romania di Ceaușescu), dando loro carta bianca per rievocare il coinvolgimento dei propri connazionali negli incresciosi fatti di cinquant’anni prima. Chi più chi meno, pensiamo che ciascuno di loro abbia saputo tirare fuori storie e angolazioni interessanti. Passiamole perciò rapidamente in rassegna.

Iniziando ovviamente dai promotori della spedizione punitiva: i sovietici. Il ricordo dell’azione di forza voluta da Mosca è affidato qui alla cineasta russa Evdokia Moskvina, che con eleganza è andata a stanare gli attempati reduci dell’operazione militare, a partire dal generale (ormai in pensione) Lev Nikolaevich Gorelov, un uomo di 93 anni dai modi schietti ritiratosi da anni ad Odessa. Questo primo segmento resta tra i più belli, sia per il ritratto spiazzante della senescenza dei personaggi, sia per quelle confessioni personali in base alla quale gli stessi soldati, se la dirigenza sovietica avesse fatto partire l’ordine, avrebbero provato estremo disagio nell’aprire il fuoco contro la popolazione cecoslovacca. Titolo dell’episodio: “The last mission of General Ermakov”, dal nome di un altro degli alti ufficiali intervistati.

Nel secondo cortometraggio, “Red Rose”, la regista ungherese Linda Dombrovszsky si diverte invece a rievocare lo sconfinamento dei soldati magiari in Slovacchia con azzeccati toni pastello, quasi si fosse trattato di una scampagnata fuori porta. Momenti di tensione ce ne furono anche lì, è vero. Ma il fatto che in territorio slovacco abitasse anche una cospicua minoranza ungherese facilitò il dialogo tra le due parti. E questo episodio del film assume pertanto la valenza di un racconto di formazione in chiaroscuro, con tanto di malinconico detour sentimentale.

Un soldato fresco di matrimonio spedito di corsa a vigilare in territorio straniero. L’attesa di una donna rimasta a casa. Un festival canoro, il Sopot International Song Festival, divenuto improvvisamente l’epicentro di accese contestazioni politiche. Sono questi alcuni degli elementi inseriti in “I am Writing to You, My Love” da Magdalena Szymkow (molti, a ben vedere, gli sguardi femminili inclusi nel progetto) per riesumare la partecipazione della Polonia a quella che i russi avevano ribattezzato “Operazione Danubio”. Ancor più intimista l’angolazione per cui ha optato la tedesca Marie Elisa Scheidt nel suo “Voices in the Forest”, narrativamente il più piatto tra i corti proposti, ma non privo di spunti interessanti: su tutti quel senso di insicurezza, mistificazione e delazione reciproca che rendeva così grigio lo stile di vita della DDR, all’epoca.

Infine, il segmento diretto dal bulgaro Stephan Komandarev, “An Unnecessary Hero”. Da esso apprendiamo innanzitutto che la Bulgaria poté vantare, se così si può dire, l’unica perdita umana tra i membri dei cinque eserciti coinvolti nell’operazione, contro parecchie decine di civili cecoslovacchi caduti nei disordini. Un giovane sfortunato, il Sergente Nikolay Nikola Tsekov, scomparso in circostanze mai del tutto chiarite e finito poi al centro di un contorto caso internazionale. La storia del monumento a lui dedicato in Bulgaria, una storia dai contorni ugualmente paradossali, appare così il miglior epitaffio di un film a episodi che ha inteso documentare, con discreta varietà di toni, una vicenda storica che ci appare oggi tanto drammatica quanto grottesca ed assurda: la spietata repressione del cosiddetto “socialismo dal volto umano” e di quel senso pressoché inedito di partecipazione civile emersi, seppur per poco, con la Primavera di Praga.

Utlima modifica: 30 Gennaio, 2019



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